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Figli di Abramo o facili ottimisti? Ovvero: la speranza cristiana.
Alcune riflessioni sulla Speranza.
1. La speranza cristiana non è ingenua. Il credente è un uomo lucido, che discerne il potere del male del dolore, e della morte.
L’uomo è un essere di desiderio, anela a una pienezza di vita; tuttavia, nonostante sia orientato verso il futuro, è continuamente frustrato nelle sue speranze dall’esperienza del limite, della finitezza, della morte. Per la fede cristiana il desiderio dell’uomo viene colmato soltanto da Dio. Nell’elaborazione della dottrina della Chiesa la speranza è una delle tre virtù teologali (insieme alla fede e alla carità). Il Nuovo Testamento non soltanto inizia ricordando l’attesa del Messia, ma termina con le parole «Vieni, Signore Gesù! Maranà tha!». Qualunque sia la situazione che stiamo vivendo, possiamo sperare.
Spesso ci poniamo la domanda: «Che cosa sperare? Si può ancora sperare?». Di certo la speranza non è facile ottimismo. Il credente è un uomo lucido, che discerne il potere del male, della sofferenza, della morte. Come sperare, allora?
Un racconto della Genesi ci presenta la figura di Abramo, padre della fede, ma anche della speranza. Paolo afferma che Abramo «sperò contro ogni speranza» (Rm 4,18), cioè contro ogni umana attesa. Qual è stato il cammino di Abramo? La sua vicenda è intrecciata con quella di Lot. Ambedue partono dalla propria terra, compiono un lungo viaggio, apparentemente insieme, ma con modalità di approccio alla vita assai diverse. In queste due storie si può intravedere una parabola del viaggio che ciascuno di noi compie nella sua vita.
Da dove vengo? Dove vado? Che cosa c’è prima di me, dietro di me? Che cosa sta davanti a me? Sono domande con le quali tutti facciamo i conti, e forse ripetutamente, nel corso della nostra esistenza. A ogni momento cruciale, a ogni svolta, a ogni giro di boa si ripropongono, a volte, con drammatica urgenza; accade di aver vissuto con una certa tranquillità, in un’innocente indifferenza nei confronti delle «questioni ultime», di non essersi mai posti esplicitamente il problema del senso del nostro fare, del nostro vivere ma, in realtà, implicitamente una risposta la si dà tutti, più o meno consapevolmente, scegliendo o non scegliendo, ma semplicemente subendo uno stile di vita, dei valori, un modo di rapportarsi a se stessi, all’altro, alla vita, ai giorni che passano.
Abramo e Lot percorrono un identico itinerario geografico, ma l’itinerario spirituale è completamente diverso. «Vattene dal tuo paese...». Abramo sente una voce davanti a sé, un appello, Qualcuno che lo chiama. Certo, c’è un uscire da un paese di certezze per affrontare un futuro ignoto, ma il partire e il viaggiare hanno un senso, sono sorretti da una promessa. La vita promette molto all’affacciarsi della giovinezza, si presenta con forza erompente; anche la vita di fede si presenta con una promessa, apre nuovi orizzonti. Questa promessa nel corso della vita sarà oggetto di ripetute conferme e riletture; la fede è un continuo andare oltre, sequela di Qualcuno che per amore dona la vita su una croce.
Ma accanto al partire di Abramo vi è quello di Lot, che non percepisce alcuna voce davanti a sé, nessun appello. Lot parte forse soltanto perché parte Abramo, per essere come tutti gli altri, parte perché la sua esistenza è segnata da una mancanza; quello che ha non gli basta, non soddisfa i suoi bisogni. È l’immagine di chi è radicalmente insoddisfatto, che si percepisce come una serie di bisogni da realizzare che si scontrano con la dura e spigolosa realtà della vita, con «l’altro», con la società. L’altro può addirittura diventare l’inferno, uno che rovina l’esistenza perché - a volte per il solo fatto di «esistere» - si oppone alla realizzazione dei bisogni, della libertà personale. Si può leggere la vita come luogo di realizzazione di una felicità ottenuta a basso prezzo, senza impegno, senza fatica, sotto il segno della massima spontaneità. Potremmo dire: Lot parte perché gli va di partire; in quel frammento di tempo, al di fuori di qualsiasi progettualità, gli piace partire.
