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L'alfabeto della Parola: Obbedienza |
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L’alfabeto della Parola:
OBBEDIENZA
Nella bibbia “obd” non è un derivato da ‘udire’ ma una della sue eccezioni. L’ebraico troviamo ‘sama’ ascoltare e nel greco classico c’è upakuw e nel latino c’ è obbedire ob-audire, obbedire contiene akuw ascoltare. Il testo greco per tradurre sama usa upakuv (indica sempre la doverosa obbedienza al messaggio evangelico da parte di chi lo ha liberamente e decisamente accettato. E’ espressione di quella religiosità che accoglie la parola di Dio attraverso l’udito e la mette in pratica). Con questa espressione la maggior parte delle volte Dio viene incontro all’essere umano attraverso la parola. È una delle sue accezioni, è un udire profondo, un aprire le orecchie. Isaia parla della sua reazione obbediente e disponibile di fronte alla sua parola, «Ogni mattina fa attento il mio orecchio perché io ascolti come gli iniziati. Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho posto resistenza, non mi sono tirato indietro» (Is 50,4b-5); ma c’è anche l’opposizione tale ascolto «Ma il mio popolo non ha ascoltato la mia voce, Israele non mi ha obbedito… Se il mio popolo mi ascoltasse, se Israele camminasse per le mie vie!» (Sal 81, 12.14). Il termine upakuw contiene il prefisso upw, sotto, e indica un atteggiamento di sottomissione alla parola, una disposizione interiore di obd. Nella bibbia questo termine non ha grandi varianti, è abbastanza fisso. Importanti sono i testi della fedeltà di Abramo e le risposte di Israele al Signore dopo la proposta di alleanza: «Saranno benedette per la tua discendenza tutte le nazioni della terra, perché hai obbedito alla mia voce» (Gen 22,8). L’obbedienza è più apprezzata del sacrificio «Il Signore forse gradisce gli olocausti e i sacrifici come obbedire alla voce del Signore? Ecco obbedire è meglio dei sacrifici» (1 Sam 15,22). Allo stesso modo si parla di obd quando si ricorda il compimento della volontà di Dio.
Motivi dell’obbedienza biblica
La ragione fondamentale dell’obd biblica è il rapporto o la situazione in cui si trova la creatura di fronte al suo Dio, è l’atteggiamento corretto della creatura. Si obbedisce a una norma a un comandamento perché è emanato da Dio « Oggi sei divenuto il popolo del Signore tuo Dio. Obbedirai quindi alla voce del Signore tuo Dio» (Dt 27, 9.10); «Insegnami a compiere il tuo volere perché sei tu il mio Dio» (Sal 143,10).
La bontà della volontà divina
Il Dio biblico non si approfitta della creatura per agire in modo dispotico. Il popolo non mette in discussione tali precetti, anche se non li capisce, perché Dio è giusto e non arbitrario.. Il D7 6,4-5 ci ricorda di amare Dio con tutta l’anima, con tutte la forze, con tutto il cuore perché egli è l’unico Signore. Il volere cui tende l’obbedienza biblica ha un nome specifico , non confondibile con nessun altro volere. In ebraico si chiama “rison”, benevolenza, buona volontà, beneplacito divino. Questo è il tipo di volere che desidera compiere il fedele nella sua obd: “Sacrificio e offerta non gradisci, gli orecchi mi hai aperto… Sul rotolo del libro di me è scritto che io faccia il tuo volere ( il tuo rison)” (Sal 40,7.8-9).
La morale di obbedienza nell’AT: schema indicativo-imperativo
La morale evangelica del NT è tutta incentrata su questo schema indicativo- imperativo, nel senso che l’esigenza dell’imperativo funziona solo in virtù di un indicativo previo, di un passato, di un’esperienza positiva di Dio, lo stesso schema anche se meno sviluppato o implicito si trova nell’AT. L’idea di un Dio buono non arbitrario conquista il pio israelita, che si dispone ad obbedire fidandosi del suo creatore e benefattore; nel passato c’è tutta una storia di elezione di promesse. Il passato è detto indicativo perché in esso vi è quanto Dio fece, ha fatto, farà. Da questa esperienza di essere stato oggetto dell’amore di Dio, e per il futuro, oggetto delle promesse, nasce la fedeltà e l’attaccamento alla sua volontà. Nessuno potrebbe attaccarsi a un Dio crudele e capriccioso. Dio quando si fa conoscere, si identifica come il Dio dei padri, di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, è un Dio che a suo favore ha delle credenziali, che ha liberato dalla schiavitù d’Egitto (Es 3,7-10).
Memoria del passato
Quando Dio stabilisce l’alleanza, si ricorderà del passato «Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all’Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatti venire fino a me. Ora, se vorrete ascoltare la mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me la proprietà tra tutti i popoli» (Es 19,4-5). La scelta di Dio precede la fedeltà di Israele, sebbene l’obbedienza sia necessaria perché la scelta e l’alleanza siano salvatrici. Quando Israele dubita della fedeltà del Signore, l’obd scompare (come a Massa per l’acqua che sgorgherà dalla roccia). Ivi gli israeliti si domandarono «Il Signore è in mezzo a noi si o no?» (Es 17,7b). Lo steso faraone non obbedirà ne ascolterà Mosè, perchè non ha idea della bontà ne della sua unicità. Allora la causa della disobbedienza va cercata nell’incomprensione di chi sia il Signore e delle sue imprese a favore del suo popolo: «I nostri padri non compresero i tuoi prodigi, non ricordarono tanti tuoi benefici e si ribellarono presso il mare, presso il mar Rosso» (Sal 106,7). Il ricordo del Signore e delle sue opere ha come fine di dare fondamento al fatto religioso. L’obd è quindi qualcosa che si vuole presentare come ovvio, visto il rapporto che il Signore ha con il suo popolo. Si cerca un’obd di cuore, libera, accettata responsabilmente «Sappi dunque e conserva bene nel tuo cuore che il Signore è Dio lassù nei cieli e quaggiù sulla terra : e non ve n’è altro. Osserva dunque le sue leggi e i suoi comandi che oggi ti do, perché tu sia felice» (Dt 4,39-49). L’obd prende sul serio Dio, è l’atteggiamento fondamentale di fronte a lui, è una reazione adulta, matura. Il Sal 119 canta la legge di Dio ripetendo in strofe di otto versetti l’una, le eccellenze dei comandamenti di Dio, non è legalismo. L’inizio del salmo è una beatitudine: «Beato l’uomo di integra condotta, che cammina nella legge del Signore», e la fine è una ripetizione di adesione: «Non ho dimenticato i tuoi comandamenti». L’obbedienza al Signore non è sempre stata orientata in modo corretto, spesso nella bibbia si denuncia l’attaccamento legalistico al culto, se non si vivono la giustizia e l’amore (cfr. Is 1,11-17). Gesù denunciò questo atteggiamento orgoglioso e farisaico della legge, che coesisteva con i peccati mortali, come la mancanza di carità.
L’obbedienza nel NT: la fede cristiana come obbedienza escatologica
I cristiani nella 1Pt1,14 sono definiti «Figli obbedienti» perchè non si conformano ai desideri di un tempo, ma si trasformano ad immagine del santo che li ha chiamati. L’oggetto di questa obd si esprime in vari modi:
a) In primo luogo è obd a Dio: (At 5,29) «Bisogna obd a Dio piuttosto che agli uomini», anche l’obd di Gesù ha come riferimento Dio.
b) Si obbedisce a Cristo (Eb 5,9) «Divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono».
c) Si obbedisce alla verità (1Pt 1,22) «Dopo aver santificato le vostre anime con l’obd alla verità, per amarvi sinceramente amatevi come fratelli…».
d) Si parla di coloro che non hanno obbedito al vangelo (Rom 10,16): «Ma non tutti hanno obbedito al vangelo».
e) L’obd ha come oggetto la dottrina apostolica e le sue norme (Rom 6,17): «Voi eravati schiavi del peccato, ma avete obbedito di cuore a quell’insegnamento che vi è stato trasmesso».
