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Mercoledì 22 Febbraio 2012
Progetto Catechismo
Percorsi di catechismo PDF Stampa E-mail

Percorso di Catechismo: LA PREGHIERA

 

Perché pregare? Come pregare? Quali sono gli ostacoli alla preghiera?

Ogni preghiera nasce dall’ascolto di Dio. Nella preghiera cristiana, infatti, Dio precede ogni nostro sforzo: prima che lo cerchiamo lui ci ha cercato, prima che gli rispondiamo lui ci ha chiamato, prima che gli offriamo la nostra attenzione e la nostra vita lui ci ha amato in modo gratuito e preveniente.

 

La preghiera cristiana è innanzitutto ascolto. Dio ci parla: questo è lo straordinario della nostra fede. Per farsi conoscere Dio ha scelto liberamente di rivelarsi a noi, di alzare il velo su di sé dandoci del tu. Questo è il nucleo della preghiera cristiana, ben espresso dalla preghiera fatta dal giovane re Salomone che, in risposta all’invito rivoltogli da Dio di chiedergli qualunque cosa, dice: “Donami, Signore, un lev shomea‘, un cuore capace di ascolto” (1Re 3,9). Noi uomini abbiamo bisogno essenzialmente di questo, per conoscere la volontà di Dio e ad essa ispirare la nostra vita, per accogliere l’amore di Dio e rispondergli amando lui e i nostri fratelli, gli uomini tutti.

 

È giusto dire che oggi viviamo in un mondo contrassegnato dalla velocità, in un “mondo in fuga” (Anthony Giddens), nel quale diciamo di non avere più tempo, nemmeno per pregare. Bisogna però essere molto chiari su questo dato: chi non trova tempo è un alienato; chi afferma di non avere tempo confessa che il suo idolo è il tempo, dal quale è dominato, e che di conseguenza si vota a non vivere mai il presente, l’oggi di Dio collocato tra un passato di cui fare memoria e un futuro verso cui tendere. Quando invece riusciamo a dominare il tempo, possiamo sperimentare la preghiera come possibilità di aprirci a Dio, di ascoltare la sua voce, di entrare in comunione con lui e dunque con gli esseri umani e con tutte le creature del cosmo. Quanto agli accorgimenti, sono sempre gli stessi, ieri come oggi, e che si radichino tutti in un’istanza fondamentale: il voler trovare del tempo, lo stabilire delle priorità nel nostro tempo, sapendo che non c’è tempo per tutto. È questione di un ordine, di una gerarchia che dobbiamo stabilire nella nostra vita: il primato spetta davvero a Dio o abbiamo qualcos’altro più caro di lui? Vogliamo ascoltare il Signore o altre voci? Vogliamo adorare lui oppure gli idoli che ci ingannano e ci schiavizzano? In proposito, non si dimentichi che l’idolo non è una realtà teologica, ma è innanzitutto un falso antropologico, è ciò che più minaccia l’umanizzazione: lottando contro gli idoli e esercitandoci alla preghiera possiamo incontrare Dio e, animati dal suo Spirito, imparare a diventare più uomini, uomini come lui ci ha voluti e creati, a immagine del Figlio suo Gesù Cristo.

 

I “frutti” della preghiera da cosa si misurano? Uno degli indicatori può essere la “pace del cuore”?

Nella tradizione spirituale cristiana, in particolare quella monastica, uno dei grandi frutti della preghiera è la pace del cuore. Tuttavia il vero frutto della preghiera si può solo misurare in base alla carità, all’amore verso i nostri fratelli e verso Dio che la preghiera suscita in noi. “Tutta questa preghiera che frutto darà?”. Poi talvolta si trova nel cuore qualche pepita di amore, e allora ci si rende conto che: “Per giungere a questo è stato necessario quell’immenso mucchio di sabbia costituito dalla preghiera”. Il frutto della preghiera è l’agápe, è l’amore, che poi è Dio stesso. E quando Dio dimora in noi, siamo più saldi di fronte agli assalti del diavolo, siamo più forti nelle prove. E proprio perché osiamo gridare: “Chi ci separerà dall’amore di Cristo?” (Rm 8,35), siamo anche capaci di trovare pace.

 

Che cos’è la preghiera?

La preghiera di chi cerca Dio in dialogo con Gesù non può essere altro che la relazione personale con Dio, vivo e vero, una relazione che concede spazio di parola a noi e a Lui.

Mentre Gli parliamo di tutte le cose che ci riempiono la testa e che così spesso ci angosciano può nascere in noi una curiosità naturale: “Chi sei Tu che mi ascolti?”

“Chi se' tu, o dolcissimo Iddio mio? Che sono io, vilissimo vermine e disutile servo tuo?” (Fonti Francescane 1915)

Sono le parole della preghiera di San Francesco sul Monte della Verna prima di ricevere il dono delle Stigmate. Francesco si rende conto con il suo istinto di amante che chiedere a Dio “Chi sei TU?” comporta naturalmente chiedersi “Chi sono IO di fronte a Te?”

Ecco perché l' umiltà è il fondamento realistico della preghiera. “Nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare”( Lettera di San Paolo ai Romani 8,26 ).

Nel dialogo con Dio prendiamo le misure di noi stessi, ci riconciliamo con la nostra bellezza da Lui amata e accettiamo i nostri limiti.

La preghiera diventa poi fonte di sorpresa e meraviglia quando scopriamo che Dio in Gesù ci cerca per primo ed è Lui che ci chiede da bere.

Gesù ha sete; la sua domanda sale dalle profondità di Dio che ci desidera. Che lo sappiamo o no, la preghiera è l'incontro della sete di Dio con la nostra sete.

“Dio ha sete che noi abbiamo sete di lui” (S. Agostino)

 La nostra preghiera, anche quella di domanda, è paradossalmente una risposta.

Risposta al desiderio ferito del Dio vivente: “Essi hanno abbandonato me, sorgente d'acqua viva, per scavarsi cisterne, cisterne screpolate” ( Ger 2,13 ), risposta di fede alla promessa gratuita della salvezza, risposta d'amore alla sete di Gesù, il Figlio unigenito del Padre.

Qualunque sia il linguaggio della preghiera (gesti e parole), noi preghiamo con tutto ciò che siamo.

Ma, per indicare il luogo dal quale sgorga la preghiera, le Scritture parlano talvolta dell'anima o dello spirito, più spesso del cuore (più di mille volte). E' il cuore che prega.

Se il cuore è lontano da Dio, l'espressione della preghiera è vana. Il cuore è la dimora dove sto, dove abito (secondo l'espressione semitica o biblica: dove “discendo”). E' il nostro centro nascosto, irraggiungibile dalla nostra ragione e dagli altri; solo lo Spirito di Dio può scrutarlo e conoscerlo. E' il luogo della decisione, che sta nel più profondo delle nostre facoltà psichiche. E' il luogo della verità, là dove scegliamo la vita o la morte. E' il luogo dell'incontro, poiché, ad immagine di Dio, viviamo in relazione con Lui: è il luogo dell'Alleanza, il luogo del patto d’amore tra noi e Dio.

La preghiera cristiana è la relazione di Alleanza tra Dio e l'uomo che avviene in Cristo.

E' un’azione che coinvolge completamente Dio e l'uomo; sgorga dallo Spirito Santo e da noi, interamente rivolta al Padre, in unione con la volontà umana di Gesù, Figlio di Dio fatto uomo.

Nella Nuova Alleanza del Vangelo la preghiera è in sintesi la relazione vivente dei figli e delle figlie  di Dio con il loro Padre infinitamente buono, con il Figlio suo Gesù Cristo e con lo Spirito Santo.

La grazia della Presenza di Dio nella storia è “l'unione della Santa Trinità tutta intera con lo spirito tutto intero”. La vita di preghiera consiste quindi nell'essere abitualmente, normalmente alla presenza di Dio e in comunione con lui.

Questa comunione di vita ci è sempre possibile, perché, mediante il Battesimo, siamo diventati un medesimo essere con Gesù [Cf Rm 6,5 ].

La nostra preghiera è cristiana in quanto è comunione con Gesù Cristo e si dilata nella Chiesa, la famiglia di tutti i credenti, che è il suo Corpo.

Le dimensioni della preghiera sono quelle della preghiera di Gesù, sono le dimensioni del suo Amore [Cf Ef 3,18-21 ].

Scriveva Santa Teresa di Gesù Bambino: “Per me la preghiera è uno slancio del cuore, un semplice sguardo gettato verso il cielo, un grido di gratitudine e di amore nella prova come nella gioia”.

 1.     Incontro.

 Dal Vangelo secondo Matteo (14,22-33)

[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull'altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo.

La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!».

Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s'impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».

Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».

 

Dopo la moltiplicazione dei pani e dei pesci, ecco un altro gesto straordinario di Gesù, che cammina sulle onde di un mare in burrasca per raggiungere la barca dei discepoli. Essi lo scambiano per un fantasma e si impauriscono; per assicurarsi che sia proprio lui, Pietro gli chiede e ottiene di raggiungerlo camminando anche lui sulle acque.

Pietro dunque cammina sulle acque, come il Signore: se il narratore dell'episodio avesse mirato a salvare la faccia al futuro capo della Chiesa si sarebbe fermato qui. Appare invece come una prova della sua attendibilità, raccontare che poco dopo Pietro si spaventa e comincia ad affondare: perché la sua poca fede l'ha indotto a dubitare, lo rimprovera Gesù, prendendolo per mano e portandolo in salvo sulla barca. Le riflessioni sulla nostra poca fede sono tanto ovvie da non doverle neppure esporre.