Eppure già la percezione di una mancanza, la coscienza di un’insoddisfazione profonda non è piccola cosa. Credo si debba già leggere qui un appello, una sete, un desiderio, una speranza - forse concitato, non troppo consapevole, disordinato - di «altro» che può divenire Altro. Non siamo tutti, costituzionalmente, esseri il cui desiderio - una volta esaudito - è immediatamente rilanciato verso un ulteriore oggetto di esaudimento? Una predicazione cristiana che si incentri sul già del Regno - il Regno è già qui, in questo mondo, o addirittura è frutto del nostro impegno - trascurando la dimensione del non-ancora - il Regno è presente in germe, ma non lo vediamo ancora - non ha alcuna parola da offrire a chi è mosso dall’inquietudine dell’insoddisfazione.
La speranza fa sì che l’uomo non si rassegni mai a questo mondo, all’ingiustizia che vi regna, al dolore, alla morte. La speranza fa sì che il credente si riconosca pellegrino e straniero in questo mondo, un mondo che ci sta stretto, che sospira liberazione, perché c’è la sofferenza, le catastrofi naturali, la malvagità dell’uomo, perché - in qualche modo - è un mondo sbagliato.
Quattro volte nel corso dei capitoli 12 e 13 della Genesi si fa menzione di un altare costruito da Abramo. Che cos’è l’altare? Per l’ebreo, prima ancora di essere il luogo in cui si offrono sacrifici, è memoriale della visita di Dio, è atto di rendimento di grazie per la sua teofania. Abramo, costruendo un altare, intende fare memoria e rendere grazie. Sono due dimensioni del vivere cadute in disuso non solo nella nostra società, anche nella nostra Chiesa. Ma non vi è fede e speranza senza memoria e rendimento di grazie, cioè senza Eucaristia. La memoria è una dimensione fondamentale della fede giudaico-cristiana, ma nei nostri giorni si tende facilmente a confondere la tradizione con la reazione, la memoria con un conservatorismo nostalgico.
Abramo fa memoria, ricorda; in altri termini ha un terreno nel quale affondare le proprie radici; ringrazia, riconosce di fronte a sé Qualcuno che gli ha fatto un dono. Lot non costruisce altari, non ha memoria del passato - così come, del resto, non si sente oggetto di una promessa riguardo al futuro -; Lot non ritiene di dover ringraziare nessuno. Sono due modi di stare nell’esistenza. Abramo si sente inviato dentro la vita, percepisce la sua esistenza come un dono del quale ringraziare, spera nelle promesse di Dio, anche se ancora non ne vede la realizzazione. In questa prospettiva l’essere nati in un luogo determinato, in un tempo determinato, dal tal padre e dalla tal madre non è irrilevante. Attraverso le umane mediazioni, si giunge a riconoscere nella fede che Qualcuno mi ha voluto - proprio me! -, mi ha inviato dentro la trama della storia per diventare una parabola del suo amore e dunque posso sperare che la mia vita, nonostante tutto, abbia un senso. Lot che non sa ringraziare, riconoscere alcun dono, né alcuna presenza d’amore davanti a sé o dietro di sé, mi pare esemplificazione di una vita trascorsa nella logica dell’attimo, del caso, del fortuito. Ci si sente gettati nella vita senza sapere bene perché, né per che fare.
