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Lunedì 21 Maggio 2012
Giobbe scheda 6 PDF Stampa E-mail

Capitolo 28

1] Certo, per l'argento vi sono miniere e per l'oro luoghi dove esso si raffina.

2] Il ferro si cava dal suolo e la pietra fusa libera il rame.

3] L'uomo pone un termine alle tenebre e fruga fino all'estremo limite le rocce nel buio più fondo.

4] Forano pozzi lungi dall'abitato coloro che perdono l'uso dei piedi: pendono sospesi lontano dalla gente e vacillano.

5] Una terra, da cui si trae pane, di sotto è sconvolta come dal fuoco.

6] Le sue pietre contengono zaffiri e oro la sua polvere.

7] L'uccello rapace ne ignora il sentiero, non lo scorge neppure l'occhio dell'aquila,

8] non battuto da bestie feroci, né mai attraversato dal leopardo.

9] Contro la selce l'uomo porta la mano, sconvolge le montagne:

10] nelle rocce scava gallerie e su quanto è prezioso posa l'occhio:

11] scandaglia il fondo dei fiumi e quel che vi è nascosto porta alla luce.

12] Ma la sapienza da dove si trae? E il luogo dell'intelligenza dov'è?

13] L'uomo non ne conosce la via, essa non si trova sulla terra dei viventi.

14] L'abisso dice: "Non è in me!" e il mare dice: "Neppure presso di me!".

15] Non si scambia con l'oro più scelto, né per comprarla si pesa l'argento.

16] Non si acquista con l'oro di Ofir, con il prezioso berillo o con lo zaffìro.

17] Non la pareggia l'oro e il cristallo, né si permuta con vasi di oro puro.

18] Coralli e perle non meritano menzione, vale più scoprire la sapienza che le gemme.

19] Non la eguaglia il topazio d'Etiopia; con l'oro puro non si può scambiare a peso.

20] Ma da dove viene la sapienza? E il luogo dell'intelligenza dov'è?

21] È nascosta agli occhi di ogni vivente ed è ignota agli uccelli del cielo.

22] L'abisso e la morte dicono: "Con gli orecchi ne udimmo la fama".

23] Dio solo ne conosce la via, lui solo sa dove si trovi,

24] perché volge lo sguardo fino alle estremità della terra, vede quanto è sotto la volta del cielo.

25] Quando diede al vento un peso e ordinò alle acque entro una misura,

26] quando impose una legge alla pioggia e una via al lampo dei tuoni;

27] allora la vide e la misurò, la comprese e la scrutò appieno

28] e disse all'uomo: "Ecco, temere Dio, questo è sapienza e schivare il male, questo è intelligenza".

 

Breve introduzione.

Questa viene definita una ‘pausaartistica’ del Libro di Giobbe. È indicata come “Inno alla Sapienza”.

Gli amici di Giobbe hanno rivendicato la sapienza per se stessi e l’hanno negata a Giobbe.

Giobbe ga ironizzato con loro su questo tema senza mai contestare la scienza di Dio.

Ma il capitolo 28 parla di tutt’altra sapienza: ne parla in modo cosmico e la dichiara irreprensibile.

Il testo da una parte offre una sorta di giudizi sui diagloghi precedenti; dall’altra ha una funzione prospettica preludendo al secondo momento di dibattito, quello con Dio.

Questo testo apre alla prospettiva  ad una soluzione teologica nella quale Dio e l’uomo, il Creatore e la creatura, troveranno la loro satta collocazione conservando intatto il proprio mistero.

 

vv.1-12. Prima strofa. L’homo faber.

Simbolo centrale di questa prima strofa dell’Inno è la ‘miniera’. Immagine dello scavo nelle regioni scure, nel mistero e nel prezioso.

L’uomo con la sua capacità esploratrice, diviene segno del suo volo nella sfera del mistero e del sovrumano; un volo che sarà troncato e resterà incompiuto.

In questa strofa vi è un inno all’homo faber, della scienza e della tecnica, capacità umane analizzate nel progresso raggiunto nell’ingegneria mineraria.

v.1. “Certo” = kì che vuole essere un avvio enfatico e conosicuto da tutti. A dire che tutti certamente conoscono la grandezza del genio umano.

miniere e raffinerie sono agli occhi dell’ebreo un emblema dell’alta tecnologia; mentre i metalli presentati sono come la sintesi di due dimensioni dell’attività umana: quella del mondo operaio (ferro e rame) e quella del mondo economico (oro e argento).