L’obd è in rapporto con la fede, è un’obd a Dio o a Gesù; la fede è un’accettazione obbediente e fiduciosa dell’azione di Dio. La fede di Abramo viene descritta come un atto di obd nella lettera agli ebrei (Eb 11,8): «Per fede Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità».
La fede nel NT, che possiamo chiamare obd, è una fede escatologica, perché proclama la rivelazione e l’azione salvifica di Dio attraverso Gesù Cristo. Anche l’obd nel NT è strutturata secondo lo schema indicativo-imperativo, ma con un indicativo che aggiunge a quella dell’AT la realizzazione escatologica portata a termine da Dio in Gesù. Lo ‘scemà’ religioso e morale è ora escatologia e risposta o escatologia e obd. Questo programma si vede nella parabole di Gesù: sono tutte parabole del regno: alcune ci presentano la sua venuta o le qualità, altre presentano la debita risposta.
Il cristiano che accetta la profondità della propria fede scopre una logica (Gal 5,25): «Se pertanto viviamo dello spirito, camminiamo anche secondo lo spirito». Gesù qualifica la fede dei discepoli come insufficiente, come una carenza che rende incapaci all’obd, all’essere come un bambino davanti a Dio, a cogliere i valori del regno e agire di conseguenza (Mt 17,20): «Se avrete fede pari a un granellino di senapa, potrete dire a questo monte: spostati da qui a la, ed esso si sposterà, e niente vi sarà impossibile».
La fede cristiana rimanda all’obbedienza di Gesù, all’obbedienza filiale di Gesù
Gesù ha sempre vissuto sotto la volontà del padre fin dall’infanzia Lc 2,49 «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Qui entra in gioco il dein “l’essere indispensabile” che tanto condiziona la vita di Gesù e fa riferimento alla volontà del padre (è l’obd al Padre, alla sua volontà). L’obd di Gesù al Padre si esercita attraverso l’obd alle parole scritte. Nel testo della tentazioni del deserto l’obd di Gesù consiste nel richiamare le parole di Dio ed attenersi ad esse (spesso ricorre “sta scritto” Mt 4,4.7.10). L’ascolto di queste parole, sotto l’azione attuale dello spirito, diventano veicoli della volontà di Dio e rivelano il loro carattere vincolante di ordini di Dio. Gesù ha attuato in modo perfetto ciò che era detto di lui nell’AT, i suoi atti dipendono dalle profezie e non viceversa. Tutta la sua vita è stata guidata da questa scia luminosa che gli altri non vedono, ed è costituita dalle parole scritte per lui, è dalle scritture che egli ricava il dein, che regge tutta la sua vita. Le tentazioni sono la prova del suo essere figlio di Dio (Mt 4,1-11; Lc 4,1-13; Mc 1,12-13), Gesù per prima cosa è messo davanti al comandamento dell’amore Dt 6,5 «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze», e la sua prova è descritta alla luce di questo comandamento, è la prova di Israele nel deserto a partire dallo stesso comando. La prima tentazione ci svela che Gesù ama con tutto il cuore. In Dt 8, 2-3 si dice a Israele provato dalla fame: «Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarantenni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore… per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore». Questa è la lezione che Gesù ha imparato, ciò che ha nel cuore, Gesù davanti a tale situazione risponde con ciò che ha nel cuore Mt 4,4 «Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio». La seconda prova è quella del pinnacolo del tempio, è la prova dell’amore a Dio fino a dare la vita. Il pinnacolo era il luogo in cui gli ebrei gettavano il reo che poi, ferito a morte, veniva ucciso mediante lapidazione. Gesù in questa tentazione, è messo alla prova nel suo amore con tutta la sua vita. Di fronte al rischio di morte che il suo vangelo supponeva, non chiese un segno, non tentò il Signore come Israele in una situazione simile quando gli domandarono «Il Signore è in mezzo a noi o no?», ma rispose Mt 4,7 «Non tentare il Signore Dio tuo». In Dt 6,16 si citano queste parole opponendole al dubbio di Massa. La terza prova mostra che Gesù ama con tutte le forze e non certo le ricchezze e le possibilità mondane. Quando l’autore della lettera agli Ebrei, che tanto parla dell’obd di Gesù, dirà in 4,15 che fu «Provato in ogni cosa», si rifà alla prova di Israele nel deserto e al racconto delle tentazioni. Gesu come si vede fu provato per vedere se amava veramente con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutto se stesso. I suoi passi, le sue reazioni, sono una ricerca della volontà del Padre che descrive come suo cibo Gv 4,34 «Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera». L’accoglienza che egli riserva ai piccoli è una imitazione del Padre, e ciò è per lui fonte di gioia, il suo zelo per i peccatori e la sua gioia per la loro conversione è dovuta la fatto che questo è l’atteggiamento del Padre che si rallegra nei cieli, è in questo rapporto che va vista la sua obbedienza al Padre. La semplicità con la quale vive la sua vita di servizio, non è altro che un’obd affidatagli dal Padre Mc 10,45 «ll figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti». E’ fedeltà e obd anche la sua interpretazione della legge il suo rifarsi alla vera intenzione di Dio, per esempio nella creazione del sabato Mc 2,27 «Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato». Tutti i ricordi che abbiamo di Gesù, esprimono il suo atteggiamento di sottomissione al Padre e la sua generosità infinita. Ci parlano della sua obd fino alla fine, fino alla croce, ma un’obd libera senza costrizioni Fil 2,8 «Umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce». La sua adesione alla volontà del Padre, lo porta ad avere come fratello, sorella, madre, chi compie la sua volontà (Mc 3,35). Tutta l’opera di Gesù all’interno del NT è considerata come un’obd Rom 5,19 «Come per la disobbedienza di uno solo sono tutti sono stati costituiti peccatori,cosi anche per l’obd di uno solo tutti saranno costituiti giusti» L’obd è una fedeltà al suo progetto su di noi.
L’obd di Gesù sta nella sua fedeltà filiale. Gli autori del NT hanno presentato l’obd di Gesù come qualcosa che egli ha voluto al massimo, che costituì la sua vita, il suo modo di esistere. Per questo tipo di obd Gesù fu Eb 12,2 «Autore e perfezionatore della fede», fino al punto che da modello divenne causa di salvezza Eb 5,7b-9 «Fu esaudito per la sua pietà. Pur essendo figlio imparò l’obd dalle cosi che patì e, reso perfetto divenne causa di salvezza per tutti coloro che gli obbediscono». La grandezza dell’obd di Gesù, oggettivamente si misura dalle «cose che patì» e soggettivamente dall’amore a dalla libertà con cui obbedì. San Basilio distingue tre disposizioni con cui si può obbedire: primo, per paura del castigo, ed è la disposizione degli schiavi; secondo, per desiderio del premio, ed è la disposizione dei mercenari; terzo, per amore, ed è la disposizione di figli. Ed è questo terzo grado che rifulge in Cristo.
L’obbedienza di Cristo
Il fondamento dell’obd cristiana non è un’idea di obd, ma è un atto di obd; non è un principio (l’inferiore deve sottostare al superiore), ma è un evento; non è fondato su un «ordine naturale costituito», ma fonda e costituisce, esso stesso un nuovo ordine; non si trova nella ragione la recta ratio, ma nel kerigma, e tale fondamento è che Cristo (Fil 2,8) «E’ fatto obbediente fino alla morte»; che Cristo (Eb 5,8-9) «Imparò l’obd dlle cose che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza per tutti coloro che gli obbediscono».