Lot ha speranza solo in questo mondo, ha una speranza di breve respiro. Sembra tendere le mani per accaparrare per sé, ripetendo quel gesto già compiuto da Adamo ed Eva nel giardino dell’Eden; manifesta quella voracità nei confronti delle cose, degli altri, della realtà da cui tutti siamo tentati. Eppure l’atteggiamento di Lot è quanto mai diffuso nel nostro mondo e non pare destare scandalo. Che fa di male? Ha fatto i suoi conti e ne ha tratto le dovute conseguenze! Abramo accoglie ciò che il Signore gli dona con animo grato. Non c’è nessuna passività, nessun provvidenzialismo; si trova a dover fare delle scelte, ma tutto vive come risposta a un amore che l’ha preceduto.
Non esistono Abramo e Lot allo stato puro, ma siamo tutti, attraversati da queste due modalità di viaggio. Sta a noi scegliere se sperare nel Signore o se riporre la nostra speranza soltanto nelle nostre forze, in questa vita. Quando viene a mancare la speranza, tutto si ferma, l’esistenza diventa pesantissima, non si ha più voglia di vivere. Più una vita è sazia di benessere e più si sperimenta la noia. La speranza è paradossale, non passiva; non è evasione nel sogno né radicalismo avventuroso; sperare significa essere pronti a ogni momento ad accogliere la nascita dell’uomo nuovo. Sperare è credere che qualcosa di nuovo può avvenire nella vita. E questo non è puro ottimismo né provvidenzialismo.
Cristo ha vinto ogni forma di male, eppure noi continuiamo a sperimentare il dolore, la sofferenza, la malattia, il peccato. Conosciamo smentite, delusioni, fallimenti; a volte siamo tentati di chiudere il cuore per non illuderci più, di dare le dimissioni dalla vita e di lasciarci vivere senza più sperare nulla. Ma forse, a volte, la disperazione è frutto di un sottile orgoglio di chi sperava di salvarsi, di darsi da solo un senso alla vita. Forse l’indurimento del cuore, che porta a incattivirsi contro gli altri, è frutto dell’incapacità di riconoscere il proprio fallimento. Ma una vita centrata su di sé non può sperare. Il centro generante la speranza cristiana è la risurrezione di Cristo. Noi speriamo anche agli inferi, come Silvano del monte Athos, e speriamo per tutti, non solo per noi. Non è speranza individualistica (Spe salvi, 13). I credenti sperano per tutti, perché l’amore spera tutto.
2. Qual è la sorgente della speranza cristiana?
In un tempo in cui spesso si fatica a trovare delle ragioni per sperare, coloro che mettono la propria fiducia nel Dio della Bibbia hanno più che mai il dovere di «rispondere a chiunque domandi ragione della speranza che è in loro» (1 Pietro 3,15). Spetta a loro cogliere ciò che la speranza della fede contiene di specifico, per poter viverlo.
Ora, anche se per definizione la speranza guarda al futuro, per la Bibbia essa si radica nell’oggi di Dio. «[La sorgente della speranza] è in Dio, che non può che amare e che instancabilmente ci cerca».
Nelle Scritture ebraiche, questa Sorgente misteriosa della vita che noi chiamiamo Dio si fa conoscere perché chiama gli esseri umani a entrare in una relazione con lui: stabilisce un’alleanza con loro. La Bibbia definisce le caratteristiche del Dio dell’alleanza con due parole ebraiche: hesed e emet (per es. Esodo 34,6; Salmi 25,10; 40,11-12; 85,11). Generalmente, si traducono con «amore» e «fedeltà». Dapprima ci dicono che Dio è bontà e benevolenza senza limiti e si prende cura dei suoi, e in secondo luogo, che Dio non abbandonerà mai quelli che ha chiamati ad entrare nella sua comunione.
Ecco la sorgente della speranza biblica. Se Dio è buono e non cambia mai il suo atteggiamento né ci abbandona mai, allora, qualunque siano le difficoltà - se il mondo così come lo vediamo è talmente lontano dalla giustizia, dalla pace, dalla solidarietà e dalla compassione - per i credenti non è una situazione definitiva. Nella loro fede in Dio, i credenti attingono l’attesa di un mondo secondo la volontà di Dio o, in altre parole, secondo il suo amore.