v.2. Si allude a tecniche estrattive e di raffinazione. Il ferro (considerato legato alle meteoriti, quindi “metallo celeste”) prodotto mesopotamico ed egiziano era stato estratto abbondantemente (1200 a.C. “Età del Ferro”). Il rame era scavato a Cipro, en Edom, nella penisola sinaitica.

v.3. L’uomo è seguito mentre scende nelle viscere della terra. Con il suo entrare nella terra l’uomo fa retrocedere il mistero racchiuso nella terra e giunge fino al qes = limite estremo della ricerca scientifica della materia.

v.4. L’uomo scava pozzi trivellando il terreno, oscilla sospeso negli abissi, coi piedi sospesi e aggrappato alla roccia.

v.5. Una terra che in superficie le coltivazioni (pane = grano); dentro piena di energia dei gas, metalli, dei processi di disgregazione sotterranea.

v.6. L’uomo ne è signore in superficie. Il sottosuolo gli apre come uno scrigno colmo di tesori, zaffiri, oro.

v.7. solo l’uomo è capace di trovare le vie sotterranee e si infila in questi sentieri misteriosi. L’altissimo volo dell’uccello rapace e l’occhio acuto dell’aquila non riuscirebbero a scorgere questi punti misteriosi della terra.

v.8. Bestie feroci e leopardi che abitano le caverne non potrebbero mai puntare in quella grotta o caverna per la perlustrazione.

vv.9-11. l’uomo invece anvanza anche contro gli ostacoli insormontabili: perfora la roccia dura rendendo instabili le montagne. L’occhio dell’uomo è proteso a scoprire pietre preziose e metalli; un occhio che scandaglia il fondo dei fiumi, blocca con dighe le sorgenti dei fiumi per controllarne e sfruttarne le acque.

Lo scavo è il trionfo della luce sulle tenebre: l’uomo porta alla luce quanto è nelle tenebre della terra.

v.12. Ma: alla sera della sua giornata l’homo faber si accorge che il mistero profondo della realtà gli è sfuggito. Esiste un luogo che resiste alle più ardite ricerche e raffinate tecnologie: il luogo o ‘campo’ della hokmà = sapienza e della binà = intelligenza.

Sapienza e intelligenza sono la coppia che esprime il senso profondo delle cose e dell’uomo. l’hoh faber non riesce a cogliere il senso profondo dato da Dio alle cose e all’uomo.

 

vv.13-20. Seconda strofa. L’homo oeconomicus.

vv.13-14. Si inizia a perlustrare la superficie terrestre; si bussa alle porte dell’Abisso primordiale e del Mare oceanico.

La sapienza resiste ad ogni assedio e ad ogni conquista.

Abisso e Mare rispondono: Non è in me!. Tutto parla della sapienza divina, ma nulla può contenerla.

vv.15-19. Si inizia a parlare di ‘commercio’ della sapienza. L’uomo, pur abile nella contrattazione economica, abile nel gestire oro e argento, tocca l’insuccesso applicando gli stessi criteri per l’acquisto della sapienza.

L’argento ‘pesato’, il prezioso onice (o berillo o agata) unito allo zaffiro. Il cristallo (vetro in Egitto colorato con funzione ornamentale). Il corallo, le perle (o forse i gioielli per collane), le gemme, il topazio d’Etiopia.

L’uomo, pur utilizzando per il commercio queste preziosità, sente comunque l’esigenza di una spiegazione più autentica della realtà. Ma questa speigazione non è accessibile alle sue forze e alla sua intelligenza, è invece solo grazia e dono di Dio.

vv.21-28. Terza strofa. L’homo sapiens.

Nella sua ricerca dipserata della sapienza, l’uomo tenta un altro cammino negli ultimi due ambiti che ancora può raggiungere con la cultura ela scienza. Due regioni metacosmiche, la sfera su-celeste in cui volano gli uccelli e quella sub-terrestre dello Sheol.

v.21. Gli uccelli simboleggiano la possibilità di una visione proibita all’uomo: vedono l’orizzonte molto più lontano e l’afferrano con lo sguardo. Eppure, anche salendo in cielo, l’uomo non potrebbe conquistare la sapienza.

v.22. dal cielo agli inferi. Anche lo Sheol personificato risponde all’uomo con un cenno confuso. Non serve ricorrere alla negromanzia, perché la sapienza è posta al di lò di tutto il creato.

vv.23-28. Solo Dio conosce il progetto del mondo e della storia; piano a cui si può accedere mediante la fede e che è contemporaneamente svelato e misterioso.

v.23. Dio solo ‘conosce’ la sapienza tutta intra.

v.24. Lui ha la posizione di Creatore trascendente da cui può abbracciare tutto e penetrare in profondità tutto l’essere in modo onnicomprensivo.

