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Mercoledì 22 Febbraio 2012
Gruppo Girasole
Ritiro Quaresima Gruppo GIRASOLE PDF Stampa E-mail

Dammi un motivo!

Talvolta per giustificare un comportamento diciamo: L’ho fatto senza volere, senza pensare. Una ‘scivolata’ ci può anche stare; ma una vita come fosse uno scivolo da parco giochi, anche no! Libertà, volontà, scelta, cuore, intelligenza, ragione, coscienza: non sono accessori del nostro essere. Sono doni che interagiscono per farci del bene e scegliere per noi il bene. Perciò prima di scegliere e prima di agire dobbiamo cercarne il ‘motivo’ (ovvero le motivazioni profonde). Fare o dire ‘a caso’ non ci calza bene e non ci fa del bene.

Questa uscita di gruppo prende il respiro di ‘ritiro quaresimale’. Il Tempo di Quaresima ogni anno è un periodo che ci richiama all’essenziale, alle motivazioni della fede da ricercare nel nostro Battesimo che coinvolge tutta la nostra vita nel tempo.

Sono battezzato: e ciò vale da bambino, da ragazzo, da giovane, da adulto….sempre. Le ‘vie’ di riflessione e confronto che ci offre la Quaresima, le troviamo nelle parole stesse di Gesù.

Dal Vangelo secondo Matteo (6,1-6.16-18).

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli. Dunque, quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipòcriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. E quando pregate, non siate simili agli ipòcriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipòcriti, che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu digiuni, profùmati la testa e làvati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà».

 

-------------

 Laboratorio. Suddivisi in gruppetti, riflettere sui tre ‘ambiti’ proposti e prendere nota per un momento di verifica comunitario.

 1.      In riferimento alle motivazioni della vita di Gruppo parrocchiale: come si eprime l’elemosina senza suonare la tormba e senza che la propria sinistra non sappia ciò che fa la destra.

2.      In riferimento alle motivazioni della vita di Gruppo parrocchiale: come si eprime la preghiera  nel segreto della tua camera, con la porta chiusa, a ‘tu per tu’ col Padre che è nei cieli.

 3.      In riferimento alle motivazioni della vita di Gruppo parrocchiale: come si eprime il digiuno senza raccontarlo in giro, vissuto nel tuo segreto, con gioia e profumandoti il volto.

Crescere: destino o progetto?

 

Dal Vangelo secondo Luca (13,1-9)

In quel tempo si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo». Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».

Che tu lo voglia o no, ogni anno hai un anno in più. Sei stato neonato, bambino; ora ragazzo e giovane. Si dice di te: adolescente. Dal Latino  'adolesco’ = crescente. Questo è lo sviluppo del crescere, il divenire della vita umana creaturale.

  

“Paura di crescere”

Sto bene così

senza dubbi

senza perché

senza risposte poco chiare

... poca voglia di crescere

sto bene così

con il mio modo di vedere

con un limite sempre più imprevedibile

poca volontà

... poca voglia di crescere

(Michele Sydyan)

 

 

Crescere non è un destino inesorabile, ma un progetto che si fa dono. Perché ogni persona è un progetto unico e irripetibile e porta il dono della sua novità. Anche il fico del vangelo, il cui destino è portare frutto e non l’ha fatto, è un dono. l’attesa paziente del suo esprimersi fa sì che il padrone non lo tagli.

Elenchiamo i momenti del progetto che ha come obiettivo il crescere consapevole.

 