Nella Lettera ai Romani il centro da cui prende luce il discorso sull’obd è 5,19 «… per l’obd di uno solo tutti saranno considerati giusti». In questo dittico della lettera ai Romani emerge la contrapposizione tra la figura opaca, perché disobbediente, di Adamo e la figura luminosa di Cristo, obbediente al Padre, c’è sempre quella tensione tra peccato e grazia, tra bene e male, tra morte e vita. In sintesi Paolo afferma Rm 5,20 «Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia». Tutta la storia dell’At è un intreccio tra fedeltà assoluta di Dio e infedeltà ricorrente del popolo. Questo è stato chiamato spesso a rispondere nell’obd alla sua alleanza, ai suoi comandamenti, al dono della liberazione ha risposto invece con la ribellione, l’idolatria, la prostituzione. L’obd di Cristo è la fonte storica della giustificazione, concetto importante nella lettera ai Romani. Per il NT l’obd di Cristo non è più solo un sublime esempio, ma è il fondamento, essa è la costituzione del regno di Dio. L’obd di cui parla san Paolo, non è l’atteggiamento di sottomissione che Gesù ha avuto nei confronti dei suoi genitori, della legge, del Sinedrio, di Pilato, ma evidenzia l’obd di Cristo al padre. L’obd di Cristo è l’antitesi della disobbedienza di Adamo.
San Paolo e la lettera agli Ebrei mettono in luce il posto dell’obd nella morte di Gesù, mentre i sinottici e Gv «mio cibo è fare la volontà del Padre» (Gv 4,34). Adamo non ha certo disobbedito ai genitori, all’autorità, alle leggi, ma disobbedì a Dio. Come all’origine di tutte le disobbedienze c’è una disobbedienza a Dio, cosi all’origine di tutte le obbedienze c’è l’obd a Dio. A noi oggi viene chiesto di entrare in questo circolo di fare nostro questo atteggiamento di obd al Padre, è obbedendo all’obd stessa di Gesù. La nostra obd comincia nella obd di Gesù. Per questo ogni uomo che entra nel regno di Dio, entra a partecipare dell’obd di Cristo. Fede e obd sono tra loro connesse e quasi sinonimi. Non solo accettando delle verità proposte fondandosi sull’evidenza, ma soprattutto su colui che ce le rivela, perché la Parola di Dio non è mai solo una verità da credere, ma anche una volontà da compiere. La fede, in un altro senso, è obd anche quando ci si presenta come verità da credere, perché la ragione non l’accetta per la sua evidenza, ma per la sua autorità. L’obd alla fede di san Paolo, non significa solo obbedire alle cose credute, ma anche obbedire credendo, con il fatto stesso di credere. Teniamo presente che i termini con cui si esprime l’obd sono imparentati con quelli usati per esprimere la fede: (upakuw ob-audire) significa prestare ascolto e (peiqomai dalla radice di pistiV) significa lasciarsi persuadere. Dalla parola di Dio si scopre che l’obd e più una virtù positiva che negativa.
Nella scrittura l’eccellenza non è data dal sapere rinunciare alla propria volontà, dall’aspetto negativo, bensì da un aspetto positivo che è quello di fare la sua volontà e non fare la propria volontà. Gesù dice: «Non la mia, ma la tua volontà sia fatta», in cui l’accento è posto sulla seconda parte. La salvezza ci viene dal fare la volontà di Dio e non dal non fare la nostra volontà; lo stesso nel Padre nostro chiediamo «Sia fatta la tua volontà», chiediamo una cosa positiva e non negativa.
Lo scopo di tutto è riportare la libertà umana ad aderire liberamente a Dio, cosicché un solo volere torna a regnare nell’universo, come prima del peccato, quello di Dio. E’ con un atto di obd perfetta come quella di Abramo, in cui si vede il capostipite, che ha inizio la storia della salvezza. Grazie alla sua obd le generazioni future saranno portatrici della benedizione di Dio. L’obd è il sì della creatura al suo creatore, nella quale già da adesso, in modo imperfetto, si opera quella unione di volontà che costituisce l’essenza della beatitudine eterna. Un padre del deserto diceva che nell’obd si attua la somiglianza con Dio, e non solo l’essere fatti a sua immagine. Per il fatto che esistiamo noi siamo fatti a sua immagine, ma per il fatto che obbediamo, siamo anche a sua somiglianza, nel senso che, obbedendo, ci conformiamo alla sua volontà e diventiamo, per libera scelta, quello che egli è per natura. Somigliamo a Dio perché vogliamo le stesse cose che vuole Dio.
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L'alfabeto della Parola di Dio: Notte |
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L'alfabeto della Parola di Dio: Notte
Notte
Quando pensiamo alla notte probabilmente avvertiamo sensazioni diverse, sensazioni che possono essere piacevoli o dolorose in base al ricordo di esperienze fatte o raccontate.
I Salmi, le cui mille facce esprimono la varietà dell’esperienza umana, raccontano tanti tipi di notte: è il tempo della meditazione della legge del Signore (Sal 1, 2) o dello sfogo del pianto di chi è stremato dalla sofferenza (Sal 6, 7); tempo in cui il Signore istruisce il suo fedele (Sal 16, 7; Sal 17, 3) o nel quale può verificarne la giustizia, nel senso del corretto agire (Sal 17, 3); tempo del grido dell’abbandonato (Sal 22, 3) o del canto di chi si affida al Signore (Sal 42, 9).
La notte ha un nome
Anche la notte è sotto il controllo sapiente di Colui che tutto ha creato: “Tuo è il giorno e tua è la notte, la luna e il sole tu li hai creati” (Sal 74, 16).
La signoria di Dio sulla notte è messa in evidenza fin dalle prime pagine della Bibbia quando si parla della creazione: “Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre e chiamò la luce giorno e le tenebre notte. E fu sera e fu mattina: primo giorno” (Gen 1, 4s).
Dare il nome significa poter esercitare il dominio sulla cosa di cui si tratta: Dio, dando ad essa il nome, è Signore della notte. E il credente sa che quando si trovasse nella situazione di dover attraversare la notte, nel senso di tempo sfavorevole o contrario, non la attraverserebbe come chi si sente allo sbaraglio, perché Dio, il Dio che ha creato ogni cosa, il Dio che ha dato un nome alle tenebre, dall’alto sapientemente controlla ogni cosa: “per te la notte è chiara come il giorno” (Sal 139, 12), per cui anche “se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza” (Sal 23, 4).
La notte della promessa
In una notte dal cielo stellato, segno della maestà di Colui che tutto ha creato, un uomo si sente dire: “Guarda il cielo e conta le stelle, se riesci a contarle… Tale sarà la tua discendenza” (Gen 15, 5). È la notte di Abramo, la notte in cui, pur non vedendo ancora realizzata la parola del Signore riguardo alla discendenza (Gen 12, 2.7), egli è invitato a mantenere quello sguardo di fede (cf. Eb 11, 11s) che fa intravedere, attraverso i segni (il numero enorme delle stelle del cielo) la fecondità della promessa.
È la luminosa notte della speranza ancorata in Dio: in essa si può vedere lontano e scorgere cose che la luce del giorno, l’evidenza, a volte nasconde.