v.25. E’ lui che ‘dà peso al vento’ = forza cinetica; lui dà ‘una misura all’acqua’ = misurazione della quantità dell’acqua; Lui ‘impone una legge alla pioggia’ = distribuisce sulla terra le precipitazioni; Lui ‘traccia la via del lampo’ = dice Lui quando, come dove.

v.27. Egli solo ‘vede’ tutta la sapienza, la ‘misura’ valutandone la quantità, la comprende e la scruta. Solo Dio può circoscrivere il mistero dell’uomo e delle cose.

v.28. Ora la risposta: il santo timore del Signore e l’allontanamento dal male è la sapienza intelligente. L’uomo può realizzare nella propria vita l’ordine che nel creato e nel cosmo Dio realizza come Creatore.

Ciò che l’homo faber ed oeconomicus non può conquistare, è raggiunto dall’homo religiosus che, temendo ed amando Dio ed evitando il male, diviene homo sapiens.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Capitolo 29

1] Giobbe continuò a pronunziare le sue sentenze e disse:

2] Oh, potessi tornare com'ero ai mesi di un tempo, ai giorni in cui Dio mi proteggeva,

3] quando brillava la sua lucerna sopra il mio capo e alla sua luce camminavo in mezzo alle tenebre;

4] com'ero ai giorni del mio autunno, quando Dio proteggeva la mia tenda,

5] quando l'Onnipotente era ancora con me e i giovani mi stavano attorno;

6] quando mi lavavo in piedi nel latte e la roccia mi versava ruscelli d'olio!

7] Quando uscivo verso la porta della città e sulla piazza ponevo il mio seggio:

8] vedendomi, i giovani si ritiravano e i vecchi si alzavano in piedi;

9] i notabili sospendevano i discorsi e si mettevan la mano sulla bocca;

10] la voce dei capi si smorzava e la loro lingua restava fissa al palato;

11] con gli orecchi ascoltavano e mi dicevano felice, con gli occhi vedevano e mi rendevano testimonianza,

12] perché soccorrevo il povero che chiedeva aiuto, l'orfano che ne era privo.

13] La benedizione del morente scendeva su di me e al cuore della vedova infondevo la gioia.

14] Mi ero rivestito di giustizia come di un vestimento; come mantello e turbante era la mia equità.

15] Io ero gli occhi per il cieco, ero i piedi per lo zoppo.

16] Padre io ero per i poveri ed esaminavo la causa dello sconosciuto;

17] rompevo la mascella al perverso e dai suoi denti strappavo la preda.

18] Pensavo: "Spirerò nel mio nido e moltiplicherò come sabbia i miei giorni".

19] La mia radice avrà adito alle acque e la rugiada cadrà di notte sul mio ramo.

20] La mia gloria sarà sempre nuova e il mio arco si rinforzerà nella mia mano.

21] Mi ascoltavano in attesa fiduciosa e tacevano per udire il mio consiglio.

22] Dopo le mie parole non replicavano e su di loro scendevano goccia a goccia i miei detti.

23] Mi attendevano come si attende la pioggia e aprivano la bocca come ad acqua primaverile.

24] Se a loro sorridevo, non osavano crederlo, né turbavano la serenità del mio volto.

25] Indicavo loro la via da seguire e sedevo come capo, e vi rimanevo come un re fra i soldati o come un consolatore d'afflitti.

 

Capitolo 30

1] Ora invece si ridono di me i più giovani di me in età, i cui padri non avrei degnato di mettere tra i cani del mio gregge.

2] Anche la forza delle loro mani a che mi giova? Hanno perduto ogni vigore;

3] disfatti dalla indigenza e dalla fame, brucano per l'arido deserto,

4] da lungo tempo regione desolata, raccogliendo l'erba salsa accanto ai cespugli

e radici di ginestra per loro cibo.

5] Cacciati via dal consorzio umano, a loro si grida dietro come al ladro;

6] sì che dimorano in valli orrende, nelle caverne della terra e nelle rupi.

7] In mezzo alle macchie urlano e sotto i roveti si adunano;

8] razza ignobile, anzi razza senza nome, sono calpestati più della terra.

9] Ora io sono la loro canzone, sono diventato la loro favola!

10] Hanno orrore di me e mi schivano e non si astengono dallo sputarmi in faccia!

11] Poiché egli ha allentato il mio arco e mi ha abbattuto, essi han rigettato davanti a me ogni freno.

12] A destra insorge la ragazzaglia; smuovono i miei passi e appianano la strada contro di me per perdermi.

13] Hanno demolito il mio sentiero, cospirando per la mia disfatta e nessuno si oppone a loro.