1.      La mia parola risponde alla domanda della Parola: un dialogo per iniziare a camminare in ogni età. Dopo il peccato originale, Dio chese ad Adamo: «Dove sei?». In ogni tempo Dio interpella ogni uomo: ‘Dove sei nel tuo mondo? Dei giorni e degli anni a te assegnati ne sono già trascorsi molti: nel frattempo tu fin dove sei arrivato nel tuo mondo?’. Dove ti trovi?’. E a te che Dio si rivolge chiedendoti: ‘Dove sei?’". Ogni volta che Dio pone una domanda di questo genere vuole provocare nell'uomo una reazione, a condizione che questa colpisca al cuore l'uomo e che l'uomo da essa si lasci colpire al cuore. Adamo si nasconde per non dover rendere conto, per sfuggire alla responsabilità della propria vita. Così si nasconde ogni uomo, perché ogni uomo è Adamo e nella situazione di Adamo. Per sfuggire alla responsabilità della vita che si è vissuta, l'esistenza viene trasformata in un congegno di nascondimento.Proprio nascondendosi e persistendo sempre in questo nascondimento "davanti al volto di Dio", l'uomo scivola sempre più profondamente, nella falsità. L’uomo si nasconde a se stesso! La domanda di Dio vuol far nascere in lui un ardente desiderio di venirne fuori. Quando l’uomo ascolta la domanda di Dio e la fa risuonare nel cuore, allora la sua vita diventa un cammino. Quando Adamo rispose a Dio “mi sono nascosto” e riconobbe di essere in trappola, allora inizia il suo cammino, il cammino dell’uomo. Ciscuno deve saper bene da dove viene, dove va e davanti a chi un giorno dovrà rendere conto.

 2.      Io sono una novità sempre e in ogni età. Con ogni uomo viene al mondo qualcosa di nuovo che non è mai esistito, qualcosa di primo e unico. Ciascuno è tenuto a sviluppare e dar corpo proprio a questa unicità e irripetibilità, non invece a rifare ancora una volta ciò che un altro - fosse pure la persona più grande - ha già realizzato. Non ti verrà mai chiesto: Sei stato come quello o come l’altro? No. Ti verrà chiesto ogni giorno: Sei come te stesso? Così il cammino attraverso il quale un uomo avrà accesso a Dio gli può essere indicato unicamente dalla conoscenza del proprio essere, la conoscenza della propria qualità e della propria tendenza essenziale. In ognuno c'è qualcosa di prezioso che non c'è in nessun altro. Ma ciò che è prezioso dentro di sé, l'uomo può scoprirlo solo se coglie veramente il proprio sentimento più profondo, il proprio desiderio fondamentale, ciò che muove l'aspetto più intimo del proprio essere. Occorre poi essere risoluti. Quando guardiamo a noi stessi e ci vogliamo conoscere, occorre guardare a tutto di noi stessi: l’anima, il pensiero, il corpo. Per fare compattezza in noi stessi. Se le opere corporali contraddicono il pensiero o il desiderio, siamo falsi.

 3.      Comincio da me, perché sempre nuovo. Cominciare da se stessi: ecco l'unica cosa che conta. In questo preciso istante non mi devo occupare di altro al mondo che non sia questo inizio. Ogni altra presa di posizione mi distoglie da questo mio inizio, intacca la mia risolutezza nel metterlo in opera e finisce per far fallire completamente questa audace e vasta impresa. Pensarsi sul serio, riflettere su se stessi. Dedicarsi spazio e tempo: non dobbiamo farci mancare nulla. È regalarsi il giusto. 

4.      Contro la paura dell’egoismo: non preoccuparsi di se stessi: c’è sempre un orizzonte più ampio. Ogni uomo deve ritornare a se stesso, deve abbracciare il suo cammino particolare,  deve portare a unità il proprio essere, deve cominciare da se stesso; ed ecco che ora ci viene detto che deve dimenticare se stesso! Basta porsi quest'unica domanda: "A che scopo?"; a che scopo ritornare in me stesso, a che scopo abbracciare il mio cammino personale, a che scopo portare a unità il mio essere? Ed ecco la risposta: "Non per me". Cominciare da se stessi, ma non finire con se stessi; prendersi come punto di partenza, ma non come meta; conoscersi, ma non preoccuparsi di sé.

  5.      Sapere bene dove ci si trova: non capitarci a caso, ma esservi ‘casa’.  C'è una cosa che si può trovare in un unico luogo al mondo, è un grande tesoro, lo si può chiamare il compimento dell'esistenza. E il luogo in cui si trova questo tesoro è il luogo in cui ci si trova. Nel luogo in cui ci si trova, è cosa buona e colma di gioia lasciare entrare Dio. Dio abita dove lo si lascia entrare. Ma lo si può lasciar entrare solo là dove ci si trova, e dove ci si trova realmente, dove si vive, e dove si vive una vita autentica. Allora saremo il suo ‘tempio’, la sua ‘casa’.   