Piuttosto, qualche parola è da spendere sul breve inciso che precede l'episodio: congedata la folla sazia di pane e pesce, Gesù "salì sul monte, solo, a pregare". Parecchie volte i vangeli accennano alla sua preghiera in solitudine, così socchiudendo una porta sulle profondità del suo mistero. Chi pregava, Gesù? e come, e perché? che bisogno ne aveva, se anche lui era Dio? Le domande si affollano, le risposte scarseggiano: ma qualcosa si può intravedere, perché qualche volta la sua preghiera è stata ascoltata, ad esempio nell'orto degli ulivi quando, alla vigilia della sua passione, egli chiese: "Padre, se possibile passi da me questo calice; però, sia fatto non come voglio io ma come vuoi tu", e ancora, appena prima di morire sulla croce: "Padre, nelle tue mani affido il mio spirito".

Egli dunque si rivolge al Padre, consapevole della propria condizione di Figlio: sia come Dio, sia come uomo. Cercando a tentoni di intuire quello che resta un mistero, si può forse dire così: il Gesù-Dio, seconda Persona della Trinità ("Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero, della stessa sostanza del Padre"), nel suo colloquio col Padre esprime l'intima comunione, la perfetta sintonia con Lui. Nel contempo il Gesù-uomo, che degli uomini condivide i limiti, si rivolge al Padre per chiedere quello che da nessun altro può aspettarsi. Egli sta di continuo in mezzo alla gente, quasi tutti amici, ma non gli basta parlare con loro; avverte la solitudine propria di ogni essere umano, e ne cerca il superamento solo là dove lo può trovare; dal Padre attinge la lucidità occorrente a compiere le sue difficili scelte, la determinazione a realizzarle, la forza per affrontarne i terribili costi.

Noi non siamo diversi. Anche per noi arriva il momento di scelte difficili, di prove dolorose; anche noi, magari oscuramente, avvertiamo che nei nostri simili, per quanto amabili e arricchenti possano essere, non troviamo mai la piena soddisfazione delle nostre attese. Con la sua preghiera privata, nel suo intimo colloquio col Padre (suo e nostro, come egli insegna) Gesù indica a noi la via d'uscita. La preghiera – non solo quella pubblica e comunitaria, quale è la Messa – è necessaria, è vitale anche per noi. Può esprimere lode e ringraziamento, o richiesta di perdono, o implorazione di aiuto. La si può fare nei modi codificati (il Padre nostro e l'Ave Maria, i Salmi, il rosario o altre formule imparate a memoria) o con parole nostre, diverse secondo le circostanze; la si può fare in qualunque momento, prolungata quanto ci pare, in casa in chiesa o per la via: non importa. Nei momenti felici e in quelli infelici, ma non meno nella normalità del quotidiano, per chiunque sia consapevole della propria umanità la preghiera è imprescindibile, perché è forza e consolazione, è luce e sollievo. La preghiera è il respiro dell'anima.

 

  1. 2.     Laboratorio

-         Cartellone con i simboli che possono richiamare la preghiera.

-         Cartellone con immagini che richiamano la preghiera.

-         Cartellone con le caratteristiche descrittive della preghiera.

-         Raccolta di preghiere note e ‘antiche’ e tradizionali.

-         Su pergamena scrivo una preghiera che mi piace; elaboro con disegno, colori, ecc.; corredo la pergamena di cornice. Da tenere in camera.

 

  1. 3.     Esperienza

Diverse per età a scelta dei catechisti:

-         Contatto con monaci e/o comunità religiosa per la ‘preghiera corale’.

-         Contatto con suore di Clausura per la ‘preghiera contemplativa’

-         Contatto con i Missionari per: come si insegna a pregare?

-         Intervista alla gente sulla preghiera.

-         Ecc. secondo fantasia e creatività.

 

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                                               Percorso di catechismo:   LA GIOIA CRISTIANA

 

La gioia è il dono che il cristianesimo ha fatto al mondo. Tutto il nostro essere è fatto per la gioia. "Non si può trovare uno che non voglia essere felice" (s. Agostino). "Norma suprema di condotta, criterio discriminante del bene e del male è la felicità: uno fa bene quando tende alla felicità, fa male quando tende a metterla in pericolo; ha diritto a tutto ciò che è necessario per arrivare alla felicità ed ha il dovere di fare tutto quello che occorre a tale scopo" (G. B. Guzzetti). Ma c’è anche un falso modo di intendere la gioia. "Non è certo che tutti vogliano essere felici; poiché chi non vuole avere gioia di Te, che sei la sola felicità, non vuole la felicità" (s. Agostino).

Nonostante le deviazioni possibili e facili per l’uomo storico, la gioia è richiesta dalla natura stessa dell’uomo, è un suo bisogno, è un suo diritto. Quel che è vero per ogni uomo lo è a maggior ragione per il cristiano. Egli deve avere la sua tipica gioia, ed essa è per lui un dovere. Deve cercarla con impegno senza darsi per vinto finché non l’abbia trovata.

 

Il dovere della gioia nelle Scritture

"Possa tu avere molta gioia!" è il saluto rivolto dall’angelo a Tobia (Tb 5,11). E il Siracide aggiunge: "Non abbandonarti alla tristezza, non tormentarti con i tuoi pensieri. La gioia del cuore è la vita per l’uomo, l’allegria di un uomo è lunga vita! (Sir 30,22-23). "Dio ama chi dona con gioia" (Sir 35,11; 2Cor 9,7).

Gesù insiste molto sulla gioia: "Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena" (Gv 15,11). Prega per i suoi discepoli "perché abbiano in se stessi la pienezza della sua gioia" (Gv 17,13). Si premura di assicurarli che la loro tristezza per la sua passione e morte si cambierà in gioia quando lo vedranno risuscitato e glorioso: "Voi sarete afflitti, ma la vostra afflizione si cambierà in gioia... Voi ora siete nella tristezza; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia" (Gv 16,20-23). Li esorta a pregare il Padre per provare la gioia di essere esauditi: "Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena" (Gv 16,24). Gesù si esprime con tenerezza e con forza perché chi lo segue comprenda che la proposta di vita cristiana, che passa attraverso la croce, ha come sfondo e traguardo la gioia. È terribilmente falsa la presentazione del cristianesimo come "nemico della gioia" (Anatole France) o "maledizione della vita" (Nietzsche). San Paolo esorta i cristiani a conservare sempre e ovunque la gioia: "Fratelli miei, state lieti nel Signore" (Fil 3,1); "Rallegratevi nel Signore; ve lo ripeto ancora, rallegratevi. La vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini" (Fil 4,4-5); "Il regno di Dio... è giustizia, pace, e gioia nello Spirito Santo" (Rm 14,17), E l’apostolo giustifica questa sua insistenza sulla gioia del cristiano appellandosi proprio alla volontà di Dio: "State sempre lieti, pregate incessantemente, in ogni cosa rendete grazie: questa è infatti la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi" (1Ts 5,18).

Il cristiano deve essere gioioso perché lo Spirito di Dio produce in lui la gioia: "Il frutto dello Spirito è amore, gioia..." (Gal 5,22). Illuminata dalla parola di Dio e dalla sua grazia, la vita dei cristiani diventa una festa: essi sono davvero la Pasqua del mondo.

 

La tradizione del pensiero cristiano

Gli Atti degli apostoli descrivono così i primi cristiani: "Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo" (At 2,46-47).

Tra i primi testi cristiani, il Pastore di Erma ci regala questa stupenda pagina: "Caccia da te la tristezza perché è sorella del dubbio e dell’ira. Tu sei un uomo senza discernimento se non giungi a capire che la tristezza è la più malvagia di tutte le passioni e dannosissima ai servi di Dio: essa rovina l’uomo e caccia da lui lo Spirito Santo... Armati di gioia, che è sempre grata ed accetta a Dio, e deliziati in essa. L’uomo allegro fa il bene, pensa il bene ed evita più che può la tristezza. L’uomo triste, invece, opera sempre il male, prima di tutto perché contrista lo Spirito Santo, fonte all’uomo non di mestizia ma di gioia: in secondo luogo perché tralasciando di pregare e di lodare il Signore, commette una colpa... Purificati, dunque da questa nefanda tristezza e vivrai in Dio. E vivranno in Dio quanti allontanano la tristezza e si rivestono di ogni gioia" (Pastore di Erma. Decimo precetto).

San’Ignazio di Antiochia in viaggio verso Roma dove morì martire nel 107 d. C. scrive ai Romani: "È bello tramontare al mondo per il Signore e risorgere in Lui... Scrivo a tutte le Chiese e annunzio a tutti che io muoio volentieri per Dio... Potessi gioire delle bestie per me preparate e mi auguro che mi si avventino subito".

Il vescovo san Policarpo (+155) nell’affrontare il martirio "era pieno di coraggio e allegrezza e il suo volto splendeva di gioia" (Martirio di Policarpo. XII, 1).

I Padri del deserto e i dottori della Chiesa d’Oriente ponevano come ottavo vizio capitale la tristezza peccaminosa che è l’opposto della gioia cristiana.

San Nilo l’Antico scriveva: "La dolcezza dello spirito nasce dalla gioia mentre la tristezza è come la bocca del leone che divora l’uomo malinconico" (Detti dei padri del deserto).

La gioia è dunque un dovere per il cristiano: "È necessario che chiunque voglia progredire abbia la gioia spirituale" (s. Tommaso d’Aquino). Perciò è certo che il cristiano deve cercare la sua gioia, deve possederla. Nel fare questo non solo non pecca, ma compie giustamente la volontà di Dio. E appare nel mondo come l’uomo veramente realizzato mentre egli stesso si accorge quanto sia beata la sua condizione paragonata a quella di coloro che si dibattono disperatamente nella condizione del non-senso della vita.

 

DOV’È E CHE COS’È LA GIOIA CRISTIANA

 

La gioia dell’amore di Dio

"La gioia è causata dall’amore" (s. Tommaso d’Aquino). Gioia e amore camminano insieme. Chi non ama non può essere gioioso. La gioia è assente dove sono presenti l’egoismo e l’odio. La disperazione nasce dall’assenza dell’amore.