14] Avanzano come attraverso una larga breccia, sbucano in mezzo alle macerie.

15] I terrori si sono volti contro di me; si è dileguata, come vento, la mia grandezza e come nube è passata la mia felicità.

16] Ora mi consumo e mi colgono giorni d'afflizione.

17] Di notte mi sento trafiggere le ossa e i dolori che mi rodono non mi danno riposo.

18] A gran forza egli mi afferra per la veste, mi stringe per l'accollatura della mia tunica.

19] Mi ha gettato nel fango: son diventato polvere e cenere.

20] Io grido a te, ma tu non mi rispondi, insisto, ma tu non mi dai retta.

21] Tu sei un duro avversario verso di me e con la forza delle tue mani mi perseguiti;

22] mi sollevi e mi poni a cavallo del vento e mi fai sballottare dalla bufera.

23] So bene che mi conduci alla morte, alla casa dove si riunisce ogni vivente.

24] Ma qui nessuno tende la mano alla preghiera, né per la sua sventura invoca aiuto.

25] Non ho pianto io forse con chi aveva i giorni duri e non mi sono afflitto per l'indigente?

26] Eppure aspettavo il bene ed è venuto il male, aspettavo la luce ed è venuto il buio.

27] Le mie viscere ribollono senza posa e giorni d'affanno mi assalgono.

28] Avanzo con il volto scuro, senza conforto, nell'assemblea mi alzo per invocare aiuto.

29] Sono divenuto fratello degli sciacalli e compagno degli struzzi.

30] La mia pelle si è annerita, mi si stacca e le mie ossa bruciano dall'arsura.

31] La mia cetra serve per lamenti e il mio flauto per la voce di chi piange.

 

Capitolo 31

1] Avevo stretto con gli occhi un patto di non fissare neppure una vergine.

2] Che parte mi assegna Dio di lassù e che porzione mi assegna l'Onnipotente dall'alto?

3] Non è forse la rovina riservata all'iniquo e la sventura per chi compie il male?

4] Non vede egli la mia condotta e non conta tutti i miei passi?

5] Se ho agito con falsità e il mio piede si è affrettato verso la frode,

6] mi pesi pure sulla bilancia della giustizia e Dio riconoscerà la mia integrità.

7] Se il mio passo è andato fuori strada e il mio cuore ha seguito i miei occhi, se alla mia mano si è attaccata sozzura,

8] io semini e un altro ne mangi il frutto e siano sradicati i miei germogli.

9] Se il mio cuore fu sedotto da una donna e ho spiato alla porta del mio prossimo,

10] mia moglie macini per un altro e altri ne abusino;

11] difatti quello è uno scandalo, un delitto da deferire ai giudici,

12] quello è un fuoco che divora fino alla distruzione e avrebbe consumato tutto il mio raccolto.

13] Se ho negato i diritti del mio schiavo e della schiava in lite con me,

14] che farei, quando Dio si alzerà, e, quando farà l'inchiesta, che risponderei?

15] Chi ha fatto me nel seno materno, non ha fatto anche lui? Non fu lo stesso a formarci nel seno?

16] Mai ho rifiutato quanto brama il povero, né ho lasciato languire gli occhi della vedova;

17] mai da solo ho mangiato il mio tozzo di pane, senza che ne mangiasse l'orfano,

18] poiché Dio, come un padre, mi ha allevato fin dall'infanzia e fin dal ventre di mia madre mi ha guidato.

19] Se mai ho visto un misero privo di vesti o un povero che non aveva di che coprirsi,

20] se non hanno dovuto benedirmi i suoi fianchi, o con la lana dei miei agnelli non si è riscaldato;

21] se contro un innocente ho alzato la mano, perché vedevo alla porta chi mi spalleggiava,

22] mi si stacchi la spalla dalla nuca e si rompa al gomito il mio braccio,

23] perché mi incute timore la mano di Dio e davanti alla sua maestà non posso resistere.

24] Se ho riposto la mia speranza nell'oro e all'oro fino ho detto: "Tu sei la mia fiducia";

25] se godevo perché grandi erano i miei beni

e guadagnava molto la mia mano;

26] se vedendo il sole risplendere e la luna chiara avanzare,

27] si è lasciato sedurre in segreto il mio cuore e con la mano alla bocca ho mandato un bacio,

28] anche questo sarebbe stato un delitto da tribunale, perché avrei rinnegato Dio che sta in alto.

29] Ho gioito forse della disgrazia del mio nemico e ho esultato perché lo colpiva la sventura,

30] io che non ho permesso alla mia lingua di peccare, augurando la sua morte con imprecazioni?