 
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“Rivestitevi

di Cristo”

  (Romani 13,14)

 

 Introduzione.

“ 11Questo voi farete, consapevoli del momento: è ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché la nostra salvezza è più vicina ora di quando diventammo credenti. 12  La notte è avanzata, il giorno è vicino. Gettiamo via perciò le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce. 13 Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a gozzoviglie e ubriachezze, non fra impurità e licenze, non in contese e gelosie. 14 Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo e non seguite la carne nei suoi desideri” (Rm 13, 11-14).

Sono queste parole stralciate dal Testo di Paolo Apostolo ai Romani ad orientare il progetto di cammino del Gruppo GIRASOLE per l’Anno Pastorale 2009-2010.

Il Gruppo GIRASOLE

Il gruppo Girasole attualmente è formato da ragazz e ragazzi compresi nell’età dalla prima alla seconda superiore. Tempo di cambiamento fisico e interiore e di assestamento; tempo di vie nuove cercate e trovate, inquietudini e talune sicurerzze.

Tempo certamente di confronto con i coetanei, che interpella ciascuno a motivare le proprie scelte. Anche per quanto riguarda il proprio cammino personale e comunitario di fede.

I ragazzi hanno fino ad ora dimostrato che all’esperienza di Gruppo ci tengono, con una reciproca stima e senso di appartenenza. Hanno aperto la loro presenza anche attivamente all’interno della Comunità svolgendo e offrendo il proprio personale servizio nell’Oratorio estivo. Il Campo Estivo di Gruppo l’hanno vissuto con partecipazione, attenzione e piacevolezza nell’esserci.

Gli Educatori, che stimano i ragazzi e da loro sono stimati, con viva passione educativa hanno accompagnato gli stessi fin dai primi passi dell’esperienza pastorale parrocchiale di Gruppo. Favorendo soprattutto una logica continuità dal cammino di Iniziazione cristiana all’esperienza comunitaria attuale.  

 Obiettivi generali di questo Progetto annuale.

Cogliere i ‘cambiamenti’ che avvengono nella propria vita: mutamenti non solo di ordine fisico, ma anche di cuore e di intelligenza.

Cogliere il mutevole approccio con la realtà e l’alterità: nonché l’evoluzione di una prossimità.

Rafforzare le motivazioni di un ancoraggio su valori perenni e fondamentali nell’evolversi degli eventi personali e comunitari.

Rafforzare le motivazioni anche di fede per viverla sempre più in modo personale-incarnato, personale-comunitario e personale-in testimonianza.

 Temi didattici.

La persona è vestita. Vedere una simbolica nel proprio modo di vestire (forma abito, colori, stoffe, ecc.) che fa sentire bene. Abito che ‘calza’, perché ‘dice’ di noi.

Abito-abitare. Abito-abitudine. Abito-rivestire

Proposte di cammino

Conformismo e anticonformismo: film “Il diavolo veste Prada”.

 Il proprio vestito (che dice di me).

Vestito per essere accettati dagli altri.

Rivestirsi di Cristo.

 Da massa a popolo di Dio.

 Il valore del corpo (‘vestito’) nell’antropologia cristiana.

Occorre ritrovare il significato del corpo, il valore del corpo, il “mistero” del corpo. Occorre, per meglio dire, ritrovare il valore del corpo all’interno di quel “mistero” che è l’uomo. Solo dentro questo mistero il corpo trova la sua vera collocazione, il suo ruolo, la sua grandezza e dignità.

 Alcuni episodi di violenza, alcuni modi di vivere la violenza, soprattutto nel mondo giovanile, vanno oltre il semplice rapporto del giovane con la società. Forse, a ben pensarci, è in questione anche il rapporto con il corpo, con il proprio corpo: la violenza, in fondo, si esprime verso il corpo e attraverso il corpo. Se poi consideriamo come la violenza spesso sia legata allo sport – cioè a quella disciplina che tenderebbe invece a valorizzare l’armonia del corpo – lo stridore ci appare ancora più intenso.