La gioia cristiana è una ridondanza dell’amore di Dio: non è una virtù distinta dall’amore, ma è un’effetto dell’amore. Questa precisazione non è inutile, ma indispensabile e fondamentale perché ci svela il motivo del fatto che molti cercano la gioia e non la trovano. Essi la cercano invano perché pensano che essa sia reperibile per se stessa. La gioia non ha consistenza in se stessa: ha la sua sorgente nell’amore, è un raggio dell’amore. E la sorgente dell’amore è Dio: "Dio è amore" (1Gv 4,8).

 

La gioia spirituale

"La gioia piena non è carnale, ma spirituale" (s. Agostino). Tutto ciò è verissimo perché la gioia cristiana è una gioia di Dio, una gioia che è frutto dello Spirito di Dio che abita in noi (Gal 5,22). Tuttavia la gioia cristiana afferra, promuove, illumina e intensifica le diverse gioie dell’uomo. Così si hanno le gioie della verità, del cuore, della bellezza, dei ricordi, delle attese, ecc. La gioia spirituale ha un riverbero esteriore che illumina tutto l’essere umano, lo rende amabile e affascinante. Fa del cristiano un bagliore visibile della Bellezza invisibile, una manifestazione concreta dell’uomo risolto in positiva armonia, e una attrazione sicura per tutti coloro che ancora camminano nel buio della tristezza e dell’inquietudine.

 

DIO È LA NOSTRA GIOIA

 

La gioia di Dio nell’Antico Testamento

L’AT è un preludio alla gioia cristiana. "Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio" (Is 61,10). Il pio israelita ha motivi molteplici per esultare nel suo Dio.

 

1 - Il primo motivo viene dall’alleanza per cui Israele è popolo eletto, scelto per un amore singolare, sicché sente Dio come il "suo Dio" e si sente popolo appartenente a Lui: "Tu sei un popolo consacrato al Signore tuo Dio; il Signore tuo Dio ti ha scelto per essere il suo popolo privilegiato fra tutti i popoli che sono sulla terra. Il Signore si è legato a voi e vi ha scelti, non perché siete più numerosi di tutti gli altri popoli - siete infatti il più piccolo di tutti i popoli -, ma perché il Signore vi ama e perché ha voluto mantenere il giuramento fatto ai vostri padri" (Dt 7,6-8). "Stabilirò la mia dimora in mezzo a voi, e non vi respingerò. Camminerò in mezzo a voi, sarò vostro Dio e voi sarete il mio popolo. Io sono il Signore vostro Dio, che vi ho fatto uscire dal paese d’Egitto; ho spezzato il vostro giogo e vi ho fatto camminare a testa alta" (Lv 26,11-13). Dio ama il suo popolo "di un amore eterno" (Ger 31,3) di un amore "forte come la morte" (Ct 8,6), di un amore tenerissimo come quello di una madre per il suo bambino (Is 49,15) e come quello di un padre verso il proprio figlio primogenito (Es 4,22). Da questa alleanza e da questo rapporto d’amore scaturisce la gioia. "Esultino e gioiscano in te quanti ti cercano" (Sal 40,17). "Acclamate al Signore, voi tutti della terra, servite il Signore nella gioia, presentatevi a lui con esultanza... Varcate le sue porte con inni di grazie, e i suoi atri con canti di lode, lodatelo, benedite il suo nome; poiché buono è il Signore, eterna la sua misericordia, la sua fedeltà per ogni generazione" (Sal 100). Dio stesso chiede al suo popolo di essere gioioso: "Non vi rattristate, perché la gioia del Signore è la vostra forza" (Ne 8,10). Il pio Israelita sente di conseguenza l’enorme gioia che gli viene dal suo Signore e prova un’estatica allegrezza, frutto della gioia di sentirsi amato.

 

2 - Un secondo motivo della gioia d’Israele è la potenza del suo Dio: "Tu sei il Signore, il Dio d’ogni potere e d’ogni forza e non c’è altri fuori di te, che possa proteggere la stirpe d’Israele" (Gdt 9,14). Questa potenza si manifesta in tutta la storia del popolo eletto ed esso vi si abbandona, liberato da ogni paura e sicuro dell’aiuto divino. Perciò ne gioisce (Es 15; Sal 126).

La potenza di Dio creatore fa esultare di gioia le sue creature: "Mi rallegri, Signore, con le tue meraviglie, esulto per l’opera delle tue mani. Come sono grandi le tue opere, Signore, quanto profondi i tuoi pensieri!" (Sal 92,5-6). I cantori ispirati del popolo eletto invitano tutta la creazione a partecipare al loro stato d’animo: "Gioiscano i cieli, esulti la terra, frema il mare e quanto racchiude; esultino i campi e quanto contengono, si rallegrino gli alberi della foresta davanti al Signore che viene" (Sal 96,11-13).

La potenza del Signore è anche potenza che protegge il suo popolo e provvede alle sue necessità: "Egli lo trovò in terra deserta, in una landa di ululati solitari. Lo circondò, lo allevò, lo custodì come pupilla del suo occhio. Come aquila che veglia la sua nidiata, che vola sopra i suoi nati, egli spiegò le sue ali e lo prese, lo sollevò sulle sue ali. Il Signore lo guidò da solo, non c’era con lui alcun dio straniero. Lo fece montare sulle alture della terra e lo nutrì con i prodotti della campagna; gli fece succhiare miele dalla rupe e olio dai ciottoli della roccia; crema di mucca e latte di pecora insieme al grasso di agnelli, arieti di Basan e capri, fior di farina di frumento e sangue di uva, che bevvero spumeggiante" (Dt 32,10-14). Per questo motivo Israele deve avere la gioia che Dio esige come segno dell’amore corrisposto; altrimenti Dio metterà il suo popolo alla prova: "Poiché non avrai servito il Signore tuo Dio con gioia e di buon cuore in mezzo all’abbondanza di ogni cosa, servirai i tuoi nemici che il Signore manderà contro di te, in mezzo alla fame, alla sete, alla nudità e alla mancanza di ogni cosa" (Dt 28,47-48).

La potenza di Dio è anche una potenza che salva dalla schiavitù d’Egitto e in tutti i momenti della storia successiva. L’amore salvante diviene un nuovo incitamento a gioire: "Io gioirò nel Signore, esulterò in Dio mio salvatore" (Ab 3,18). Una salvezza che non solo afferra la storia, ma il cuore dell’uomo. Dio trasforma il loro cuore di pietra in un cuore di carne (Ez 36,26) e così una nuova gioia nascerà in loro: "Hai messo più gioia nel mio cuore di quando abbondano vino e frumento" (Sal 4,8).

Infine la potenza di Dio è una potenza che perdona con innamorata longanimità: "Egli perdona tutte le tue colpe... Non ci tratta secondo i nostri peccati... Come dista l’oriente dall’occidente, così allontana da noi le nostre colpe. Come un padre ha pietà dei suoi figli, così il Signore ha pietà di chi lo teme. Perché egli sa di che siamo plasmati, ricorda che noi siamo polvere" (Sal 103,3-14).

E la commozione di questa misericordia che perdona è nuovo motivo di gioia per Israele: "Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia; nella tua grande bontà cancella il mio peccato. Lavami da tutte le mie colpe, mondami dal mio peccato... Purificami con issopo e sarò mondo; lavami e sarò più bianco della neve. Fammi sentire gioia e letizia, esulteranno le ossa che hai spezzato... Rendimi la gioia di essere salvato" (Sal 51,1-14).

 

3 - Un terzo motivo di gioia per Israele è la presenza di Dio nel tempio e la sua legge. Dio stesso dice a Isaia: "Si godrà e si gioirà sempre di quello che sto per creare, e farò di Gerusalemme una gioia, e del suo popolo un gaudio" (Is 65,18). Gerusalemme infatti "è la gioia di tutta la terra" (Sal 48,3), è la città dell’arca dell’alleanza e del tempio, casa dell’Eterno, santa dimora di Dio che fa trasalire di gioia quanti la amano: "Rallegratevi con Gerusalemme, esultate per essa quanti la amate. Sfavillate di gioia con essa voi tutti che avete partecipato al suo lutto. Così succhierete al suo petto e vi sazierete delle sue consolazioni; succhierete, deliziandovi, all’abbondanza del suo seno. Poiché così dice il Signore: "Ecco io farò scorrere verso di essa, come un fiume, la prosperità; come un torrente in piena la ricchezza dei popoli; i suoi bimbi saranno portati in braccio, sulle ginocchia saranno accarezzati. Come una madre consola un figlio così io vi consolerò; in Gerusalemme sarete consolati. Voi lo vedrete e gioirà il vostro cuore, le vostre ossa saranno rigogliose come erba fresca" (Is 66,10-14). Per gli ebrei non ci sarà più gioia senza Gerusalemme. E la tristezza della lontananza da essa è espressa meravigliosamente nel salmo 137.

Insieme con la gioia della città santa di Dio, scaturisce la gioia delle feste che in essa si celebrano (Sal 100). La festività religiosa che mette il popolo eletto in comunicazione particolare col suo Dio, sarà sempre tripudio di gioia: "Gioirai davanti al Signore tuo Dio tu, tuo figlio, tua figlia, il levita che sarà nelle tue città e l’orfano e la vedova che saranno in mezzo a te" (Dt 16,11).

Israele canta la sua gioia per la legge del Signore: "Beato l’uomo... che si compiace della legge del Signore e la sua legge medita giorno e notte" (Sal 1,2). Il salmo 119 è un grandioso elogio della legge divina: "Nel seguire i tuoi ordini è la mia gioia più che in ogni altro bene" (v. 14); "Mia eredità per sempre i tuoi comandamenti, sono essi la gioia del mio cuore" (v. 111); "Io gioisco per la tua promessa, come uno che trova un grande tesoro" (v. 162); "Desidero la tua salvezza, Signore, e la tua legge è tutta la mia gioia" (v. 174).