31] Non diceva forse la gente della mia tenda: "A chi non ha dato delle sue carni per saziarsi?".

32] All'aperto non passava la notte lo straniero e al viandante aprivo le mie porte.

33] Non ho nascosto, alla maniera degli uomini, la mia colpa, tenendo celato il mio delitto in petto,

34] come se temessi molto la folla, e il disprezzo delle tribù mi spaventasse, sì da starmene zitto senza uscire di casa.

35] Oh, avessi uno che mi ascoltasse! Ecco qui la mia firma! L'Onnipotente mi risponda!

Il documento scritto dal mio avversario

36] vorrei certo portarlo sulle mie spalle e cingerlo come mio diadema!

37] Il numero dei miei passi gli manifesterei

e mi presenterei a lui come sovrano.

38] Se contro di me grida la mia terra e i suoi solchi piangono con essa;

39] se ho mangiato il suo frutto senza pagare e ho fatto sospirare dalla fame i suoi coltivatori,

40] e in luogo di frumento, getti spine, ed erbaccia al posto dell'orzo.

 

 

v.29,1. Possiamo intitolare questo capitolo “Il canto del passato e della nostalgia”.

Giobbe apre la sua biografia con il raccontare il proprio passato.

 

vv.2-6. Il primo versetto domina tutto il movimento di pensiero successivo del testo. Ha il sapore di un sogno infranto e per sempre perduto. La categoria biblica della ‘benedizione’ ci aiuta ad interpretare la ricerca del tempo perduto.

All’inizio abbiamo un quadro idillico con verbi che si affacciano sul passato.

Ecco la luce, segno dell’amorosa presenza di Dio. la lucerna e la luce nelle tenebre. La lampada che brilla dice felicità, evoca la Parola che guida i passi dell’uomo, ed è sinonimo di benedizione per l’uomo.

L’antitesi luce-tenebre suppone il dinamismo di un cammino pericoloso illuminato da Dio. La luce è dunque segno della sicurezza e della giusta direzione su cui si è impostato la vita.

Poi l’autunno. Come in autunno si raccoglie l’uva nella gioia della vendemmia, così Giobbe vede la sua vita giunta al vertice del benessere, carica di frutti come un albero o una vigna in autunno.

La tensa (sok = tenda di famiglia; sod = assemblea, consiglio di famiglia). Dice una famiglia unita, allieteta da figli giovani e robusti. Radice della pace è la vicinanza, a questa famiglia, di Dio. Saluto più alto era: “Il Signore sia con te”. Benedizione della presenza del Signore è la sposa quale vite feconda e i figli quali virgulti d’ulivo (Salmo 128,3).

La prosperità e la fecondità di campi e greggi sono segno di benedizione. La terra è attraversata da fiumi di latte e olio simboli dell’abbondanza e l’uomo felice si abbandona a tale ricchezza come in un bagno saziante.

 

Dobbiamo fare ora la trasposizione di alcuni versetti per rendere più omogeneo e scorrevole il testo.

vv.7-10.21.  Giobbe e il villaggio. Come uno sceicco Giobbe è uscito dalla sua tenda e si è avviato verso la porta della città e verso la piazza in cui si svolgeva la vita amministrativa, giudiziaria ed economica. All’incedere solenne di Giobbe, uomo nobile, si stende sulla piazza un velo di rispettoso silenzio. Tutti lo circondano con onore con rispetto. I giovani si ritirano quasi sottraendosi alla sua vista e lasciano spazio al centro per la solenne figura di Giobbe.  Gli anziani si alzano in piedi. I notabili e i capi, con diritto di parlare in assemblea, tacciono con venerazione.

Nel silenzio generale, Giobbe inizia il suo discorso ascoltato con la stessa attenzione con cui si attende la parola da Dio.

vv.22-25.11. L’intervento del pensiero e delle parole di Giobbe erano decisivi per le prese di posizione dei suoi concittadini. La sua parola era carismatica. Come si attende la pioggia primaverile, così si attendevano le parole uscenti dalle labbra di Giobbe. Ascoltavano a bocca aperta come chi desidera dissetarsi all’acqua fresca.

Il volto di Giobbe brillava di serenità e il suo sorriso era comparabile a quello di Dio o di un re, segno di speranza e luce per i sudditi.