Benedetto XV ha recentemente richiamato al pericolo che possono rappresentare, sul piano antropologico prima ancora che etico, «quelle teorie funeste che tolgono ogni rilevanza alla mascolinità e alla femminilità della persona umana». Egli sostiene che «c’è in questo – ecco la motivazione che oggi ci interessa - un deprezzamento della corporeità, da cui consegue che l’uomo, volendo emanciparsi dal suo corpo – dalla “sfera biologica” – finisce per distruggere se stesso» .

 Non solo la semplice educazione, dunque, ma l’educazione integrale dell’uomo – corpo e spirito - non può essere dimenticata senza che ne derivi un impoverimento o addirittura uno stravolgimento dell’umanità. Una “violenza” sull’umanità propria ed altrui.

E questo è vero quando si parla del senso della “malattia” che, in ogni caso, porta ad una compromissione del corpo. E questo è vero quando si parla del senso della morte che, quali che siano le convinzioni di ciascuno, certamente implica una “fine” del corpo. Ma questo è vero ogni qualvolta si parla di uomo!

 Il valore del corpo, dunque, occupa un posto centrale nell’antropologia. Potremmo dire che dal valore che si da al corpo dipende, in larga parte, il “tipo” di antropologia cui ci si ispira.

Uno dei pregi del cristianesimo, senza dubbio, è stato quello di riportare l’attenzione alla centralità dell’uomo: una centralità che, però, non significa soggettivismo quanto piuttosto personalismo.

 1.         Corpo come creaturalità

Il cristianesimo attinge, anzitutto, alla certezza della Creazione, attraverso la quale l’uomo si ritrova il corpo come realtà “donata”. E’ solo la creazione del corpo che consente di parlare di uomo, di persona umana. Ma, nella Sacra Scrittura, il corpo dell’uomo viene immediatamente visto come qualcosa di diverso rispetto a quello degli altri esseri viventi.

Questo corpo, infatti, diviene «vivente» quando Dio infonde un «alito di vita», un soffio che a nessun altro essere era stato fino ad allora concesso. (cfr Gn 2, 7). E, immediatamente, anche le stesse “funzioni” che l’uomo attraverso il corpo può compiere lo distinguono dal mondo vegetale ed animale. Egli è in grado di «coltivare la terra», di «assoggettarla» (cfr Gn 1, 28)… quel corpo, cioè,  è già per l’uomo esperienza di “distinzione”, ad esempio, dagli animali; ma è motivo di «somiglianza» e, addirittura, «immagine» dello stesso Creatore.

«Dio creò l’uomo a sua immagine» (Gn 1, 27). E questa immagine, che giustifica le qualità “superiori” dell’uomo quali la relazionalità, la conoscenza, la volontà libera; non va tuttavia pensata come qualcosa di meramente spirituale. «La persona umana creata a immagine di Dio è un essere corporeo e spirituale. L’uomo tutto intero è quindi voluto da Dio» , recita il Catechismo della Chiesa Cattolica; ed aggiunge: «il corpo dell’uomo partecipa alla dignità di immagine di Dio: è corpo umano perché animato dall’anima spirituale, ed è la persona tutta intera ad essere destinata a diventare, nel Corpo di Cristo, il tempio dello Spirito» .

Di tutto questo, l’uomo ha coscienza. Perché egli è in relazione con il Creatore: una relazione, quella con Dio, che è dunque costitutiva dell’uomo.

 2.         Corpo come identità e dignità

Spinti dal racconto biblico, possiamo provare a rileggere nel mistero della Creazione ciò che del corpo va visto come mistero. Quell’«alito di vita» che fa dell’uomo un essere vivente, superando la tentazione del materialismo e gli angusti spazi del dualismo anima-corpo.

 «Tocchiamo qui – dice Giovanni Paolo II – il problema centrale dell’antropologia. La coscienza del corpo sembra identificarsi in questo caso con la scoperta della complessità della propria struttura che, in base ad un’antropologia filosofica, consiste, in definitiva, nel rapporto tra anima e corpo» .