Abbiamo accennati alcuni temi della gioia di Dio nell’AT. Giustamente il salmista parla del "Dio della mia gioia e del mio giubilo" (Sal 43,4) e canta: "Con voci di gioia ti loderà la mia bocca... Esulto di gioia all’ombra delle tue ali" (Sal 63,6-8). Veramente davanti al volto di questo Dio il nostro gaudio deve risuonare costantemente: "Beato il popolo che ti sa acclamare e cammina, o Signore, alla luce del tuo volto: esulta tutto il giorno nel tuo nome, nella tua giustizia trova la sua gloria" (Sal 89,16-17). È il Signore che ci indica la via della gioia piena e della dolcezza senza fine: "Mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena nella tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra" (Sal 16,11). Il timorato amante di Dio esorta tutti a lanciare grida di gioia all’Eterno: "Acclami al Signore tutta la terra, gridate, esultate con canti di gioia. Cantate inni al Signore con l’arpa, con l’arpa e con suono del corno acclamate davanti al re, il Signore. Frema il mare e quanto racchiude, il mondo e i suoi abitanti. I fiumi battano le mani, esultino insieme le montagne davanti al Signore che viene" (Sal 98,4-9).

Mirabile estasi di tutto Israele, del mondo e dei suoi abitanti per il Dio della gioia!

 

La gioia di Dio nel Nuovo Testamento

Quello che abbiamo contemplato nella storia d’Israele riguardo alla gioia, non è che l’ombra di ciò che è la gioia di Dio nella vita cristiana.

Questa nuova gioia di Dio ha questi luminosi capisaldi:

 

1 - L’alleanza dell’AT cede il posto alla nuova alleanza nel sangue di Cristo per cui Dio non stringe con noi solo un patto esterno, ma viene ad abitare dentro di noi. E questo Dio è ormai, con esplicita e piena rivelazione, il Padre, il Figlio e lo Spirito santo, la Trinità che inabita nel cristiano. "Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui" (Gv 14,23). "Se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di Dio è perfetto in noi. Da questo si conosce che noi rimaniamo in lui ed egli in noi: egli ci ha fatto dono del suo Spirito... Chiunque riconosce che Gesù è il Figlio di Dio, Dio dimora in lui ed egli in Dio... Chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui" (1Gv 4,12-16). "Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete da Dio, e che non appartenete a voi stessi?" (1Cor 6,19). "Noi siamo il tempio del Dio vivente" (2Cor 6,16).

La nuova alleanza raggiunge così il più mirabile scambio dell’amore fra Dio e noi sulla terra, la più intensa presenza di Colui che amiamo in noi. In questa singolare presenza del nostro Bene infinito, l’esperienza dell’amore raggiunge termini meravigliosi e la gioia nuova che ne scaturisce è inesprimibile. A maggior ragione per il cristiano, rispetto al pio israelita, Dio è più decisamente il "suo Dio". L’amore di Dio raggiunge la sua pienezza nel farci "partecipi della natura divina" (2Pt 1,4) e suoi figli adottivi (Gal 4,5) così che siamo chiamati e siamo veramente figli di Dio (1Gv 3,1). Nessuno più di noi ha conosciuto il cuore del Padre chino amorevolmente su di noi. Nessuno più di noi può conoscere la gioia profonda che nasce da un simile patto nuovo per cui Dio è in noi e noi in Dio. Perciò molto più a ragione che tutti i profeti e gli amici del Dio dell’AT, san Paolo può dirci: "Rallegratevi nel Signore sempre; ve lo ripeto ancora, rallegratevi" (Fil 4,4).

L’immagine gioiosa del matrimonio usata nell’AT per esprimere la delicatezza e l’intimità d’amore fra Israele e Dio, acquista nel NT un valore più significativo e più consistente e introduce in forme impensate di intimità che fanno scaturire gioie inimmaginabili. Così si esprimono i mistici feriti dalla piaga d’amore del loro Dio che li abita e li trasforma. Quell’alleanza inaugurata nell’AT che dava tanta gioia a Israele, approda, nel NT, al suo termine definitivo. "Lo sposalizio di Dio con il genere umano si realizza nello stesso essere di Gesù allorché, incarnandosi, il Verbo si fa capo dell’umanità redenta... Il mistero dell’alleanza entrato nella storia imperfettamente attraverso l’AT, diventa perfetto con l’Incarnazione e la sua ultima conseguenza, la Croce" (Grelot).

 

2 - La gioia cristiana è ancora appoggiata alla potenza di Dio che nel NT manifesta le sue opere più meravigliose. La potenza divina, che ha assistito tutta la storia d’Israele, si manifesta maggiormente "nella pienezza dei tempi" quando la "liberazione" acquisisce il senso interiore e soprannaturale della redenzione attuata. Qui la nostra gioia scaturisce dal senso della trasformazione operata in noi da Dio per Cristo, con Cristo e in Cristo. Con tale trasformazione acquistiamo un modo nuovo di intendere e di sperimentare la potenza di Dio. Siamo diventati in Cristo una nuova creatura (2Cor 5,17), abbiamo rivestito l’uomo nuovo (Col 3,10): Dio che ci aveva così mirabilmente creati, ci ha "ricreati" ancora più mirabilmente. Di conseguenza abbiamo anche una nuova visione di tutta la creazione: "La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio... e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio" (Rm 8,19-21). In tale visione delle cose c’è una nuova ragione per essere sempre pieni di gioia. La potenza di Dio attua il disegno di salvezza in Cristo e così il cristiano ha la gioia di sperimentare un amore che si piega verso di lui fino a risolvere il dramma doloroso e triste della solitudine dell’uomo: "È lui infatti che ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio diletto per opera del quale abbiamo la redenzione, la remissione dei peccati" (Col 1,13). Dio non ci libera solo da schiavitù esterne e da nemici esteriori, ma dal Maligno e dal peccato. E il Padre compie tutto questo mandando il Figlio, espressione massima dell’amore di Dio per noi: "Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui" (Gv 3,16-17). Non c’è motivo più grande di questo per la nostra gioia: scoprire la tenerezza dell’amore di Dio rivelatosi a noi in Cristo.

Dio manifesta la sua onnipotenza soprattutto nel perdonare e nell’usare misericordia. L’incarnazione del Verbo è la misura più impensabile della volontà di perdono da parte di Dio. Il nome Gesù è un programma; significa "Dio salva": "Egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati" (Mt 1,21).

 

3 - La gioia del NT ha infine la sua beatificante novità nella nuova presenza di Dio-Amore in noi. Il tempio di Dio non è più Gerusalemme, ma l’uomo dove Egli abita, in comunione di amore con lui. La nostra gioia è più reale, più intima, più estasiante: "Noi siamo il tempio del Dio vivente" (2Cor 6,16). La prova più alta dell’amore di Dio sulla terra sta in questa misteriosa, ma reale inabitazione. Dice s. Agostino, commentando la Scrittura: "Siate giocondi, o giusti. Già, forse, i fedeli udendo: siate giocondi, pensando ai conviti, preparano i bicchieri, aspettano il momento di coronarsi di rose... Stai attento a quel che segue: nel Signore... Tu aspetti la primavera per far allegria; la tua gioia è nel Signore, egli è sempre con te, e non in una sola stagione; lo hai di notte, lo hai di giorno... da lui ti verrà sempre la gioia". E ancora: "E la nostra società sia con Dio Padre, e in Gesù Cristo Figlio di Lui. E questo, dice san Giovanni, ve lo scriviamo, affinché la vostra gioia sia piena. Dice che la gioia sia piena in quella società, in quella carità, in quella unità". E infine: La vita beata è proprio questa: godere tendendo a Te, godere di Te, godere a causa di Te; questo e non altro. Quelli che credono che ce ne sia un’altra, vanno dietro ad un’altra gioia e non a quella vera. Ed anche allora la loro volontà sta attaccata ad una certa immagine di gioia".

Sull’antica legge perfezionata, spunta come culmine della novità cristiana, il comandamento nuovo: "Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri" (Gv 13,34). Il NT è tutto investito dall’amore, respira nell’amore e nell’amore si risolve. Il frutto immediato della presenza di Dio nei giusti è, insieme all’amore, la gioia (Gal 5,22). Di conseguenza si capisce la novità della gioia della festa nel nuovo culto di Dio dopo la redenzione. La gioia non nasce più da un tempio di pietre, ma nel comunicare con l’innamorante mistero della morte e risurrezione di Cristo, con la Pasqua eucaristica, con il giubilo universale per la salvezza, con Dio Trinità, tutto amore, beatitudine e sollecitudine per l’uomo, contemplato in terra attraverso la fede. Dio è veramente "il Dio della mia gioia e del mio giubilo" (Sal 43,4). Lo cercheremo allora, costantemente, con l’atteggiamento dei salmi: "Gioisco in te ed esulto, canto inni al tuo nome, o Altissimo" (Sal 9,3). "Esulterò di gioia per la tua grazia" (Sal 31,8).

LA GIOIA CRISTIANA

 

La gioia attraverso Cristo

La gioia cristiana, per essere tale, deve passare attraverso Gesù Cristo. La gioia di Dio si ottiene per la mediazione del Verbo incarnato: egli è la strada della nostra gioia. È lui che ci fa conoscere più pienamente Dio; è lui che ci permette di gioire della verità; è lui che ci comunica la vita divina. L’incarnazione è la più grande rivelazione del mistero di Dio nascosto e invisibile. Così la gioia dell’invisibile Dio passa per la gioia di Cristo, Dio fatto uomo e visibile ai nostri occhi. "Noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità" (Gv 1,14); "Noi abbiamo udito, noi abbiamo veduto con i nostri occhi, noi abbiamo contemplato e le nostre mani hanno toccato il Verbo della vita," (1Gv 1,1). È attraverso l’umanità del Verbo incarnato che proviamo il giubilo della gloria divina manifestata a noi. Per arrivare alla contemplazione di Dio-Trinità dobbiamo passare attraverso la contemplazione insistente dell’umanità di Gesù salvatore e delle sue santissime piaghe.