“Guarda il cielo e conta le stelle, se riesci a contarle…” dovette ricordare Abramo un’altra notte, quella tragica, che precede il giorno nel quale, obbedendo alla parola di Dio, dovrà sacrificare il figlio della promessa (Gen 22, 1-3). Notte tragica in cui senza più alcun segno Abramo continua a camminare dietro il suo Dio che lo matura attraverso un’oscurità questa volta priva di stelle. Nel cuore di questa notte, per la fedeltà a Dio con cui l’affronta, Abramo riascolta le parole della promessa (Gen 22, 15-17) che, per l’esperienza vissuta, acquista nuovo spessore e nuova luce: il dono dall’alto passa attraverso la libertà accogliente densa di fede di colui che ne è coinvolto.
E vede lontano anche Giacobbe, la notte in cui Dio gli appare in sogno (Gen 28, 10-22), mentre è ormai lontano da casa e più lontano ancora dalla meta. Costretto a fuggire, “non ha più i tre riferimenti che fin dall’inizio della Bibbia sono costitutivi dell’uomo: Dio, la famiglia e le amicizie, la terra e il lavoro. Egli si sente in qualche maniera un maledetto come Caino e non a caso la Scrittura ce lo rappresenta nell’oscurità della notte, solo, sconsolato, e con la domanda che gli brucia nel cuore: dove sono? quale sarà il mio avvenire?”. In quella notte Dio si fa presente promettendogli un futuro inatteso e ricco, al di là di ogni umana previsione: recupera centuplicato ciò che ritiene ormai perso (Gen 28, 13-15). È la notte in cui scopre un Dio che è vicino e che si prende cura, un Dio che apre strade nuove e un nuovo futuro.
A questa notte si collega l’altra, quella della lotta con Dio (Gen 32, 23-33), dalla quale Giacobbe uscirà trasformato: il nome nuovo che in questa occasione riceve, Israele, indica una nuova vocazione e un nuovo destino, quello di capostipite del popolo della promessa divina. In questa notte si apre un’era nuova, incentrata su un uomo nuovo “che non è il ‘soppiantatore’ di suo fratello ma colui che ha lottato con Dio ed è stato benedetto ed eletto per una grandiosa missione”.
Di notte Dio spiazza anche Davide, ormai re d’Israele: desideroso di costruire per il Signore una dimora più degna, chiama Natan il profeta e gli confida il suo progetto (2 Sam 7, 2s). “Quella stessa notte” il Signore fa riferire a Davide attraverso Natan: “Te poi il Signore farà grande, poiché una casa farà a te il Signore. Quando i tuoi giorni saranno compiuti e tu giacerai con i tuoi padri, io assicurerò dopo di te la discendenza uscita dalle tue viscere, e renderò stabile … per sempre il trono del suo regno” (2 Sam 7, 4-11ss).
Giocando sul termine “casa”, che può significare sia “casa” che “casato”, il Signore promette a Davide una discendenza gloriosa. In questo modo comunica implicitamente che, accanto a una sua presenza “geografica” legata a un luogo come può essere il tempio, ce n’è un’altra, quella nel tempo e nella storia, espressa nella linea dinastica davidica.
Più in generale si può dire che il Dio del cielo e della terra, il Signore dell’universo, si china sull’uomo e si fa suo compagno di viaggio: la storia con le sue vicende dolorose o liete è luogo teologico, dove Dio si rende presente e si coinvolge rivelando così se stesso e il suo progetto di salvezza per l’uomo.
Un esempio che resterà fisso nel cuore del popolo come modello permanente di riferimento è l’evento della liberazione, come il Signore stesso aveva ricordato proprio a Davide quella notte (2 Sam 7, 5ss).
La “notte di veglia”
Così è definita la notte della liberazione: “Notte di veglia fu questa per il Signore per farli uscire dal paese d’Egitto. Questa sarà una notte di veglia in onore del Signore per tutti gli Israeliti, di generazione in generazione” (Es 12, 42).
A vegliare è innanzitutto il Signore, che a ragione può essere definito come “Colui che veglia”. “Come un’aquila che veglia la sua nidiata, che vola sopra i suoi nati, egli spiegò le ali e lo prese, lo sollevò sulle sue ali” (Dt 32, 11): è un’immagine simbolica che descrive bene l’evento della liberazione; “voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all’Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatti venire fino a me” (Es 19, 4) aveva precedentemente detto il Signore a Mosè nel deserto.
L’aquila, utilizzata come simbolo che rappresenta Dio e la sua azione salvifica, è un’immagine che esprime da un lato la maestà, la potenza dell’agire di Dio, e dall’altro la dolce, amorevole cura per quel popolo qualificato come suo “primogenito” (Es 4, 22).
A vegliare però deve essere anche tutto il popolo e non solo quella notte: “Questa sarà una notte di veglia in onore del Signore per tutti gli Israeliti, di generazione in generazione”. È una veglia che servirà a tener viva la memoria di quell’evento destinato a diventare modello permanente di liberazione. L’esodo non è solo un fatto del passato che ha visto come beneficiari la gente dell’epoca. È un evento di salvezza che permane come chiave di interpretazione di ogni presente nel quale Dio continuerà a manifestarsi come liberatore.
I Salmi, la preghiera con cui il credente prega, ne sono una testimonianza diretta; nel momento dell’angoscia il credente, facendo memoria delle gesta del Signore rinnova la sua fiducia in Colui che nell’oggi può liberarlo: “Nel giorno dell’angoscia io cerco il Signore, tutta la notte la mia mano è tesa e non si stanca... Ripenso ai giorni passati, ricordo gli anni lontani...Ricordo le gesta del Signore...Tu sei il Dio che opera meraviglie... Sul mare passava la tua via, i tuoi sentieri sulle grandi acque e le tue orme rimasero invisibili. Guidasti come gregge il tuo popolo per mano di Mosè e di Aronne…” (Sal 77).
La speranza del futuro poggia sulla memoria del passato che la notte della veglia aiuta a ricordare: se Dio ci ha liberati una volta perché non può farlo anche oggi e domani? Al dono della liberazione corrisponde l’impegno di vivere nell’osservanza della Legge che il Signore aveva data al Sinai.
Colui che si presenta come liberatore (Es 20, 1-2) consegna al popolo la sua legge che non è un peso, ma la strada percorrendo la quale si vive nella libertà e nella prosperità: il raggiungimento della felicità piena è frutto di una vita sapientemente vissuta, che trova la sua fonte proprio nella Legge che viene dall’alto.
La notte della domanda
Chi presenta la domanda sono il sapiente e il profeta. La domanda è quella di chi nel buio dell’esperienza che vive non capisce più nulla e maledice la propria prima notte: “Giobbe aprì la bocca e maledisse il suo giorno; prese a dire: Perisca il giorno in cui nacqui e la notte in cui si disse: è stato concepito un uomo!” (Gb 3, 1-3). A Giobbe, il sapiente, si può accostare Geremia, il profeta .
La domanda del sapiente riguarda l’incomprensibile rapporto tra l’uomo giusto, che vive secondo la Legge che promette prosperità, e la sofferenza: come è possibile che il giusto soffra? Quella del profeta, invece, è legata al fallimento della missione affidatagli da Dio di essere portavoce della sua Parola: dov’è Colui che mi ha inviato a profetare? Da che parte sta?
È, per entrambi, la domanda sull’apparente assenza di Dio. Per il sapiente, Dio viene meno al suo compito di garante di quell’ordine su cui regge tutta la sapienza classica, rappresentata dagli amici che vanno a trovarlo7, secondo cui ognuno riceve ciò che merita e lascia il giusto nell’impressione di navigare in un mare insidioso e imponderabile, privo di riferimenti.