Il pensiero cristiano ha contribuito significativamente all’impostazione antropologica del cosiddetto personalismo, il cui cardine sta precisamente nell’affermazione dell’unitotalità della persona, cioè dell’unidualità corpo-anima, corpo-spirito. L’uomo è - secondo alcune definizioni della tradizione della Chiesa - «uno nel corpo e nell’anima» ; è «spirito incarnato» .

Due cardini del pensiero filosofico-antropologico cristiano possono illuminare questa concezione di unidualità:

-           l’unità tra anima e corpo come unità sostanziale e non accidentale: in questo senso, è lo stesso principio spirituale (che consente all’uomo conoscenza, libertà, amore…) ad essere la “forma” del corpo, ad animare il corpo;

-           l’essenza dell’uomo – anima e corpo, dunque, - passa all’esistenza per un unico atto; e, se è vero che il principio spirituale può direttamente procedere solo dal Creatore, è vero che tale principio informa la materia nell’istante stesso della procreazione, dell’inizio della vita fisica. Per cui, non è pensabile una vita corporea che non sia vita umana; come, d’altra parte, non è pensabile una vita umana che non sia corporea.

Tutte queste schematiche considerazioni ci portano a concludere che l’unità dell’uomo è un’unità integrata. Si può, cioè, affermare che l’uomo “è” il suo corpo: se con questa affermazione, però, non si intende che l’essere corpo esaurisce l’essere uomo. Ma si può, in maniera diversa, affermare che l’uomo “ha” il suo corpo: cioè che lo “possiede”; non certo come oggetto del proprio arbitrio ma in quanto, anche su esso, l’uomo può esercitare la signoria della propria conoscenza e libertà.

E il corpo partecipa della “signoria” che l’uomo può esercitare; non solo in quanto ha capacità di agire sul mondo creato, ma anche in quanto ha la potenzialità di “sottomettersi” allo spirito, di integrarsi con lo spirito dell’uomo. E’ l’autopossesso e l’autodominio che l’uomo può esercitare su di sé.

L’unitotalità della persona umana fa sì che la dignità del corpo, evidente già dal primo istante dell’esistenza, non cessi quando il corpo cessa alcune “funzioni”.

Uno dei punti chiave del personalismo, è la preminenza della sacralità della vita sulla qualità della vita. Una sacralità che, lungi dal ridursi ad una posizione “biologista”, sa guardare e difendere la dignità della “natura umana”, della persona umana in tutte le fasi della sua esistenza. Nessuna vita umana può giudicarsi non degna di essere vissuta in base parametri di “qualità”, tanto arbitrari quanto relativi.

 3.         Il corpo come limite e la trascendenza dell’uomo

Nel corpo, tuttavia, emerge con chiarezza un’altra verità: il corpo, che è il “luogo” unico dell’esistenza umana, segna anche il limite dell’essere umano. E l’accoglienza di tale limite è sostanziale per l’accettazione e la comprensione del dolore, della malattia, della morte. Ma è sostanziale anche per la comprensione profonda dell’uomo.

Il rifiuto del limite, cioè, indica e porta con sé un rifiuto dell’essenza dell’umanità. Il tentativo di superare i limiti imposti dal corpo, con artificiosità e manipolazioni dello stesso (pensiamo a tecniche di ingegneria genetica che vanno verso la clonazione, a tecniche di fecondazione artificiale che si propongono di “evitare” il corpo nel processo della trasmissione della vita, ai tentativi di “cambiare sesso”…), conducono ad una separazione corpo-spirito molto più profonda di quanto non si immagini.

 Altro, certamente, è il tentativo di superare il limite con la “cura”, la “conoscenza” dei meccanismi del corpo, tesi a ristabilire e restituire il corpo stesso alla sua naturale salute.

L’antropologia cristiana aiuta a comprendere il significato positivo del limite: già il fatto di essere creatura esprime il limite come “dipendenza” dallo stesso Creatore. Ma tale dipendenza, se ci pensiamo bene, si interpreta con i criteri dell’amore. E’ l’amore la ragione che porta Dio a dare la vita. Ed è l’amore il criterio di interpretazione della dignità e della preziosità di ogni persona umana, a partire dal suo corpo, nel quale, tra l’altro, appare scritta concretamente la sua unicità irripetibile.