 

Gesù Cristo è veramente la strada obbligata della gioia cristiana.

 

La nostra gioia da Cristo

È veramente meraviglioso vedere come Cristo genera in noi la sua gioia e come questa si espande dentro di noi: essa è immediatamente sentita come qualcosa che promana da Lui. Ricordiamo alcune testimonianze esplicite per capirlo. La prima epifania gioiosa del Cristo la si ha quando il saluto di Maria, che porta il Salvatore nel suo seno, raggiunge Elisabetta: Giovanni Battista esulta di gioia nel seno di lei (Lc 1,44).

Alla natività di Cristo l’angelo annunzia ai pastori "una grande gioia" (Lc 2,10). Quando i Magi vedono nuovamente la stella che li conduce a Cristo "provano una grandissima gioia" (Mt 2,10). Zaccheo riceve Gesù nella sua casa "pieno di gioia" (Lc 19,6). Nel giorno dell’ingresso messianico in Gerusalemme "tutta la folla dei discepoli, esultando, cominciò a lodare Dio a gran voce per tutti i prodigi che avevano veduto" (Lc 19,37). E questi sono solamente alcuni degli episodi di gioia suscitata dalla presenza di Cristo nel vangelo. Ma vogliamo segnalare distintamente le principali ragioni che costituiscono la trama essenziale della nostra gioia riguardo al Redentore divino, seguendo i misteri della sua vita sul dettato della rivelazione.

 

1 - C’è la gioia dell’attesa. Gli annunzi profetici del Salvatore sono carichi di parole gioiose e di trasalimenti di felicità. "Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse. Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia. Gioiscono davanti a te come si gioisce quando si miete e come si gioisce quando si spartisce la preda... Poiché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il segno della sovranità ed è chiamato: Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace; grande sarà il suo dominio e la pace non avrà fine" (Is 9,1-6; cfr. Mt 4,14-15 e liturgia del Natale). "Esulta grandemente, figlia di Sion, giubila figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro di asina. Farà sparire i carri da Efraim e i cavalli da Gerusalemme, l’arco di guerra sarà spezzato, annunzierà la pace alle genti, il suo dominio sarà da mare a mare e dal fiume ai confini della terra" (Zc 9,9-10; cfr Mt 21,1-7).

Ma la gioia profetica è stata preceduta già dalla gioia dei patriarchi. E lo dirà Gesù stesso: "Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e se ne rallegrò" (Gv 8,56).

 

2 - C’è la gioia dell’Incarnazione e del Natale. Annunziata dall’angelo (Lc 2,10), scoperta dai pastori (Lc 2, 20) e dai magi (Mt 2,10), manifestata dal vecchio Simeone e dalla profetessa Anna (Lc 2,25-38). La gioia per la venuta di Cristo ha una molteplice motivazione. È innanzitutto la gioia per l’opera più grande compiuta da Dio: l’unione della natura divina e della natura umana nell’unica persona del Figlio di Dio. Per questo mirabile mistero san Giovanni Crisostomo ha detto: "Colui che è, viene nel mondo, colui che è, diventa ciò che non era: essendo Dio, infatti, ecco che si fa uomo, ma non cessa per questo di essere Dio, si fa uomo senza che la divinità subisca mutamento, né è da credere che egli essendo uomo, sia diventato Dio per successive approssimazioni. Si è fatto carne restando ciò che era: il Verbo, e senza che la sua propria natura si sia modificata". Come non essere nella gioia profonda considerando questo singolarissimo avvenimento a cui ha preso parte tutta la santissima Trinità, mostrando un amore infinito? Questo avvenimento è il centro di tutta l’opera di Dio, ci fa vedere Dio con noi, che diventa uno di noi; rende visibile l’Amore e la Verità; esso realizza le nozze del Verbo con la natura umana, con l’umanità. Dice sant’Agostino: "Nel seno della Vergine si sono uniti lo sposo e la sposa, il Verbo e la carne, perché il Verbo è lo sposo e la carne umana la sposa, e queste nature formano un solo Figlio di Dio, un solo e medesimo figlio dell’uomo... Quando il Figlio di Dio è uscito come uno sposo dal letto nuziale, ossia dal seno verginale di Maria, era già unito con una ineffabile alleanza alla natura umana". Per questo i Padri della Chiesa dicono che nell’incarnazione "c’era in Cristo Gesù tutta l’umanità" (s. Cirillo di Alessandria) e che egli "assume in sé tutta la natura umana" (s. Ilario) per portarla tutta al Calvario (s. Cipriano), risuscitarla (s. Gregorio di Nissa) e salvarla. L’incarnazione del Verbo è una specie di concorporazione di tutti gli uomini in Cristo (s. Ilario): l’inizio del corpo mistico di Cristo nel quale tutti gli uomini sono invitati ad entrare come membra vive. Il tema dello sposalizio, già espresso nell’AT tra Dio-sposo e Israele-sposa, nell’Incarnazione diventa una realtà piena e definitiva: Dio si unisce in modo indissolubile ed eterno all’umanità. Dio e gli uomini si uniscono per sempre nella buona e nella cattiva sorte, nella morte e nella vita. È avvenuto un mirabile scambio: "Dio si è fatto uomo affinché l’uomo diventasse Dio" (s. Agostino). In questo ammirabile scambio avvenuto nell’incarnazione noi vi troviamo l’enorme nostro bene realizzato nella esaltazione della natura umana. La gioia del Natale scaturisce dalla contemplazione dell’inizio del nostro stupendo destino di redenti e del nostro ritorno al paradiso. "In questo giorno è stata piantata sulla terra la condizione dei cittadini celesti, gli angeli entrano in comunione con gli uomini, i quali si intrattengono senza timore con gli angeli. Ciò perché Dio è sceso sulla terra e l’uomo è salito al cielo. Ormai non c’è più separazione fra cielo e terra, tra angeli ed esseri umani" (s. Giovanni Crisostomo). La liturgia bizantina esclama: "O mondo, alla notizia (del parto verginale di Maria) canta e danza: con gli angeli e i pastori glorifica Colui che ha voluto mostrarsi bambino, il Dio di prima dei secoli".

Gioia dell’amore, gioia dell’unione, altissime tenerezze del gaudio sovrabbondante e luminosissimo!

 

3 - C’è la gioia pasquale. Essa tocca i vertici più alti e scoppia definitivamente nella risurrezione, completamento indispensabile alla morte del Signore e alla nostra salvezza. I vangeli sprizzano il fuoco beatificante della gioia che passa dagli angeli a Maria Maddalena, agli apostoli, ai discepoli di Emmaus. Sulla fede sconcertata di tutti i suoi, Gesù getta la luce della sua vita gloriosa, li illumina e li rallegra. "Abbandonato in fretta il sepolcro, con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annunzio ai suoi discepoli" (Mt 28,8). "I discepoli gioirono al vedere il Signore" (Gv 20,20).

La risurrezione dimostra la divinità di Cristo ed è spiegazione luminosa e fondamento incrollabile della nostra fede in lui e della nostra novità cristiana. Questo è il Cristo di cui siamo testimoni nel nostro tempo.

Nella notte di pasqua la chiesa esprime la sua gioia con il canto dell’ "Exultet", dove cielo e terra, angeli e uomini, sono chiamati ad esultare per la vittoria del re: "Esultino i cori degli angeli del cielo; si celebrino nel gaudio i misteri divini e la tromba della salvezza annunci la vittoria del re. Si rallegri anche la terra... goda pure la madre Chiesa..." È l’impeto del gaudio pasquale.

 

4 - C’è la gioia dell’Ascensione e della Pentecoste. Dopo il fatto dell’ascensione "essi tornarono a Gerusalemme con grande gioia" (Lc 24,52). Salendo al cielo e sedendo alla destra del Padre, Cristo è costituito Signore degli angeli, degli uomini e dell’universo intero. Un uomo, uno di noi è assiso alla destra del Padre, in piena uguaglianza con lui ed è Signore come lui. Gesù prima di lasciarci ci ha fatto una promessa: "Io vado a prepararvi un posto; quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi porterò con me, perché siate anche voi dove sono io" (Gv 14,2-3). Scrive Paolo: "Dio ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amati, da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo: per grazia infatti siete stati salvati. Con lui ci ha anche risuscitati e ci ha fatti sedere nei cieli, in Cristo, per mostrare nei secoli futuri la straordinaria ricchezza della sua grazia mediante la sua bontà verso di noi in Cristo Gesù" (Ef 2,4-7).

A quale altezza e perfezione Dio ha condotto l’uomo e il mondo intero! Quanto è avvenuto al Redentore è modello e premessa di quanto accadrà a noi e all’universo.

La gioia dell’Ascensione si fa preludio della gioia della Pentecoste. Gesù aveva detto: "È bene per voi che io me ne vada, perché se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore; ma quando me ne sarò andato, ve lo manderò" (Gv 16,7). Ci soffermeremo subito nelle pagine seguenti a parlare più diffusamente della gioia cristiana, dono dello Spirito. Qui ci basta ricordare che la Pentecoste, che è la pienezza della pasqua, inaugura nella chiesa e in noi, la gioia dello Spirito Santo.

 

La gioia cristiana

La radice della gioia di Cristo è entrata in noi col battesimo e la confermazione e cresce quanto più viviamo del suo amore e cresciamo in Lui. L’apostolo Paolo ci ammaestra a fare tutto con Gesù: "Tutto quello che fate in parole e opere, tutto si compia nel nome del Signore Gesù, rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre" (Col 3,17). Dobbiamo compenetrarci in Lui fino a poter dire con tutta verità: "Sono stato crocefisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me" (Gal 2,20); "Per me vivere è Cristo e morire un guadagno" (Fil 1,21). Perché questo accada bisogna fare le scelte coraggiose dell’apostolo: "Io ritenni di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocefisso" (1Cor 2,2); "Quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Gesù Cristo. Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato in lui... E questo perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte, con la speranza di giungere alla risurrezione dai morti" (Fil 3,7-11).