Come Dio, quasi ne fosse segno visibile, Giobbe indicava ai suoi concittadini la via da seguire, la condotta personale e comunitaria. Come fosse un sindaco, un giudice, un padre del popolo. Giobbe aveva una posizione davvero primaziale.

vv.12-17. la strofa è dedicata al profilo di Giobbe secondo i lineamenti del giusto-sapiente. La fonte della sua prosperità era l’applicazione del valore della giustizia senza debolezze. Giobbe è attento al povero, all’orfano (come il re messianico ideale che libera i poveri). Sensibile al derelitto che in fin di vita benediceva Giobbe per l’aiuto ricevuto. La benedizione di chi si sentiva risollevato da Giobbe, inseguiva Giobbe stesso. Anche la vedova, davanti a Giobbe giusto giudice, si sentiva risollevata nel cuore dopo l’amarezza del lutto e della miseria.

v.14. Giobbe è ritratto con l’abito del re ideale, del giusto giudice, del sacerdote santo. Come il Messia è rivestito di giustizia.

Giobbe amava il cieco e lo zoppo che nella Scrittura rappresentano quasi i privilegiati della ‘società messianica’.

Dio era la luce che rischiarava il cammino di Giobbe (v. 3); Giobbe era luce che rischiarava il cammino dei deboli. Meritava perciò l’appellativo di “padre dei poveri”.

Giobbe era attento anche agli stranieri (“sconosciuti”), privi della protezione del loro clan e che avevano i politici contro. Contro i malvagi Giobbe ingaggiava il duello, spezzava loro la mascella sottraendo dalle bocche le prede, cioè il povero destinato ad essere divorato. Per liberarlo.

 

vv.18-20. Giobbe, uomo giusto e soddisfatto della sua vita ha speranza grazie al dogma della retribuzione: la sua giustizia presente era caparra di un futuro meraviglioso. Spera dunque di morire nel suo ‘nido’ come la fenice che rinasceva dalle sue stesse ceneri ed era simbolo efficace della longevità. I suoi giorni, spera, siano come sabbia del mare, dunque moltissimi.

Spera di essere albero verdeggiante radicato lungo un torrente. Sempre fresco per l’acqua dsulle radici e per la rugiada notturna sulle fronde.

Una vita felice, dunque, affascinante, vigorosa e forte come indica il simbolo dell’arco segno di potere (forse anche della potenza sessuale).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

30,1. Possiamo intitolare questo capitolo “Il canto del presente e dell’orrore”.

Dal passato arriviamo a quell’ “ora” all’inizio del nostro versetto, il presente. Dall’inno sapienziale della felicità passiamo al salmo di lamentazione. Dio che prima era radice della fortuna ora è la causa di ogni male. Il testo ebraico non nomina Dio, ma ne parla in terza persona come forza anonima ed ostile.

 

vv.1-8. Giobbe umiliato. Un quadro di umiliazione profonda apre il lamento.

I giovani che si scostavano al passaggio di Giobbe, ora sghignazzano di lui e lo beffano. E dire che i loro padri non erano degni nemmeno di stare tra i cani del gregge di Giobbe! Per gli Ebrei il cane è un animale impuro, perché ‘divoratore di carogne’. ‘Cani’ erano chiamati i prostituti sacri dei culti di Baal. Per cui keleb = cane, diviene uno dei più spregevoli insulti.

Ora si cerca di descrivere gli avversari di Giobbe. Vivono ai margini della vita, affamati, isolati, vagabondi, errano per lande deserte brucando radici di erbe come fossero bestie. Cercvano malluah = erba salsa, radici di ginepro o cibo dei poveri.

Sono banditi, estraniati da ogni comunità. appena appaiono all’orizzonte di un villaggio li levano grida di allarme come se si trattasse di predatori del deserto.

La loro vita vuota è trascinata in caverne, valli, dirupi. Come bestie selvagge lanciano suoni e ragli (= urlo della fame o grido sessuale delle bestie).  Sono zingari, razza ignobile, senza nome, rifiuto della società.

Giobbe, uomo giusto e pio, è circondato da questi criminali, da questa ‘corte dei miracoli’.

 

vv.9-10. Giobbe disprezzato. La strofa continua a dipingere il volto sofferente di Giobbe.

Egli si sente oggetto di una neginà = cantilena ironica e di motteggi vari.

Si sente scartato e colpito dal gesto aggressivo e spregiativo dello sputo in faccia.

 

vv.11-14. Giobbe attaccato. Tutti attaccano Giobbe. Dio è il soggetto anonimo, ma reale di questa battaglia aperta contro un uomo umiliato e colpito.

Dio ha allentato la corda dell’arco di Giobbe, cioè la sua vitalità, la sua energia. Davanti a Giobbe nessuno ha più ritegno, sono come cani, animali senza museruola o briglia, pronti all’assalto e ad azzannare.