 Il limite dell’uomo, possiamo dire, è superato dalla sua trascendenza.

Certo, il termine trascendenza non va equivocato: solo Dio è completamente trascendente, cioè “altro” rispetto all’uomo. Ma l’uomo trascende di molto le realtà non umane. Soprattutto – sottolineatura, questa, che ci può essere molto utile in questa sede – l’uomo è capace di trascendere se stesso. Lo fa grazie alla razionalità, al pensiero, alla libertà. Ma lo fa anche in quanto essere in relazione.

 4.         Corpo come manifestazione e relazione

Il corpo, allora, può rivelare questa trascendenza dell’uomo.

Dice Giovanni Paolo II che il corpo è quasi un «sacramento» . E’, cioè, una realtà nella quale vive ciò che si vede ma anche ciò che non si vede; una realtà più grande di ciò che appare: il corpo rivela l’uomo e la sua dignità. Ma senza il corpo questa rivelazione non può esserci.

Il corpo è ciò che ci rivela, ci manifesta; ma è anche lo strumento che ci consente di entrare in relazione. Non c’è relazione umana che non passi attraverso il corpo: sia essa fatta di contatto fisico, di sguardi, di parole o silenzi. Anche il semplice ricordo di una persona diventa per noi esperienza che coinvolge il corpo: ad esempio, in un’emozione, in una lacrima, in un sorriso…

Il corpo, dunque, è anche il linguaggio dell’uomo; è la sua espressività che sempre, in ogni istante, gli permette di entrare in relazione. E quando parliamo di relazione, non ci riferiamo esclusivamente alle relazioni organizzate e strutturate.

Faccio un esempio molto attuale: possiamo considerare vita di relazione quella di un embrione o di un malato terminale impedito ormai nella maggior parte delle sue funzioni, magari anche nella parola e nello sguardo?

La prospettiva personalista non ha dubbi al riguardo: l’essenza della relazione non è la sua percezione psicologica ma la stessa trascendenza dell’uomo. Il corpo è qui sacramento dell’uomo appena visibile, dell’uomo che soffre. E la relazione è sempre possibile perché il contenuto fondamentale della relazione, nell’antropologia cristiana, ha un solo nome: il dono di sé, l’amore.

Ecco perché questa relazionalità dell’uomo non può cessare di esistere. La persona si dona sempre e sempre accoglie il dono dell’altro. Anche e soprattutto nella sofferenza, nella malattia. E nella morte.

Un corpo che appena sta sbocciando o un corpo disfatto fisicamente, forse con maggior intensità, rivelano quello che è il punto cardine dell’antropologia e della vocazione cristiana, splendidamente sintetizzato da una celebre definizione del Concilio Vaticano II: «l’uomo, il quale è la sola creatura in terra che Dio ha voluto per se stessa, non può ritrovarsi pienamente se non attraverso il dono sincero di sé» .

L’uomo è creatura voluta per se stessa; la sua preziosità, cioè, non può essere valutata con i criteri dell’utilitarismo: e la relazione che si instaura tra persone umane non può essere quella dell’uso, neppure dell’uso reciproco; ma della donazione.

5.         Il Corpo di Cristo

Questa verità fondamentale del cristianesimo è stata rivelata pienamente dal Dio fatto Uomo, Gesù Cristo. E’ l’amore la risposta che il Suo Vangelo offre: particolarmente dinanzi al limite, ad ogni sofferenza umana.

Gesù di Nazareth ha fatto del suo insegnamento e della sua vita una proclamazione della beatitudine della “povertà” (e i “poveri”, nel linguaggio di Israele, sono i più limitati degli esseri umani), della piccolezza, della stessa malattia.

Egli ha scelto i deboli; ha guardato alla sofferenza umana e ha risposto con i “miracoli” e le guarigioni, segno di una vita che è interamente nelle mani di Dio. Ma Egli, soprattutto, ha assunto su di Sé il limite che è costituito dall’umanità. Ha scelto di vivere nel Corpo, rivelandone la bellezza e dignità, ma anche accettandone il limite: nel rifiuto, nella sofferenza, nella morte.