E quando né tribolazione, né angoscia, né fame, né nudità, né spada, né morte, né vita, né alcunché di creato ci separeranno dall’amore di Cristo (Rm 8,35-38), allora la gioia sarà perfetta.

Così il cristiano si espande in Gesù e canta la tenerezza gioiosa di sentirsi posseduto da lui.

Di conseguenza si comprende come il motivo più profondo della tristezza dell’uomo è non conoscere Cristo, e soprattutto separarsi da lui e combatterlo. Nel vangelo c’è una dimostrazione violenta della tenebra amara di chi non vuole riconoscere il Redentore. È quella dei farisei che sono una terra d’ombra, un punto di oscurità, un cumulo di livore, di amarezza, di disperato affanno. Come per essi, così per tutti i contraddittori di Gesù, uscire da Lui "Luce vera che illumina ogni uomo" (Gv 1,9) è trovare sempre tristissima notte, senza alba e senza sole.

 

LA GIOIA CRISTIANA DONO DELLO SPIRITO

 

Gioia e amore sono due termini che si richiamano sempre. Ed è perciò che nella gioia cristiana ha parte determinante lo Spirito Santo, lo Spirito dell’Amore. Essa è un dono di Lui: "Frutto dello Spirito è... la gioia" (Gal 5,22). Per questo gli Atti dicono che "i discepoli erano pieni di gioia e di Spirito Santo" (At 13,52), e san Paolo scrive che i Tessalonicesi "avevano accolto la parola con la gioia dello Spirito Santo anche in mezzo a grande tribolazione" (1Ts 1,6), perché "il regno di Dio non è questione di cibo o di bevanda, ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo" (Rm 14,17). Tutto questo non è parola sonante, ma esatta realtà. "Lo Spirito Santo non è oscuro o mesto: Egli è la gioia dell’amore. L’esistenza stessa dello Spirito Santo proclama la forza della gioia d’amore e l’inesauribile eternità di questa gioia" (Galot). Lo Spirito Santo Amore ha in sé la fonte della gioia. E siccome ci è stato dato come dono supremo dell’amore del Padre e del Figlio, è sempre attraverso di lui che, in definitiva, passa la gioia di Cristo e di Dio.

 

Lo Spirito d’amore e di santificazione

L’AT ci annunzia la promessa di Dio che vuole espandere il suo Spirito: "Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno Spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio Spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei statuti e vi farò osservare e mettere in pratica le mie leggi. Abiterete nella terra che io diedi ai vostri padri; voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio" (Ez 36,26-28).

"L’ equivalenza che la profezia mette tra Spirito e cuore ci fa capire meglio ciò che è l’effusione dello Spirito divino. Quando Dio vuol mettere il suo Spirito negli uomini, si può dire che Egli vuol donare loro il suo proprio cuore, rimpiazzare il loro cuore con il Suo, o rifare loro un cuore ad immagine del Suo. Lo Spirito Santo è il cuore di Dio. Il cuore divino del Padre e del Figlio che comunicandosi agli uomini forma in essi un cuore nuovo" (Galot). Lo Spirito Santo è il cuore di Dio che diventa il cuore dell’uomo. È l’Amore che ci investe, ci trasforma e ci fa amare come Lui ama: da questa sinfonia di amore nasce la gioia. Lo Spirito Santo è l’anello di congiunzione dello straordinario scambio d’amore fra Dio e noi. La gioia cristiana dell’amore è perciò marcata dall’azione dello Spirito Santo. "L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato" (Rm 5,5). Di conseguenza lo Spirito Santo ci rende "spirituali" e "santi". È l’ospite divino che opera in noi affinché "Dio sia tutto in tutti" (1Cor 15,28). È l’ospite dolce dell’anima che la unisce sempre più a Cristo. È Lui "che attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio" (Rm 8,16) perché "tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio" (Rm 8, 14). Noi siamo il tempio di Dio, e lo Spirito di Dio abita in noi (1Cor 3,17). Dio ci ha scelti per la salvezza attraverso l’opera santificatrice dello Spirito e la fede nella verità (2Ts 2,13). Lo Spirito è il principio della nostra vita divina: siamo stati generati da Dio (Gv 1,13) nascendo dall’acqua e dallo Spirito (Gv 3,5). Siamo stati lavati, santificati e giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio (1Cor 6,11). È infatti lo Spirito che trasforma le nostre persone e produce in noi la risurrezione e la vita eterna. "Se lo Spirito di Colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, Colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo dello Spirito che abita in voi" (Rm 8,11). È Lui "che viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi con gemiti inesprimibili; e Colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito perché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio" (Rm 8,26-27).

Diceva Origene: "Se chi crede è munito della forza dello Spirito Santo, è certo che ha sempre la pienezza della gioia e della pace".

 

Conclusione

"State sempre lieti...: questa è infatti la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi" (1Ts 5,18).

La gioia è un nostro dovere di uomini e di cristiani.

È la testimonianza più credibile e avvincente. La gioia che emana dal cristiano non può essere un fatto eccezionale, come un abito che si indossa nelle feste solenni: deve essere un fatto quotidiano, feriale, perché Dio, nostra gioia, è con noi e dentro di noi tutti i giorni, fino alla fine del mondo (Mt 28,20).

 

  1. 1.      Incontro.

 

Dal Vangelo secondo Giovanni (15,11-18)

Gesù disse ai suoi discepoli: “Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l'ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri. Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me”.

 

Da notare:

-          Gesù offre la sua gioia. Ma lui sta per essere messo a morte: come può gioire? Gioisce perché sa di fare l’obbedienza al Padre e salvare gli uomini. La gioia del suo sacrificarsi è dunque regalata a noi.

-          Il sacrificio della croce è dono d’amore. Perciò Gesù regala la sua gioia a chi vivrà l’amore, come lui, fino in fondo. L’amore diventa un comandamento (un forte appello!) per i discepoli di Gesù.

-          L’amore-comandamento si identifica in una vita spesa per gli altri (dare la vita). Non estranei, ma “amici”.

 

  1. 2.      Laboratorio

-          Cartellone con i simboli che possono richiamare la gioia.

-          Cartellone con immagini che richiamano la gioia dell’amicizia e del servizio.

-          Cartellone con le caratteristiche descrittive della gioia vera.

 

  1. 3.      Esperienza

Diverse per età a scelta dei catechisti:

-          Visita a dei malati e portare loro biglietti e auguri e doni?

-          Racconti di gioia vera

-          Ecc. secondo fantasia e creatività.

 
Progetto Catechismo prima Comunione PDF Stampa E-mail

Anno Catechistico 2010-2011. I bambini che vivono il terzo anno in preparazione alla prima Comunione, potranno usufruire del seguente progetto che chiamiamo “Progetto Grano e Pane”. Prende le mosse dal progetto dell’OratorioEstate10.

 Obiettivo – Attraverso la storia del grano e del pane condurre i bambini a comprendere il valore del Pane eucaristico.

 Mete.

Ottobre/novembre: lavorazione della terra e semina.

Dicembre/febbraio: l’attesa paziente e il dono del chicco di grano.

Marzo/maggio: la spiga, il grano, la farina e il pane. L’Eucaristia.

  

 1.                     LA TERRA.

 

La terra è come una madre, è come un padre: provvede tutto il necessario per i suoi figli. La terra è un dono che Dio offre agli uomini prima ancora che nascano: noi la terra l’abbiamo trovata.

 È sulla terra che viviamo, ci muoviamo, facciamo le cose, cresciamo.

 Se la terra ci precede, è anche vero che non può essere abbandonata. Perché porti frutto occorre ‘lavorare’ la terra, seguirla, curarla. Così come occorre ‘tenerla bene’ e non inquinarla.

 

 Sacra Pagina.

 Dal Libro della Genesi (1,1-2,4a).

1] In principio Dio creò il cielo e la terra.

2] Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l'abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque.

3] Dio disse: "Sia la luce!". E la luce fu.

4] Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre

5] e chiamò la luce giorno e le tenebre notte. E fu sera e fu mattina: primo giorno.

6] Dio disse: "Sia il firmamento in mezzo alle acque per separare le acque dalle acque".

 

7] Dio fece il firmamento e separò le acque, che sono sotto il firmamento, dalle acque, che son sopra il firmamento. E così avvenne.

8] Dio chiamò il firmamento cielo. E fu sera e fu mattina: secondo giorno.

9] Dio disse: "Le acque che sono sotto il cielo, si raccolgano in un solo luogo e appaia l'asciutto". E così avvenne.

10] Dio chiamò l'asciutto terra e la massa delle acque mare. E Dio vide che era cosa buona.

11] E Dio disse: "La terra produca germogli, erbe che producono seme e alberi da frutto, che facciano sulla terra frutto con il seme, ciascuno secondo la sua specie". E così avvenne:

12] la terra produsse germogli, erbe che producono seme, ciascuna secondo la propria specie e alberi che fanno ciascuno frutto con il seme, secondo la propria specie. Dio vide che era cosa buona.

 13] E fu sera e fu mattina: terzo giorno.

14] Dio disse: "Ci siano luci nel firmamento del cielo, per distinguere il giorno dalla notte; servano da segni per le stagioni, per i giorni e per gli anni

15] e servano da luci nel firmamento del cielo per illuminare la terra". E così avvenne:

16] Dio fece le due luci grandi, la luce maggiore per regolare il giorno e la luce minore per regolare la notte, e le stelle.

 17] Dio le pose nel firmamento del cielo per illuminare la terra

18] e per regolare giorno e notte e per separare la luce dalle tenebre. E Dio vide che era cosa buona.

19] E fu sera e fu mattina: quarto giorno.

20] Dio disse: "Le acque brulichino di esseri viventi e uccelli volino sopra la terra, davanti al firmamento del cielo".