Per il profeta, Dio è Colui che, in una progressione crescente abbandona il proprio inviato nell’esercizio del suo ministero, dandogli persino l’impressione di essere lui stesso, il profeta, colpevole di qualcosa, pur avendo messo a servizio del popolo il carisma di cui era investito.
Queste due esperienze hanno già in sé un esito positivo. Giobbe, dopo il lungo dialogo con Dio, arriva a una conclusione illuminante che manifesta il passo fatto (Gb 42, 1-6) e che possiamo così semplificare: “non so perché soffro, ma ho capito. E quello che ho capito è che Dio sa. E questo mi basta”. Geremia, da parte sua, deve aver superato quel momento forte di crisi se, nonostante tutto, continuerà a esercitare il suo ministero fino alla fine. Le due esperienze restano aperte e decisamente orientate verso Colui che è la risposta piena alle domande che ponevano, Cristo Crocifisso e Risorto.
Le notti del Figlio di Dio
Anche Colui che per definizione è la “luce vera, quella che illumina ogni uomo” (Gv 1, 9), Colui che invita i suoi a essere luce (Mt 5, 14) e a camminare nella luce (Gv 8, 12; 11, 9-10; 12, 46)10, ha contatti con la notte nella varietà delle sue espressioni: è di notte che viene dato il lieto messaggio della sua nascita ai pastori (Lc 2, 8-11); di notte l’angelo rivela a Giuseppe, rassicurandolo, che il concepimento è opera dello Spirito Santo (Mt 1, 20); la notte è poi il tempo privilegiato dell’intimità del colloquio col Padre nella preghiera.
C’è chi di notte va da lui per averne l’ammaestramento (Gv 3, 2) e Lui insegna che bisogna essere sempre pronti perché di notte all’improvviso arriva il momento della verifica della consistenza delle proprie scelte (Lc 12, 16-21); di notte arriverà anche il padrone di casa a cui rendere conto (Lc 12, 35-40) e lo sposo per la festa di nozze (Mt 25, 6ss).
La notte è il momento dello scandalo della passione (Mt 26, 31; Mc 14, 30), l’ora nella quale coloro che operano nelle tenebre (Gv 1, 5; 3, 19) sembrano prendere il sopravvento; “ed era notte” commenta Giovanni (Gv 13, 30) quando Giuda esce per consumare il tradimento.
Tante sono le notti, ma una è speciale per la ricchezza di contenuto che in essa si trova: “Da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio si fece buio su tutta la terra. Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: ‘Elì, Elì, lemà sabactàni?’, che significa: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mt 27, 45s).
Notte feconda quella del Crocifisso, perché, come seme che muore, fa esplodere la vita (Gv 12, 24s) e porta a compimento la promessa del Padre di una discendenza senza numero (Is 53, 10ss) e di un Regno che non ha fine (Lc 1, 22; Gv 18, 33-37 e 19, 19-22; Ap 5, 6).
È notte di speranza, perché nel grido dell’Abbandonato, vertice della vicinanza di Dio con i lontani, coloro che sono ormai senza più speranza, perché oppressi dal dolore o schiavi del peccato, vedono spalancarsi orizzonti nuovi di vita e di futuro (Rm 1, 16; 3, 23-26).
È nella sua notte che trova senso la sofferenza che come giusto trasforma in amore per la vita degli altri (Gv 10, 11-16; Gal 2, 10); è questa la notte in cui come profeta dice con la vita il “messaggio bello”, la lieta notizia che parte da Dio per ogni uomo: l’amore che tutti invade con la ricchezza del potenziale di vita che porta con sé (Lc 4, 16ss).
Questa notte è legata all’altra, quella in cui la potenza divina si dispiega in tutto il suo splendore, la notte di Pasqua (Mt 28, 1-4), “Notte più chiara del giorno! Notte più luminosa del sole”.
Due notti che sono come due facce di un’unica medaglia, l’una richiama l’altra ed entrambe sono parte dell’unico mistero della morte che introduce alla vita, perché Colui che muore, muore per amore (Gv 10, 17-18).
Il Crocifisso-Risorto diventa così chiave di interpretazione e modello di riferimento, via da seguire e compagno di viaggio di chi nella fede vuole dare senso alle sue notti, fino al tempo in cui la notte cederà per sempre il passo al giorno che non avrà più fine (Ap 21, 25). |
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L'alfabeto della Parola di Dio: Maria |
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L'alfabeto della Parola di Dio: Maria
Maria
Dalla “LUMEN GENTIUM”, nn.52ss.
Volendo Dio misericordiosissimo e sapientissimo compiere la redenzione del mondo, «quando venne la pienezza dei tempi, mandò il suo Figlio, nato da una donna... per fare di noi dei figli adottivi» (Gal 4,4-5), «Egli per noi uomini e per la nostra salvezza è disceso dal cielo e si è incarnato per opera dello Spirito Santo da Maria vergine». Questo divino mistero di salvezza ci è rivelato e si continua nella Chiesa, che il Signore ha costituita quale suo corpo e nella quale i fedeli, aderendo a Cristo capo e in comunione con tutti i suoi santi, devono pure venerare la memoria «innanzi tutto della gloriosa sempre vergine Maria, madre del Dio e Signore nostro Gesù Cristo».
Maria e la Chiesa
Infatti Maria vergine, la quale all'annunzio dell'angelo accolse nel cuore e nel corpo il Verbo di Dio e portò la vita al mondo, è riconosciuta e onorata come vera madre di Dio e Redentore.
I libri del Vecchio e Nuovo Testamento e la veneranda tradizione mostrano in modo sempre più chiaro la funzione della madre del Salvatore nella economia della salvezza e la propongono per così dire alla nostra contemplazione. I libri del Vecchio Testamento descrivono la storia della salvezza, nella quale lentamente viene preparandosi la venuta di Cristo nel mondo. Questi documenti primitivi, come sono letti nella Chiesa e sono capiti alla luce dell'ulteriore e piena rivelazione, passo passo mettono sempre più chiaramente in luce la figura di una donna: la madre del Redentore. Sotto questa luce essa viene già profeticamente adombrata nella promessa, fatta ai progenitori caduti in peccato, circa la vittoria sul serpente (cfr. Gen 3,15). Parimenti, è lei, la Vergine, che concepirà e partorirà un Figlio, il cui nome sarà Emanuele (cfr. Is 7, 14; Mt 1,22-23). Essa primeggia tra quegli umili e quei poveri del Signore che con fiducia attendono e ricevono da lui la
salvezza. E infine con lei, la figlia di Sion per eccellenza, dopo la lunga attesa della promessa, si compiono i tempi e si instaura la nuova « economia », quando il Figlio di Dio assunse da lei la natura umana per liberare l'uomo dal peccato coi misteri della sua carne.
Maria nell'annunciazione
Il Padre delle misericordie ha voluto che l'accettazione da parte della predestinata madre precedesse l'incarnazione, perché così, come una donna aveva contribuito a dare la morte, una donna contribuisse a dare la vita. Ciò vale in modo straordinario della madre di Gesù, la quale ha dato al mondo la vita stessa che tutto rinnova e da Dio è stata arricchita di doni consoni a tanto ufficio. Nessuna meraviglia quindi se presso i santi Padri invalse l'uso di chiamare la madre di Dio la tutta santa e immune da ogni macchia di peccato, quasi plasmata dallo Spirito Santo e resa nuova creatura. Adornata fin dal primo istante della sua concezione dagli splendori di una santità del tutto singolare, la Vergine di Nazaret è salutata dall'angelo dell'annunciazione, che parla per ordine di Dio, quale « piena di grazia » (cfr. Lc 1,28) e al celeste messaggero essa risponde «Ecco l'ancella del Signore: si faccia in me secondo la tua parola» (Lc 1,38). Così Maria, figlia di Adamo, acconsentendo alla parola divina, diventò madre di Gesù, e abbracciando con tutto l'animo, senza che alcun peccato la trattenesse, la volontà divina di salvezza, consacrò totalmente se stessa quale ancella del Signore alla persona e all'opera del Figlio suo, servendo al mistero della redenzione in dipendenza da lui e con lui, con la grazia di Dio onnipotente. Giustamente quindi i santi Padri ritengono che Maria non fu strumento meramente passivo nelle mani di Dio, ma che cooperò alla salvezza dell'uomo con libera fede e obbedienza. Infatti, come dice Sant'Ireneo, essa «con la sua obbedienza divenne causa di salvezza per sé e per tutto il genere umano». Ciò che la vergine Eva legò con la sua incredulità, la vergine Maria sciolse con la sua fede» e, fatto il paragone con Eva, chiamano Maria «madre dei viventi e affermano spesso: «la morte per mezzo di Eva, la vita per mezzo di Maria».