Il cristianesimo conosce, però, un altro limite dell’uomo: quello del peccato; della non accettazione della creaturalità, dell’amore di Dio, della propria umanità. Un peccato che, spesso, porta l’uomo a vivere contro il suo corpo.

E’ anche questo limite che la venuta di Gesù permette di vincere, all’uomo che si apre alla Sua Grazia. L’economia di Dio unisce la guarigione alla salvezza, a dimostrazione che la sofferenza spirituale non è meno intensa di quella corporea. A dimostrazione di quell’unidualità dell’uomo senza la quale anche la fede si svuoterebbe del suo significato.

L’Incarnazione di Cristo conferma la grandezza della dignità dell’uomo nel suo essere corpo e spirito. E conferma che la salvezza riguarda interamente la persona. Questa salvezza, nella teologia cristiana, ha un nome: la Redenzione, che è anche Redenzione del corpo.

Gesù ha assunto il Corpo; ha assunto il limite che il corpo umano porta in sé, fino alla morte, per dire all’uomo che solo in Lui il limite può essere superato.

Il cristianesimo attinge alla certezza della Creazione; ma proietta alla certezza della Risurrezione. E’ così che Cristo ha vinto la morte, dopo averla accolta e vissuta. Ed è per questo che la Chiesa conserva e celebra la memoria di questo evento nel Sacramento dell’Eucaristia che è il Corpo del Signore. In questo Corpo, Egli è Vivo.

 6.         Corpo come eternità

La certezza della Risurrezione, tuttavia, non riguarda solo il Cristo ma l’essere umano. E non riguarda solo l’anima, che di per sé è immortale, ma riguarda anche il corpo.

Non si può comprendere definitivamente il valore del corpo nell’antropologia cristiana senza leggere in esso la chiamata all’eternità.

Quel corpo che ha conosciuto la bellezza della vita ma anche il disfacimento della morte; quel corpo che è stato espressione della relazionalità umana, del suo modo di vivere la cura e l’amore; quel corpo che ha significato la dignità dell’uomo ed ha trovato la propria dignità non nel materialismo, ma nell’appartenere sostanzialmente ad uno spirito… Quello stesso corpo è destinato a risorgere.

La riflessione chiama in causa la fede. Non c’è altra via per spiegare il mistero della vita eterna.

Ma, forse, l’anelito profondo all’eternità, si esprime paradossalmente anche in quei tentativi di onnipotenza che finiscono per stravolgere l’umanità dell’uomo. E perché non pensare che questo germe di eternità sia anche ciò che si ribella alla morte e porta, ad esempio, a volerla affrettare o decidere arbitrariamente come frutto dell’autodeterminazione umana?

La Risurrezione dell’uomo conferma la grandezza della sua corporeità, nonostante il limite che essa rappresenta; conferma che l’unione tra l’anima e il corpo non è qualcosa di accidentale o transitorio. «La verità sulla Risurrezione – è ancora Giovanni Paolo II - afferma, infatti, con chiarezza che la perfezione escatologica e la felicità dell’uomo non possono essere intese come uno stato dell’anima sola, separata (secondo Platone, liberata) dal corpo, ma bisogna intenderle come lo stato dell’uomo definitivamente e perfettamente “integrato” attraverso una unione tale dell’anima col corpo, che qualifica e assicura definitivamente siffatta integrità perfetta» .

 Conclusione

Questo breve sguardo sul corpo, contemplato alla luce della Rivelazione cristiana, porta un messaggio, in verità, universalmente comprensibile e condivisibile: la grandezza e bellezza dell’uomo, il valore del suo corpo, la sacralità ed inviolabilità della sua vita.

Soprattutto, porta un messaggio denso di speranza. La speranza fondata in un Dio Amore che ci precede, ci supera e ci attende.