21] Dio creò i grandi mostri marini e tutti gli esseri viventi che guizzano e brulicano nelle acque, secondo la loro specie, e tutti gli uccelli alati secondo la loro specie. E Dio vide che era cosa buona.

22] Dio li benedisse: "Siate fecondi e moltiplicatevi e riempite le acque dei mari; gli uccelli si moltiplichino sulla terra".

23] E fu sera e fu mattina: quinto giorno.

24] Dio disse: "La terra produca esseri viventi secondo la loro specie: bestiame, rettili e bestie selvatiche secondo la loro specie". E così avvenne:

25] Dio fece le bestie selvatiche secondo la loro specie e il bestiame secondo la propria specie e tutti i rettili del suolo secondo la loro specie. E Dio vide che era cosa buona.

 26] E Dio disse: "Facciamo l'uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra".

 27] Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò.

28] Dio li benedisse e disse loro: "Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente,

che striscia sulla terra".

29] Poi Dio disse: "Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra e ogni albero in cui è il frutto, che produce seme: saranno il vostro cibo.

30] A tutte le bestie selvatiche, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli esseri che strisciano sulla terra e nei quali è alito di vita, io do in cibo ogni erba verde". E così avvenne.

 31] Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona. E fu sera e fu mattina: sesto giorno.

2,1] Così furono portati a compimento il cielo e la terra e tutte le loro schiere.

2] Allora Dio, nel settimo giorno portò a termine il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro.

3] Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perché in esso aveva cessato da ogni lavoro che egli creando aveva fatto. 4a]Queste le origini del cielo e della terra, quando vennero creati.

 

Laboratorio.

Disegnamo e coloriamo i bei doni che la terra ogni giorno ci offre.

 Come ciascuno di noi utilizza i doni della terra.

 Salmo 8

O Signore, nostro Dio,

quanto è grande il tuo nome su tutta la terra:

sopra i cieli si innalza la tua magnificenza.

Con la bocca dei bimbi e dei lattanti

affermi la tua potenza contro i tuoi avversari,

per ridurre al silenzio nemici e ribelli.

Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita,

la luna e le stelle che tu hai fissate,

che cosa è l'uomo perché te ne ricordi

e il figlio dell'uomo perché te ne curi?

Eppure l'hai fatto poco meno degli angeli,

di gloria e di onore lo hai coronato:

gli hai dato potere sulle opere delle tue mani,

tutto hai posto sotto i suoi piedi;

tutti i greggi e gli armenti,

tutte le bestie della campagna;

Gli uccelli del cielo e i pesci del mare,

che percorrono le vie del mare.

O Signore, nostro Dio,

quanto è grande il tuo nome su tutta la terra.

  2.                     Terra da ‘lavorare’.

 

 Prima di raccogliere i frutti, prima di veder crescere le piante, occorre arare la terra e dissodarla.

 L'aratura è una tecnica di lavorazione del terreno che si prefigge lo scopo di creare un ambiente ospitale per le piante coltivate. È eseguita in genere con l'aratro, strumento che pratica il taglio e il rovesciamento di un blocco di terreno. In tal modo la terra si rompe, non resta compatta e favorisce la semina (l’ingresso del seme) e l’espansione delle radici.

 Se la terra dopo un lungo periodo di siccità rimanesse intoccata, risulterebbe ‘dura e compatta’. Ponendovi dei semi, resterebbero sopra, fuori.

 Così è anche per ciascuno di noi. Provando a pensarci come fossimo terra, se rimaniamo ‘chiusi’ in noi stessi, nelle nostre idee, senza confrontarci con gli altri, senza ascoltare, senza parlare, non accoglieremmo nessuna parola, nessun consiglio. Non saremmo in grado di accogliere gli altri. Come su di un sasso, tutto scivolerebbe sopra.

 Occorre ogni tanto che ‘ariamo’ noi stessi. Quando papà e mamma ci danno un consiglio e ascoltiamo e accogliamo le loro parole, è come quando si ara la terra: apriamo un solco perché qualcosa di buono vi venga seminato.

 Farsi attraversare dall’aratro sembra doloroso: la terra, infatti, viene tagliata e girata. Ma quel taglio e quel movimento producono un bene. Occorre essere pazienti e saper aspettare con speranza.

 Ci ricorda san Paolo nella prima Lettera ai Corinzi: “Poiché colui che ara deve arare nella speranza di avere la sua parte (9,10).

 E san Giacomo nella sua Lettera scrive: “Siate dunque pazienti, fratelli. Guardate l'agricoltore: egli aspetta pazientemente il prezioso frutto della terra finché abbia ricevuto le piogge d'autunno e le piogge di primavera (5,7).


Un consiglio, una parola che ci riprende e ci corregge forse può provocarci dolore, perché non coincide con ciò che pensiamo. Ma se chi ci parla ci ama, quel dolore momentaneo passerà presto, perché il consiglio o la parola porteranno buon frutto. Occorre pazientare e vivere nella speranza.

La terra arata è una terra ‘aperta’, pronta ad accogliere il seme. È una terra disponibile e generosa perché si mette a disposizione.

Si ‘pre-para’, cioè ‘sta-pronta-per’.

 Cosa occorre per essere preparati? Come si fa a vivere ‘aperti-per’? Come vivere nella pazienza e nella speranza?

 Occorre scoprire tre parole importantissime: l’attenzione, l’ascolto, l’accoglienza.

 L’attenzione.

Ci capita di dimenticare dove posiamo delle cose che ci sono utili. Qualche volta dimentichiamo anche degli impegni. Succede di non ricordare delle parole o dei consigli che ci sono stati suggeriti. Perché succede? Perché non siamo ‘concentrati’.

 

L’attenzione è atteggiamento di concentrazione: il cuore, la mente e tutto noi stessi vigilanti.

Siamo attenti quando non ci lasciamo distrarre da altre cose.

Siamo attenti quando chi è davanti a noi e le parole che ci dice sono in quel momento ciò che è più importante.

 

L’ascolto.

Ascoltare è ospitare. Non è funzione dell’udito solamente, ma anche dell’intelligenza e del cuore. Se ‘sentiamo’ le parole dell’altro mentre stiamo guardando un film, non prestiamo attenzione e non ascoltiamo. Se ascoltiamo le parole dell’altro, allora le ospitiamo in noi, nella nostra intelligenza e nel nostro cuore.

Solo grazie all’ascolto possiamo incontrare gli altri e Dio che ci parlano.

 

Quanti rumori sentiamo tutto il giorno e ppure non ci sono utili per crescere. Quante parole sentiamo e non ci servono. Ma le parole di chi ci ama, ascoltate con attenzione e ospitate in noi, ci aiutano a crescere.

 

L’accoglienza.
Chi è attento e ascolta, accoglie. Accogliere significa lasciare in se stessi uno spazio all’altro. Accogliamo quando non siamo ‘pieni di noi’ e non facciamo tutto da soli.

Se non abbiamo già pensato a tutto e deciso tutto, allora le parole e i consigli dell’altro trovano uno spazio nella nostra intelligenza e nel nostro cuore. Siamo accoglienti. 

 Attenti, in ascolto e accoglienti: davvero siamo pronti per ricevere il seme in noi, come fossimo buona terra.

Da tutto ciò verrà la pianta e il suo frutto. Questa è speranza.

 Laboratorio.

Suddivisi in gruppetti, disegnare delle vignette in cui i personaggio sono disattenti e attenti; distratti e in ascolto; chiusi e accoglienti.

 Andiamo a vedere l’aratura del ‘nostro campo.

 3.                       La semina.

 

 

Sacra Pagina.

 

 

Dal vangelo di Matteo (capitolo 23)

Gesù parlò di molte cose in parabole.

E disse: "Ecco, il seminatore uscì a seminare.

E mentre seminava una parte del seme cadde sulla strada e vennero gli uccelli e la divorarono.

Un'altra parte cadde in luogo sassoso, dove non c'era molta terra; subito germogliò, perché il terreno non era profondo. Ma, spuntato il sole, restò bruciata e non avendo radici si seccò.

Un'altra parte cadde sulle spine e le spine crebbero e la soffocarono.

Un'altra parte cadde sulla terra buona e diede frutto, dove il cento, dove il sessanta, dove il trenta.

   Voi dunque intendete la parabola del seminatore:

tutte le volte che uno ascolta la parola del regno e non la comprende, viene il maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada.

Quello che è stato seminato nel terreno sassoso è l'uomo che ascolta la parola e subito l'accoglie con gioia, ma non ha radice in sé ed è incostante, sicché appena giunge una tribolazione o persecuzione a causa della parola, egli ne resta scandalizzato.

Quello seminato tra le spine è colui che ascolta la parola, ma la preoccupazione del mondo e l'inganno della ricchezza soffocano la parola ed essa non dà frutto.

Quello seminato nella terra buona è colui che ascolta la parola e la comprende; questi dà frutto e produce ora il cento, ora il sessanta, ora il trenta".

 Un'altra parabola espose loro così: "Il regno dei cieli si può paragonare a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo.

Ma mentre tutti dormivano venne il suo nemico, seminò zizzania in mezzo al grano e se ne andò.

Quando poi la messe fiorì e fece frutto, ecco apparve anche la zizzania.

Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: Padrone, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene dunque la zizzania?

Ed egli rispose loro: Un nemico ha fatto questo. E i servi gli dissero: Vuoi dunque che andiamo a raccoglierla?

No, rispose, perché non succeda che, cogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano.

Lasciate che l'una e l'altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Cogliete prima la zizzania e legatela in fastelli per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio".

 Un'altra parabola espose loro: "Il regno dei cieli si può paragonare a un granellino di senapa, che un uomo prende e semina nel suo campo.

Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande degli altri legumi e diventa un albero, tanto che vengono gli uccelli del cielo e si annidano fra i suoi rami".

  Laboratorio

Disegnamo le sequenze delle parabole di Gesù.