Maria e l'infanzia di Gesù
Questa unione della madre col figlio nell'opera della redenzione si manifesta dal momento della concezione verginale di Cristo fino alla morte di lui; e prima di tutto quando Maria, partendo in fretta per visitare Elisabetta, è da questa proclamata beata per la sua fede nella salvezza promessa, mentre il precursore esultava nel seno della madre (cfr. Lc 1,41-45); nella natività, poi, quando la madre di Dio mostrò lieta ai pastori e ai magi il Figlio suo primogenito, il quale non diminuì la sua verginale integrità, ma la consacrò Quando poi lo presentò al Signore nel tempio con l'offerta del dono proprio dei poveri, udì Simeone profetizzare che il Figlio sarebbe divenuto segno di contraddizione e che una spada avrebbe trafitto l'anima della madre, perché fossero svelati i pensieri di molti cuori (cfr. Lc 2,34-35). Infine, dopo avere perduto il fanciullo Gesù e averlo cercato con angoscia, i suoi genitori lo trovarono nel tempio occupato nelle cose del Padre suo, e non compresero le sue parole. E la madre sua conservava tutte queste cose in cuor suo e le meditava (cfr. Lc 2,41-51).
Maria e la vita pubblica di Gesù
Nella vita pubblica di Gesù la madre sua appare distintamente fin da principio, quando alle nozze in Cana di Galilea, mossa a compassione, indusse con la sua intercessione Gesù Messia a dar inizio ai miracoli (cfr. Gv 2 1-11). Durante la predicazione di lui raccolse le parole con le quali egli, mettendo il Regno al di sopra delle considerazioni e dei vincoli della carne e del sangue, proclamò beati quelli che ascoltano e custodiscono la parola di Dio (cfr Mc 3,35; Lc 11,27-28), come ella stessa fedelmente faceva (cfr. Lc 2,19 e 51). Così anche la beata Vergine avanzò nella peregrinazione della fede e serbò fedelmente la sua unione col Figlio sino alla croce, dove, non senza un disegno divino, se ne stette (cfr. Gv 19,25), soffrendo profondamente col suo Unigenito e associandosi con animo materno al suo sacrifico, amorosamente consenziente all'immolazione della vittima da lei generata; e finalmente dallo stesso Gesù morente in croce fu data quale madre al discepolo con queste parole: Donna, ecco tuo figlio (cfr. Gv 19,26-27).
Maria dopo l'ascensione
Essendo piaciuto a Dio di non manifestare apertamente il mistero della salvezza umana prima di effondere lo Spirito promesso da Cristo, vediamo gli apostoli prima del giorno della Pentecoste « perseveranti d'un sol cuore nella preghiera con le donne e Maria madre di Gesù e i suoi fratelli» (At 1,14); e vediamo anche Maria implorare con le sue preghiere il dono dello Spirito che all'annunciazione, l'aveva presa sotto la sua ombra. Infine la Vergine immacolata, preservata immune da ogni macchia di colpa originale finito il corso della sua vita terrena, fu assunta alla celeste gloria in anima e corpo e dal Signore esaltata quale regina dell'universo per essere così più pienamente conforme al figlio suo, Signore dei signori (cfr. Ap 19,16) e vincitore del peccato e della morte.
Maria e Cristo unico mediatore
Uno solo è il nostro mediatore, secondo le parole dell'Apostolo: «Poiché non vi è che un solo Dio, uno solo è anche il mediatore tra Dio e gli uomini, l'uomo Cristo Gesù, che per tutti ha dato se stesso in riscatto» (1 Tm 2,5-6). La funzione materna di Maria verso gli uomini in nessun modo oscura o diminuisce questa unica mediazione di Cristo, ma ne mostra l'efficacia. Ogni salutare influsso della beata Vergine verso gli uomini non nasce da una necessità oggettiva, ma da una disposizione puramente gratuita di Dio, e sgorga dalla sovrabbondanza dei meriti di Cristo; pertanto si fonda sulla mediazione di questi, da essa assolutamente dipende e attinge tutta la sua efficacia, e non impedisce minimamente l'unione immediata dei credenti con Cristo, anzi la facilita.
Cooperazione alla redenzione
La beata Vergine, predestinata fino dall'eternità, all'interno del disegno d'incarnazione del Verbo, per essere la madre di Dio, per disposizione della divina Provvidenza fu su questa terra l'alma madre del divino Redentore, generosamente associata alla sua opera a un titolo assolutamente unico, e umile ancella del Signore, concependo Cristo, generandolo, nutrendolo, presentandolo al Padre nel tempio, soffrendo col Figlio suo morente in croce, ella cooperò in modo tutto speciale all'opera del Salvatore, coll'obbedienza, la fede, la speranza e l'ardente carità, per restaurare la vita soprannaturale delle anime. Per questo ella è diventata per noi madre nell'ordine della grazia.
Funzione salvifíca subordinata
E questa maternità di Maria nell'economia della grazia perdura senza soste dal momento del consenso fedelmente prestato nell'Annunciazione e mantenuto senza esitazioni sotto la croce, fino al perpetuo coronamento di tutti gli eletti. Difatti anche dopo la sua assunzione in cielo non ha interrotto questa funzione salvifica, ma con la sua molteplice intercessione continua a ottenerci i doni che ci assicurano la nostra salvezza eterna. Con la sua materna carità si prende cura dei fratelli del Figlio suo ancora peregrinanti e posti in mezzo a pericoli e affanni, fino a che non siano condotti nella patria beata. Per questo la beata Vergine è invocata nella Chiesa con i titoli di avvocata, ausiliatrice, soccorritrice, Mediatrice. Ciò però va inteso in modo che nulla sia detratto o aggiunto alla dignità e alla efficacia di Cristo, unico Mediatore.
Nessuna creatura infatti può mai essere paragonata col Verbo incarnato e redentore. Ma come il sacerdozio di Cristo è in vari modi partecipato, tanto dai sacri ministri, quanto dal popolo fedele, e come l'unica bontà di Dio è realmente diffusa in vari modi nelle creature, così anche l'unica mediazione del Redentore non esclude, bensì suscita nelle creature una varia cooperazione partecipata da un'unica fonte. a Chiesa non dubita di riconoscerla apertamente; essa non cessa di farne l'esperienza e la raccomanda all'amore dei fedeli, perché, sostenuti da questo materno aiuto, siano più intimamente congiunti col Mediatore e Salvatore.