Viene ora precisato l’assalto all’indifeso. Ecco avanzare i violenti (una ‘razzaglia’), una massa di vigliacchi vche approfittano della debolezza per vendicarsi con sadismo. Fanno inciampare i suoi passi titubanti e gli appianano la strada verso il baratro. Il loro attacco è “da destra”, la poisizione del testimone accusatore in tribunale. Giobbe è come una città assediata senza possibilità di intervento da parte degli alleati. I nemici fanno saltare le vie di comunicazione utili per contatti e aiuti. Hanno aperto un varco nelle sue mura e l’esercito nemico irrompe e si getta tra le macerie alla caccia vandalica dei superstiti.

 

vv.15-19.  Giobbe atterrito. Invaso da un terrore profondo nei confronti di un nemico misterioso che lo perseguita senza compassione né tregua, Giobbe si consuma e ormai è ridotto a cadavere.

I terrori personificati piombano sulla sua anima come incubi. La dignità dell’uomo è ora spazzata via e dispersa come vento e fumo. La felicità è svaporata come nube al sole.

Giobbe è preso da struggimento interiore; la nefes = sede delle emozioni, delle passioni, del pensiero vive un vuoto di chi sta per spegnersi goccia dopo goccia.

Una lenta tortura più amara delle ore notturne che si trasformano in morte. L’organismo sente al suo interno avanzare la morte.  Le ossa sembrano slogate, piene di punture che provocano dolore e impediscono il riposo. Dio, presente implicitamente, prende Giobbe per la veste, per l’accollatura e lo strangola lentamente. Dio è come un assassino che getta Giobbe nella polvere da cui è stato tratto. La morte è imminente, Giobbe è umiliato e distrutto.

 

vv.20-23. Giobbe osteggiato da Dio. Il nemico ora è identificato esplicitamente. È accusato come un tiranno che mette in campo tutte le forze del caos contro Giobbe. Come carnefice non ascolta supplica o preghiera. Dio, muto, è dunque indifferente e rifiuta il dialogo. È un avversario crudele (duro = ‘ozkar = qualcosa di micidiale come il veleno delle vipere). La forza del braccio divino viene dispiegata per distruggere l’uomo. lo fa entrare nell’uragano come ordigno del terrore. E Giobbe resta atterrito davanti a tanta furia. La Morte e lo Sheol collaborano con Dio per ricondurre nella città infernale l’uomo sofferente. I due nemici Dio-Vita e Sheol-Morte si coalizzano per colpire Giobbe. Il destino dell’umanità è offerto in anticipo a Giobbe.

 

vv.24-27. L’unica possibilità rimasta a Giobbe è innalzare il suo grido e la sua protesta, sperando che Dio si senta obbligato almeno a dare una risposta. Egli chiede aiuto nella preghiera, ma nessuna mano si tende verso di lui.

Il passato è bontà e giustizia ma non è servito a nulla.

Giobbe mette in campo le sue attese deluse: aspettava il bene ma è arrivato il male; la luce, ma ecco le tenebre.

Le sue viscere sono agitate come un mare in tempesta. Il futuro di angoscia si mette sulla stessa strada di Giobbe. Viscere e tempo sono arrivati alla fine.

 

vv.28-31. Giobbe sofferente. Giobbe è tetro, come torbido, senza luce. Se prende parola nell’assemblea pubblica non è più per decretare o ammonire, ma solo per implorare aiuto contro un verdetto di condanna. È come una landa deserta o una città in rovina. Sciacalli e struzzi sono gli ‘abitanti’ delle città abbandonate. Giobbe sente quasi una ‘fraternità’ cobsciacalli e struzzi.

La pelle del suo viso si sta incancrenendo. La lira e il flauto (strumenti delle solennità e delle feste) ormai suonano solo melodie funebri come singhiozzi.

Così è l’ “oggi” di Giobbe.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

31, 1. Possiamo intitolare questo capitolo: “Il canto del futuro e dell’innocenza”. Il tono del capitolo ha impostazione di tipo giudiziario. Giobbe ha accusato il suo avversario; dichiara la sua innocenza con un giuramento.

vv.1-4. Contro l’impudicizia. Giobbe sapeva dominare i suoi sensi e aveva come stabilito un patto con i suoi occhi: non cercare una vergine (contro la prassi di costituire un harem per i più ricchi).

La rovina non è riservata per l’empio? La sciagura non dovrebbe essere la sorte del malvagio? Perché allora Dio infierisce su Giobbe. Se Dio fosse giusto non dovrebbe punire Giobbe, perché conosce il patto che egli ha fatto con gli occhi.

 

vv.5-8. Contro la falsità. Giobbe pronuncia una automaledizione. Se ha agito dal punto di vista socio-economico con falsità, sia pure pesato sulla bilancia divina. In lui non si troverà difetto in questo.