Nella Bibbia, questa speranza è spesso espressa con la nozione di promessa. Quando Dio entra in relazione con gli esseri umani, in generale questo va di pari passo con la promessa di una vita più grande. Ciò inizia già con la storia di Abramo: «Ti benedirò, disse Dio ad Abramo. E in te saranno benedette tutte le famiglie della terra» (Genesi 12,2-3).
Una promessa è una realtà dinamica che opera delle possibilità nuove nella vita umana. Questa promessa guarda verso l’avvenire, ma si radica in una relazione con Dio che mi parla qui e ora, che mi chiama a fare delle scelte concrete nella mia vita. I semi del futuro si trovano in una relazione presente con Dio.
Questo radicamento nel presente diventa ancora più forte con la venuta di Gesù Cristo. In lui, dice san Paolo, tutte le promesse di Dio sono già una realtà (2 Corinzi 1,20). Certo, ciò non si riferisce unicamente a un uomo che è vissuto in Palestina 2000 anni fa. Per i cristiani, Gesù è il Risorto che è con noi nel nostro oggi. «Sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del tempo» (Matteo 28,20).
Un altro testo di san Paolo è ancora più chiaro. «La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Romani 5,5). Lungi dall’essere un semplice augurio per l’avvenire senza garanzia di realizzazione, la speranza cristiana è la presenza dell’amore divino in persona, lo Spirito Santo, fiume di vita che ci porta verso il mare di una piena comunione.
Come vivere della speranza cristiana?
La speranza biblica e cristiana non significa una vita nelle nuvole, il sogno di un mondo migliore. Non è una semplice proiezione di quello che vorremmo essere o fare. Essa ci porta a vedere i semi di questo mondo nuovo già presente oggi, grazie all’identità del nostro Dio che si manifesta nella vita, morte e risurrezione di Gesù Cristo. Questa speranza è inoltre una sorgente di forza per vivere in un altro modo, per non seguire i valori di una società fondata sul desiderio di possesso e sulla competizione.
Nella Bibbia, la promessa divina non ci chiede di sederci e attendere passivamente che si realizzi, come per magia. Prima di parlare ad Abramo di una vita in pienezza che gli è offerta, Dio gli disse: «Vattene dal tuo paese e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò» (Genesi 12,1). Per entrare nella promessa di Dio, Abramo è chiamato a fare della sua vita un pellegrinaggio, a vivere un nuovo inizio.
Così pure, la buona novella della risurrezione non è un modo per distoglierci dai compiti di quaggiù, ma una chiamata a metterci in cammino. «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? … Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura… Voi mi sarete testimoni… fino agli estremi confini della terra» (Atti 1,11; Marco 16,15; Atti 1,8).
Sotto l’impulso dello Spirito del Cristo, i credenti vivono una solidarietà profonda con l’umanità priva dalle sue radici in Dio. Scrivendo ai Romani, san Paolo evoca le sofferenze della creazione in attesa, paragonandole alle doglie del parto. Poi continua: «Anche noi che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente» (Romani 8,18-23). La nostra fede non ci fa dei privilegiati fuori dal mondo, noi «gemiamo» con il mondo, condividendo il suo dolore, ma viviamo questa situazione nella speranza, sapendo che, nel Cristo, «le tenebre stanno diradandosi e la vera luce già risplende» (1 Giovanni 2,8).
Sperare, è dunque scoprire dapprima nelle profondità del nostro oggi una Vita che va oltre e che niente può fermare. Ancora, è accogliere questa Vita con un sì di tutto il nostro essere. Gettandoci in questa Vita, siamo portati a porre, qui e ora, in mezzo ai rischi del nostro stare in società, dei segni di un altro avvenire, dei semi di un mondo rinnovato che, al momento opportuno, porteranno il loro frutto.