Maria vergine e madre, modello della Chiesa
La beata Vergine, per il dono e l'ufficio della divina maternità che la unisce col Figlio redentore e per le sue singolari grazie e funzioni, è pure intimamente congiunta con la Chiesa: la madre di Dio è figura della Chiesa, come già insegnava sant'Ambrogio, nell'ordine cioè della fede, della carità e della perfetta unione con Cristo. Infatti nel mistero della Chiesa, la quale pure è giustamente chiamata madre e vergine, la beata vergine Maria occupa il primo posto, presentandosi in modo eminente e singolare quale vergine e quale madre. Ciò perché per la sua fede ed obbedienza generò sulla terra lo stesso Figlio di Dio, senza contatto con uomo, ma adombrata dallo Spirito Santo, come una nuova Eva credendo non all'antico serpente, ma, senza alcuna esitazione, al messaggero di Dio. Diede poi alla luce il Figlio, che Dio ha posto quale primogenito tra i molti fratelli (cfr. Rm 8,29), cioè tra i credenti, alla rigenerazione e formazione dei quali essa coopera con amore di madre.
La Chiesa vergine e madre
Orbene, la Chiesa contemplando la santità misteriosa della Vergine, imitandone la carità e adempiendo fedelmente la volontà del Padre, per mezzo della parola di Dio accolta con fedeltà diventa essa pure madre, poiché con la predicazione e il battesimo genera a una vita nuova e immortale i figli, concepiti ad opera dello Spirito Santo e nati da Dio. Essa pure è vergine, che custodisce integra e pura la fede data allo sposo; imitando la madre del suo Signore, con la virtù dello Spirito Santo conserva verginalmente integra la fede, salda la speranza, sincera la carità.
La Chiesa deve imitare la virtù di Maria
Mentre la Chiesa ha già raggiunto nella beatissima Vergine quella perfezione, che la rende senza macchia e senza ruga (cfr. Ef 5,27), i fedeli del Cristo si sforzano ancora di crescere nella santità per la vittoria sul peccato; e per questo innalzano gli occhi a Maria, la quale rifulge come modello di virtù davanti a tutta la comunità degli eletti. La Chiesa, raccogliendosi con pietà nel pensiero di Maria, che contempla alla luce del Verbo fatto uomo, con venerazione penetra più profondamente nel supremo mistero dell'incarnazione e si va ognor più conformando col suo sposo. Maria infatti, la quale, per la sua intima partecipazione alla storia della salvezza, riunisce per cosi dire e riverbera le esigenze supreme della fede, quando è fatta oggetto della predicazione e della venerazione chiama i credenti al Figlio suo, al suo sacrificio e all'amore del Padre. A sua volta la Chiesa, mentre ricerca la gloria di Cristo, diventa più simile al suo grande modello, progredendo continuamente nella fede, speranza e carità e in ogni cosa cercando e compiendo la divina volontà. Onde anche nella sua opera apostolica la Chiesa giustamente guarda a colei che generò il Cristo, concepito appunto dallo Spirito Santo e nato dalla Vergine per nascere e crescere anche nel cuore dei fedeli per mezzo della Chiesa. La Vergine infatti nella sua vita fu modello di quell'amore materno da cui devono essere animati tutti quelli che nella missione apostolica della Chiesa cooperano alla rigenerazione degli uomini.
Maria, segno del popolo di Dio
La madre di Gesù, come in cielo, in cui è già glorificata nel corpo e nell'anima, costituisce l'immagine e l'inizio della Chiesa che dovrà avere il suo compimento nell'età futura, così sulla terra brilla ora innanzi al peregrinante popolo di Dio quale segno di sicura speranza e di consolazione, fino a quando non verrà il giorno del Signore (cfr. 2 Pt 3,10).
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L'alfabeto della Parola di Dio: Libertà |
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L'alfabeto della Parola di Dio: Libertà
Libertà
Dalla lettera ai Romani (7,15-24).
15] Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto.
16] Ora, se faccio quello che non voglio, io riconosco che la legge è buona;
17] quindi non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me.
18] Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c'è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo;
19] infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio.
20] Ora, se faccio quello che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me.
21] Io trovo dunque in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me.
22] Infatti acconsento nel mio intimo alla legge di Dio,
23] ma nelle mie membra vedo un'altra legge, che muove guerra alla legge della mia mente e mi rende schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra.
24] Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?
La pagina paolina intende descrivere la condizione umana in ordine al bene/al male morale. Più precisamente: l’Apostolo analizza l’io dell’uomo nel momento in cui questi intende agire bene [nel linguaggio paolino: conformemente alla Legge di Dio]. L’io considerato in quell’istante appare come un enigma insolubile: "io non riesco a capire quello che faccio" . L’uomo è un mistero a se stesso, e Paolo in questa pagina descrive questo "mistero".
Esso è costituito da un’interiore contraddizione che dimora nella persona. Questa nella sua mente sente un’intima sintonia col bene [con ciò che ordina la legge di Dio]. È quella partecipazione alla verità sul bene.
Tuttavia, nel momento in cui la mia volontà intende compiere il bene, realizzare la verità sul bene, essa si trova ad essere mossa da una forza estranea all’io che consente alla Legge di Dio, e contraria a quanto appreso: "faccio quello che non voglio, ma quello che detesto". L’estraneità-contrarietà di questa "forza" è come personificata, ed è denotata dalla parola "amartía", peccato. Pertanto non è la persona da sola il soggetto che compie il male, ma la persona dominata dal peccato che abita in essa. Di fatto l’io che delibera è diventato vittima della "carne" dominata dal peccato: vittima cioè di una natura nella quale si sono insediate tendenze che contraddicono al bene.
La naturale inclinazione al bene da una parte, e le scelte della libertà dall’altra si contraddicono. Già la sapienza pagana aveva notato: "Video meliora proboque, deteriora sequor" [Ovidio, Metamorfosi VI,20-27]. Ed Euripide: "so bene quali mali sto per commettere, ma la passione è più forte della mia volontà; la passione che è causa ai mortali delle più grandi sventure" [Medea 1078-1080].
È da questa condizione che l’uomo invoca la liberazione della sua libertà. In che cosa consiste questa liberazione?
Essa non può consistere nell’abbandonarsi alla forza delle passioni; nella decisione di vivere conformemente ad esse. Questa decisione infatti comporterebbe la negazione di una dimensione della propria persona; comporta il contrasto fra le scelte e ciò che la mente intuisce essere la verità circa il bene della persona. Questa sarebbe una sorta di liberazione auto-distruttiva: di liberazione suicida.
Ma la liberazione della volontà non può consistere neppure nella decisione di seguire quanto la Legge di Dio mi chiede, semplicemente perché me lo chiede la Legge di Dio.
Non è libero né chi fa ciò che vuole ma non facendo ciò che deve, né chi fa ciò che deve ma non facendo ciò che vuole. Libertà è fare ciò che vogliamo facendo ciò che dobbiamo, o fare ciò che dobbiamo facendo ciò che vogliamo.
In questo consiste la libertà.
L’unica via per liberare la libertà dalla schiavitù della legge morale e dalla schiavitù di se stessi sarebbe che Dio stesso, fonte nella sua sapienza della verità sul bene, si facesse così intimo a ciascuno di noi stessi che da una parte la scelta libera fosse sempre scelta del vero bene, [in linguaggio biblico: conforme alla Legge di Dio] e dall’altra la persona scegliesse "ex seipsa". Essere se stessi e quindi agire da se stessi, ma liberati da se stessi: questa è la liberazione della libertà. Né eteronomi; né autonomi; ma teonomi. È la teonomia la liberazione della libertà, purché non sia una teonomia mediata dalla categoria della legge morale, ma dalla presenza di Dio nel mio io: Egli che è "intimior intimo meo et superior superiori meo".