Se ha avuto invidia o si è appropriato indebitamente di cose altrui, non possa raccogliere ciò che ha seminato e i suoi germogli di vita siano sradicati.

 

vv.9-12. Contro l’adulterio. L’automaledizione dice: se ho abusato di qualche donna, mia molgie ‘macini’ per un altro = sia schiava di un altro; sia abusata da un altro.

L’adulterio è uno scandalo. È un delitto che richiede l’intervento della magistratura che dovrà emettere un verdetto. Come l’amore è un fuoco, così la pena che punisce l’adulterio sia il fuoco.

 

vv.13-15. Contro l’ingiustizia verso lo schiavo. Per gli Ebrei lo schiavo era una proprietà oggettuale. Andava trattato duramente, ma sulla base della giustizia e dell’umanità.

Giobbe non ha mai trattamo male gli schiavi. Come potrebbe altrimenti riferirsi a Dio che, come un magistrato si alza a giudicare tutti, schiavi e padroni?

Tutti, schiavi e padroni, sono stati formati nel seno materno da Dio stesso.

 

vv.16-23. Contro l’ingiustizia verso i poveri. All’uomo di stenti (povero) pieno di fame; alla vedova colma di miseria e dolore; all’orfano: giobbe ha dato sempre qualcosa. Un “tozzo di pane” è sinonimo di ospitalità.

Il viandante misero, il mendicante: tutti sono circondati dall’amore di Giobbe.

Egli avvolge i loro fianchi con lana d’agnello.

L’indigente da lui è riscaldato e sfamato: egli diventa benedizione per chi l’ha soccorso.

Giobbe interveniva in favore dell’innocente che le magistrature corrotte spesso condannavano.

“22] mi si stacchi la spalla dalla nuca e si rompa al gomito il mio braccio,

23] perché mi incute timore la mano di Dio e davanti alla sua maestà non posso resistere: è l’automaledizione e prende spunto dal simbolo della mano. Se è trovato in difetto, come potrà non temere l’intevento autorevole di Dio?

 

vv.24-25. Contro la ricchezza. Giobbe chiede di essere verificato, come autocondanna, se mai ha posto tutto se stesso, speranza e cuore nelle ricchezze.

 

vv.26-28. Contro l’idolatria. Si denuncia l’idolatria astrale e il sincretismo religioso.  È un monito contro le devianze religiose. Queste creature (sole, luna, stelle) sono poste da Dio come tali e non vanno adorate. Se Giobbe fosse stato idolatra allora sì avrebbe dovuto comparire al tribunale di Dio.

 

vv.29-30. Contro l’odio. Giobbe si guarda nei confronti del prossimo: ha mai gioito del male altrui, delle sventure del suo prossimo; ha mai detto parole di condanna o agurato il male al prossimo?

 

vv.31-32. Contro le violazioni dell’ospitalità. Giobbe si itnerroga sull’opsitalità. Tutti si sono sfamati nella sua tenda della carne che ha messo a disposizione. A nessun viandante ha mai rifiutato ospitalità nella sua tenda.

 

vv.33-34. Contro l’ipocrisia. Confessando la prorpia colpa si dà lode a Dio perché così si riconosce la giusta verità di Dio. Giobbe non è mai stato ipocrita in questo: ha sempre detto in verità anche la sua colpa. Non si è mai nascosto nella sua casa per non dover ammettere il suo errore di fronte all’assamblea.

 

vv.38-40. Contro lo sfruttamento. Giobbe è stato uomo onesto come proprietario terriero nei confronti dei braccianti e dei dipendenti. Tutte le volte che i diritti dei lavoratori vengono lesi, è la terra stessa a gridare vendetta. La terra non ha mai gridato contro Giobbe.  

 

vv.35-37. La sfida finale per l’oracolo divino. Questo giuramento di innocenza afferma che Dio, per giustizia, non può tacere.

Giobbe apponte la frima al termine del documento (il Tau), ultima lettera dell’alfabeto, che significa conclusione. Ora tocca alla controparte, Dio, esibire il suo documento di accusa o approvazione (documento = sefer; Avversario = Shaddaj).

Giobbe vuole afferrare tale documento e imporselo sulle spalle e sul capo come turbante. Per indicare il portare la dignità. Poiché il documento lo dichiarerebbe innocente, il suo camminare portando il documento, indica solennità. Giobbe si sente davanti a Dio fiero, poiché giusto. E senza paura sta in piedi davanti al suo tribunale in attesa del verdetto.

L’attesa non sarà delusa.

 

 

 
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