Per i primi cristiani, il segno più chiaro di questo mondo rinnovato era l’esistenza di comunità composte da persone di provenienze e lingue diverse. A causa di Cristo, quelle piccole comunità sorgevano ovunque nel mondo mediterraneo. Superando divisioni di ogni tipo che li tenevano lontani gli uni dagli altri, quegli uomini e quelle donne vivevano come fratelli e sorelle, come famiglia di Dio, pregando insieme e condividendo i loro beni secondo il bisogno di ciascuno (cfr. Atti 2,42-47). Si sforzavano ad avere «un solo spirito, uno stesso amore, i medesimi sentimenti» (Filippesi 2,2). Così brillavano nel mondo come dei punti di luce (cfr. Filippesi 2,15). Sin dagli inizi, la speranza cristiana ha acceso un fuoco sulla terra.
3. La speranza cristiana è una certezza.
La speranza cristiana è la certezza, una certezza di fede che il bene vince, la bontà vince e vince perché ha già vinto in Cristo Gesù, morto e risorto.
Io dico sempre che per capire la speranza bisogna mettersi ai piedi della Croce e guardare una scena, che è un raggio di luce, un fascio che illumina tutta la storia.
Gesù è sulla Croce, la Croce che abbiamo costruito tutti, e mentre è sulla Croce l’arroganza umana lo provoca: “Se sei il Figlio di Dio, scendi dalla Croce e allora noi ti crederemo. Hai salvato gli altri, adesso salva te stesso”.
Gesù poteva scendere se avesse voluto, cosa gli costava? Con una parola aveva detto al Mare di Galilea: "Fermati!", e si era fermato; aveva detto al vento impetuoso: "Taci", ed aveva taciuto; con una benedizione aveva moltiplicato il pane per sfamare migliaia di persone; con una parola aveva richiamato in vita Lazzaro.
Cosa costa a Gesù, quindi, scendere dalla Croce? Perché non è sceso?
Non è sceso dalla Croce per dirci che Dio non è potere e, quindi, Gesù non è sceso dalla Croce per non canonizzare la forza del potere, la forza dell’arroganza, la forza della prepotenza.
E’ rimasto sulla Croce per dirci che Dio è amore, Dio è bontà. La forza di Dio è la forza della bontà, è la forza dell’amore e proprio perché questa è la forza di Dio, la bontà vince, l’amore vince.
Questa certezza è il cuore della speranza cristiana, che ha poi avuto la sua esplosione nella Risurrezione di Gesù.
La morte di Cristo non è stata l’ultima parola, ma attraverso la morte Gesù ha messo l’amore dentro la morte ed ha, quindi, vinto anche la morte: e la Resurrezione ne è conseguenza.
Tematiche didattiche.
- La speranza nella Scrittura: Abramo, Lot e Gesù.
Individuazione, dal Testo biblico, del termine ‘speranza’ e suo significato biblico-teologico. Abramo (e Lot); Gesù e la speranza che manifestano.
2. La speranza cristiana.
La speranza cristiana è Cristo. Lui Crocifisso e Risorto getta luce di spernaza sul vivere (su di Lui la vita cristiana diviene progetto) e sul morire (ancora un progetto in cui il termine della vita umana non è la fine). La fede conduce alla speranza; altrimenti è momentaneo spiritualismo intimistico. La dinamicità della fede grazie alla speranza. Immagine della speranza: il profeta; colui che convocato dalla Parola che deve condividere con i fratelli, opera nella verità dell’oggi gettando le basi per il domani.
3. I giovani e la speranza: le speranze o la speranza?
Futuro sconosciuto e tenebroso? Futuro da non raggiungere vivendo nel “carpe diem”? l’oggi produce ‘le speranze’: ogni realtà fa ben sperare, per cui val la pena ‘succhiarle fino al midollo’. Il tutto e subito come panacea delle speranze per non guardare al futuro.
La speranza che poggia su Cristo ci fa vivere l’oggi come momento e luogo dell’incontro e ci dà il sapore della profondità ulteriore dell’incontro domani.
Educare alla speranza: esprimere se stessi nel cammino progettuale di vita. |