L’annuncio cristiano notifica all’uomo precisamente questo fatto: è giunto il momento, ed è questo, in cui se l’uomo è disposto a riceverlo, Dio dona all’uomo il suo stesso Spirito che inclina l’uomo a scegliere spontaneamente quanto è comandato dalla legge morale. È questo dono ciò in cui consiste principalmente il cristianesimo: il cristianesimo in quanto vita dell’uomo è questo dono dello Spirito Santo. Autonomia ed eteronomia sono superate nella pneumato-nomia. La liberazione della libertà avviene nel dono dello Spirito Santo. Cristo è morto e risorto per questo.
Che cosa significa? Quale è il contenuto preciso di questa affermazione?
Coloro che sono “guidati dallo Spirito" sono "condotti" da lui così come si è "guidati" da una guida o da un conducente; questo è quanto fa in noi lo. Ma dato che colui che è così "condotto" non agisce da se stesso, l’uomo spirituale non è soltanto istruito dallo Spirito Santo, ma Costui muove anche il suo cuore. Bisogna perciò accordare un senso più forte all’espressione "coloro che sono condotti dallo Spirito di Dio". Si dice infatti che gli esseri che sono "guidati", lo sono per un istinto superiore. Non è prima di tutto dalla sua propria volontà, ma da un istinto dello Spirito Santo che l’uomo spirituale è spinto a fare qualcosa, così come afferma Isaia (59,19): "Verrà come un fiume impetuoso che precipita, il Soffio del Signore", oppure Luca (4,1) che dice di Cristo che fu "guidato dallo Spirito nel deserto". Questo non esclude tuttavia che gli uomini spirituali agiscano mediante la loro volontà e il loro libero arbitrio, giacche è lo Spirito Santo che causa in esso il movimento stesso della loro volontà e del loro libero arbitrio, secondo quanto afferma la lettera ai Filippesi (2,12): "È Dio che produce in noi il volere e l’operare" ".
È superata in chi obbedisce allo Spirito autonomia ed eteronomia poiché lo Spirito Santo produce un’affezione d’amore. E così l’uomo raggiunge la sua suprema dignità.
"Quindi l’operazione di Dio nell’interiore dell’uomo, questa operazione di grazia è un dogma del cristianesimo, è propriamente quel dogma fondamentale su cui il cristianesimo stesso si erige come sopra sua base, e quel dogma col quale la religione soprannaturale comincia, è l’essenza di essa religione soprannaturale, quella essenza che ricercavamo di cui non v’è nulla di simile nella natura, nulla di simile in una fede, in un assenso, amore, ed operazione naturale". [Rosmini, Antropologia soprannaturale].
E conclude: "L’essenza del cristianesimo è d’essere una religione soprannaturale, e l’essenza d’una religione soprannaturale dell’uomo è la reale azione della grazia nell’anima umana". È per questo che il cristianesimo è vita prima che dottrina; nella visione cristiana il supremo regno non è quello del potere, né del sapere, ma quello della carità. In altre parole: chi regna e non serve non è chi può, non è chi sa, ma chi ama. Ciò a cui la missione cristiana mira è semplicemente che la persona sia liberata e quindi capace di realizzarsi nella verità. In linguaggio biblico: sia rigenerato dallo Spirito Santo in Cristo.
La liberazione della libertà non è istantanea, ma è un processo. È questo un tema che sulla base della Scrittura percorre tutto il pensiero cristiano.
La presenza dello Spirito Santo, vera potenza liberatrice della nostra libertà, si pone in una persona nella quale permangono forze passionali e spirituali che contrastano l’opera della grazia. È il grande tema paolino della contrapposizione carne-spirito [cfr. Gal 5,13ss]. Come è ben risaputo, la contrapposizione non va intesa come sinonimo di corpo-anima. Paolo non intende né discriminare né condannare il corpo che con lo spirito costituisce la persona umana. Egli parla delle opere, o meglio delle stabili disposizioni presenti ancora nella persona salvata e che resistono all’azione liberatrice dello Spirito Santo.
Da ciò consegue che la liberazione della libertà, opera della grazia, richiede una cooperazione dell’uomo. È necessaria un’ascesi di liberazione. L’ascesi "fa concorrere il libero arbitrio all’armonizzazione della natura, correggendo l’origine delle passioni d’origine avventizia" [Massimo il Confessore].
Questa dimensione ascetica della liberazione della nostra libertà ci fa conoscere e sperimentare "la grandezza di quella tensione e lotta, che si svolge nell’uomo tra l’apertura verso l’azione dello Spirito Santo e la resistenza e l’opposizione a Lui, al suo dono salvifico. I termini o poli contrapposti sono, da parte dell’uomo, la sua limitatezza e peccaminosità, punti nevralgici della sua realtà psicologica ed etica; e da parte di Dio , il mistero del dono, quell’incessante donarsi della vita divina nello Spirito Santo" [Giovanni Paolo II, Lett. Enc. Dominum et vivificantem] .
Ma la resistenza alla liberazione della libertà non è un fatto solo interno al singolo. Essa prende anche corpo, si oggettiva in una cultura ed in una civiltà, come sistema filosofico, come dottrina e prassi sociale, come programma di azioni e di educazione dell’uomo. Esiste non solo una schiavitù soggettiva; esiste anche una struttura obiettiva di schiavitù. Lo scontro carne-spirito di cui parla Paolo avviene anche oggettivamente, non solo soggettivamente.
La liberazione della libertà dell’uomo non si riduce all’ascesi soggettiva, ma deve anche implicare uno sforzo di liberazione oggettiva dell’uomo: dare origine ad una cultura, ad una civiltà che sia conforme ai "desideri dello spirito", direbbe S. Paolo.
La liberazione dono dello Spirito non mette il credente al riparo dalle contraddizioni che lacerano la storia e l’esistenza delle persone. Lo Spirito non trasporta il credente in un’isola felice. Resta in un campo in cui la "carne", le forze dell’oppressione, si battono contro lo "spirito", la forza della liberazione. Il credente però è sorretto dalla certezza e dalla forza del dono.
Nell’economia salvifica cristiana non tutto ha la stessa importanza e lo stesso valore. Esiste come un "centro" a cui il resto è ordinato in quanto vi conduce oppure da cui deriva. In altre parole: esiste un "fine" a cui tutto il resto è ordinato in quanto aiuta a raggiungerlo oppure in quanto ne è la conseguenza.
Questo "centro", questo "fine" è la grazia dello Spirito Santo: la grazia che consiste nel dono fatto ai credenti in Cristo dello Spirito Santo. Tutto il resto o prepara, dispone l’uomo a ricevere questo dono oppure lo aiuta, lo guida a vivere la sua vita in coerenza con esso.
Il dono dello Spirito Santo produce nel credente la capacità di amare, una capacità che è partecipazione della stessa capacità divina. E chi ama è libero.
Siamo così giunti alla visione cristiana più profonda e completa delle libertà, perché ora la vediamo come libertas Ecclesiae. "La Chiesa, la Chiesa di Dio in Gesù Cristo, è … la comunità umana dell’agape divina, dell’amore del Padre comunicato agli uomini del Figlio suo nello Spirito … Lo Spirito in noi, lo Spirito Santo del Figlio, lo Spirito di figliolanza, che procede dal Padre, ne è la fonte permanente, e la Chiesa della Nuova ed eterna Alleanza ne è la realizzazione, ancora progressiva, ma già pienamente attuale". La libertà nella visione cristiana è questa capacità che il credente in Cristo riceve di ricostruire la comunione interpersonale nell’amore: questa comunione è la Chiesa. La quale ha come statuto la libertà e la dignità dei figli di Dio, nel cuore dei quali, come in un tempio, inabita lo Spirito di Dio].
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