Recitiamo le parabole di Gesù.

 

Andiamo insieme a seminare i chicchi di grano nel ‘nostro’ campo.

 

 

 4.                       Cosa fa un chicco di grano

in terra?

 I disegni mostrano bene tutto ciò che fa un chicco di grano seminato in terra.

 

In inverno, dopo essere stato seminato, il chicco di grano riposa. L’acqua lo irrora; se nevica la neve protegge la terra dalle gelate.

 

Poi il chicco di grano inizia ad aprirsi. Verso il basso spuntano le radici per alimentarsi e alimentare la piantina; verso l’alto germogliano le prime foglioline.

 

In primavera crescerà la paintina e prenderà la forma di una spiga verde.

 In estate la spiga maturerà e diventerà gialla, colma di tanti chicchi di grano.

 

Dunque: cosa fa un chicco di grano in terra? Attende e si prepara a diventare un dono e una grande ricchezza.

Da un chicco ci viene donata una spiga colma di chicchi. Come dire: da una cosa buona, moltissime cose buone.

 

Lo stesso vale per noi. Ogni opera vissuta bene, ogni parola sicera di affetto e amicizia, ogni gesto di amore, ogni sacrificio di aiuto,  anche piccolo, semplice, produce moltissimo bene.

 

Da ogni ‘chicco’ di bene nasce una ‘spiga’ di bene.

 

Il chicco di grano per crescere e produrre la pianta deve ‘morire’. Quel ‘morire’ indica un sacrificio necessario ma quanto mai utile.

 

Ascoltare, amare, fare il bene: tutto richiede un ‘morire’ al nostro egoismo. Le cose più belle richiedono il nostro sacrificio.

Anche solo ascoltare qualcuno significa ‘morire’ alle nostre parole e ai nostri nteressi per dare spazio all’altro. Ci guadagnamo il dono dell’altro.

 

Sacra Pagina

   Dal Vangelo: di Giovanni

In quel tempo, tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c'erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: «Signore, vogliamo vedere Gesù».

Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose loro: “È venuta l'ora che il Figlio dell'uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna”.

 

Con queste parole Gesù indica la sua morte in croce attraverso cui ci offre la salvezza.

È lui il ‘chicco di grano’ che non rimane solo, ma in terra muore per produrre molto frutto.

 

Insegna a tutti noi la via per offrire la vita affinchè produca frutto.

 

Chi ama se stesso più di ogni altra cosa e pensa solo a se stesso anche a scapito degli altri, è come il chicco di grano che rimane solo.

 

Chi ama se stesso ma odia il pensarsi ‘il più’, ‘il meglio’, ‘il perfetto’ e spende la sua vita per amore di gesù e del prossimo, allora è come il chicco di grano che muore, si sacrifica, offre, ma produce molto frutto di bene.

 
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La spiritualità della quaresima

La Quaresima è un cammino di 40 giorni che ci prepara e ci conduce alla Pasqua, centro della nostra fede.

Come non prepararsi alla Morte e Risurrezione di Gesù? Un dono così grande va ascoltato, atteso, accolto con tutto il cuore e con tutta l’intelligenza.

Ogni anno la Quaresima ci aiuta ad entrare sempre più nel dono pasquale di Cristo.

 

Ma se ogni anno la Quaresima chede la conversione, significa che non ci convertiamo mai? La parola ‘conversione’ indica il nostro ‘girarci verso il Signore’.

Immaginiamo di essere fra cento persone. Guardiamo tutti, ma molti volti ci sfuggono. Tra la folla qualcuno ci chiama: allora ci ‘giriamo’ verso la persona che ha pronunciato il nostro nome, per vederne il volto, per avvicinarci, per chiedere cosa desideri da noi.

Così è la conversione. Siamo attirati da tante cose, ma è bene, ogni tanto, volgere il nostro sguardo verso il Signore che con la sua Parola ci chiama ogni giorno. La coversione non è una volta per tutte: ogni anno, perciò, la Quaresima ci indica la via per tornare al Signore.

La Quaresima è nata nel IV secolo ed era il tempo di preparazione catechistica per coloro che desideravano diventare cristiani. Nella notte di Pasqua per tutti coloro che si erano preparati con lo studio, la preghiera, la riflessione, si amministrava il Battesimo.

Per noi che siamo stati battezzati, il Tempo di Quaresima è ogni anno la riscoperta del Battesimo che ci ha uniti a Cristo, ci ha resi figli del Padre, ci ha donato lo Spirito, ci ha plasmati come ‘pietre vive’ della Chiesa.

La Quaresima inizia il Mercoledì “delle Ceneri”.  In questo giorno utilizziamo un antico gesto (la cenere sul capo) per indicare il nostro pentimento e il desiderio di conversione.

La cenere che poniamo sul capo proviene dagli ulivi benedetti la Domenica delle Palme dell’anno precedente e bruciati.

Il gesto è accompagnato dalle parole: “Convertiti e credi al Vangelo”.

Dal Mercoledì delle Ceneri la Quaresima termina il Giovedì della Settimana Santa, detto ‘Giovedì santo’.

A ben contare i giorni sono 46, ma le cinque Domeniche di Quaresima e la Domenica delle Palme non vengono ‘calcolate’, perché la Domenica è sempre il Giorno della Risurrezione.

Perché 40 giorni e non 50 o 25? La Quaresima prende spunto dal Vangelo che ci ricorda Gesù il quale, prima di iniziare ad annunciare la Lieta Notizia, si fermò 40 giorni nel deserto in preghiera.

Perciò la Quaresima viene detta ‘tempo di deserto’. Il deserto è luogo non abitato, in cui le persone non si fermano, ma transitano. Il deserto non fornisce cibo e acqua e se lo si vuole attraversare occorre avere con sé tutto il necessario. Il deserto richiama l’essenziale, ci educa a puntare su ciò che davvero conta.

Il colore liturgico della Quaresima è il viola. In segno peniotenziale, l’altare risulta sobrio: solo le candele e non i fiori.

Le caratteristiche spirituali della Quaresima sono tre, indicate da Gesù nel vangelo che si proclama il Mercoledì delle Ceneri:

-          il digiuno,

-          la preghiera,

-          l’elemosina.

 

Il digiuno. Non va preso in negativo: non mangio, rinuncio, tolgo. Digiunare significa avere il desiderio di ‘fare spazio’ (non solo e tanto nello stomaco) in me per accogliere la Parola di Dio, per ascoltare il fratello, per ricevere il consiglio dei genitori, per impegnarmi maggiormente nei miei doveri. Allora digiuno non solo di cibo, ma anche di giochi al compiuter, di televisore, di tempo perso per fare qualcosa di utile e buono.

La preghiera. Non è aumentare le preghiere, ma dedicarmi del tempo di fronte a Dio Padre. Riconoscermi figlio di Dio per il dono del Battesimo e dialogare con Lui.

L’elemosina. Non significa  dare di più, o meglio, non solo questo. Piuttosto è condividere pensieri, parole, tempo, aiuto con il mio prossimo. Imparare che tutti siamo mendicanti e abbiamo bisogno di amicizia e afetto, consolazione e aiuto.

 

Temi della Quaresima in Parrocchia. In riferimento ai Vangeli della Domenica.

 

Costante nei ‘temi’ desuinti dai vangeli è la frase “Dio educa il suo Popolo”.

Educare, lo sappiamo, è un’arte di responsabilità e impegno faticoso. Diceva don Bosco che ‘educare è cosa del cuore’. Solo Dio ne ha le chiavi. Eduacre significa liberare e far venire alla luce ciò che è nascosto. Educare prima di tutto se stessi al fine di educare l’altro. Dio è ‘l’educatore’ e in Cristo fa emergere come Luce il ‘meglio di sé’. Alla sequela di Cristo impariamo anche noi.

 

I Domenica.

DIO EDUCA IL SUO POPOLO AD ESSERE FORTE E CORAGGIOSO CONTRO OGNI MALE.

Dal Vangelo secondo Luca (4,1-13)

In quel tempo, Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame. Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo”».

Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse: «Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”».

Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù di qui; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo affinché essi ti custodiscano”; e anche: “Essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «È stato detto: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”».

Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato.

 

 

II Domencia.

DIO EDUCA IL SUO POPOLO A CONOSCERE LA BELLEZZA OFFERTA DA GESU’

Dal Vangelo secondo Luca (9,28-36)

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme.

Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui.

Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Egli non sapeva quello che diceva.

Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!».

Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.

 

 

III Domenica.

DIO EDUCA IL SUO POPOLO A VIVERE NELLA SPERANZA.

Dal Vangelo secondo Luca (13,1-9)

In quel tempo si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».

Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».

 

IV Domenica.

DIO EDUCA IL SUO POPOLO A VIVERE NEL PERDONO.

Dal Vangelo secondo Luca (15,1-3.11-32)

In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».

Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.

Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.

Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

 

 

 V Domenica.

DIO EDUCA IL SUO POPOLO AD ESSERE UN POPOLO DI RISORTI.

 Dal Vangelo secondo Giovanni (8,1-11)

In quel tempo, Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro. Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo. Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani. Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più».

 

LA SANTA MESSA DELLE 10.00 INIZIA IN ORATORIO PER I SEGUENTI GRUPPI:

21 febbraio - I Domenica

Seconda elementare.

28 febbraio – II Domenica

Terza elementare

7 marzo – III Domenica

Quarta elementare

14 marzo – IV Domenica

Seconda elementare

21 marzo V Domenica

Terza elementare

Domenica 28 marzo, Delle Palme.

La santa Messa delle 10.00 inizia alle ore 9.45 IN ORATORIO PER TUTTI. Dall’Oratorio si muoverà la PROCESSIONE CON GLI ULIVI.

La santa Messa delle 11.00 inizia all’ingresso della chiesa. La Messa è animata dai Giovani che celebrano la Giornata Mondiale della Gioventù. Porteranno in chiesa ‘la Croce dei Giovani’.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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