Il disprezzo del corpo e la sua strumentalizzazione rivelano, alla fine, una perdita della speranza. Questo si traduce nel consumismo e nell’edonismo che sottendono, ad esempio, la superficialità nella vita sessuale, la manipolazione della fertilità, il rifiuto selettivo della vita in fase prenatale… Questi atteggiamenti, apparentemente diversi, sono parte di quella medesima radice di “disprezzo” della dignità del corpo che può poi generare anche il rifiuto della malattia, della sofferenza, della morte. E che può portare alla violenza

Accanto all’indisponibilità della vita, occorre esplicitamente riaffermare l’indisponibilità della corporeità. Il corpo è donato all’uomo; ed esiste per essere donato. Ma la nostra cultura sta perdendo il senso del dono, in tutti gli ambiti.

Benedetto XVI diche che, dinanzi a tante sfide, sempre più terribili, che il nostro tempo ci pone, è «nostro dovere alzare la voce per difendere l’uomo, quella creatura che, proprio nell’unità inseparabile di corpo e anima, è immagine di Dio» .

Molte volte, forse, la voce del cristiano resta inascoltata o viene fraintesa. Ma il Vangelo offre sempre la libertà e lo spazio per proclamare tale verità e tale speranza, soprattutto a chi soffre, a chi la rifiuta, a chi si rifiuta. E’ la silenziosa testimonianza dell’amore. E’ il Mistero dell’amore.

Quell’amore che è dono di sé: fino al dono del corpo; fino al dono della vita.

 Didattica.

Accompagnare i ragazzi a comprendere l’alto valore del proprio corpo e, in generale dell’essere persona.

La ricchiezza del ‘dono’ del corpo.

Riconoscimento del cambiamento, nel tempo, del corpo; ma anche del pensiero, delle sensazioni, del riverbero interiore di esperienze, della lettura della realtà; di come cambia l’approccio, nel tempo, ai valori stessi, sempre validi e condivisi. Di come cambia, nel tempo, il proprio rapporto ‘corporeo’ con la realtà (come vivo i miei spazi e negli spazi in genere), con se stessi (accettazione o meno del corpo; pregi e difetti rilevati), con l’altro (confronto/scontro con la coproreità altrui; invidia o meno del corpo altrui; lo sguardo verso il copro altrui e la ricerca di una ‘bellezza’), con Dio (com’è cambiata la mia preghiera, la Messa, il rapporto ‘corpo a Corpo’ con l’Eucaristia; la Confessione mette in ‘campo’ il corpo’? Riferisco il mio corpo a Dio o è solo ‘mio’?). La speranza del corpo (quanto posso oggi in riferimento al passato e alle fasi evolutive della mia vita). E domani?

Un corpo ‘perfetto e non perfetto’. Quali i ‘canoni’ di perfezione e bellezza del corpo? La disabilità corporea: com’è compresa e condivisa?: pietà, compassione, accoglienza pietistica, vero dialogo?

 Da gennaio a Pasqua. La Quaresima che indica (dal Mercoledì delle Ceneri), tre ‘vie’ per esprimersi corporalmente e integralmente:

-          quando digiuni. Il senso del digiuno corporeo: andare all’essenziale più che alle sovrastrutture che affascinano, avvolgono, ma coprono sempre. Fare a meno non per mortificarsi, ma per educarsi al meglio e a ciò che davvero vale. Fare ‘spazio’ in sé per accogliersi meglio e accogliere. Di cosa puoi fare a meno oggi e quali nuove necessità ci sono nella tua età. Cosa fatichi a lasciare.

-          quando preghi. Com’è cambiata la preghiera. Come il corpo si esprime nella preghiera (la partecipazione, la posizione, le parole, i gesti).

-          quando fai l’elemosina. Dall’elemosina alla condivisione del tuo corpo: cosa dai di te: tempo, parole, sostegno, aiuto, collaborazione, disponibilità, ecc.

-          la tua stanza. Gesù indica la ‘via segreta’, il silenzioso operare e vivere senza fare proclami. La ‘tua stanza’ sei tu nel tuo corpo, in te stesso. Come conosci questa stanza? Ci entri mai’? come ci entri, cosa vi trovi. Quanto bisogno di protagonismo c’è? Come invece sei protagonista del tuo corpo, di te stesso, della tua vita. Apri mai la tua stanza ad altri? Entri mai nelle stanze altrui?

 

 

 

 


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