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Mercoledì 22 Febbraio 2012
Cantico dei Cantici PDF Stampa E-mail

CORSO BIBLICO: IL CANTICO DEI CANTICI

Scheda 1.

Premessa

Quando il cielo è nuvoloso, la superficie del lago è metallica e incolore. Quando in cielo c’è il sole, la superficie del lago è luminosa e colorata. Così è la vita dell’uomo, spesso atonica e monotona; ma quando l’uomo si apre all’amore, tutto si colora, perché gli occhi guardano con sguardo nuovo.

L’amore trasfigura tutto. Apre all’altro. Apre a Dio. il credente sa che alla sera della vita incontrerà il Signore. Il CT è il libro di tutti gli uomini che sanno amare. Canta l’amore umano, ma apre all’amore divino di Dio che è Amore. L’amore è segno di infinito; il punto di partenza del Ct è terrestre e umano, ma aperto al teologico e al mistico.

Una distinzione tra amore umano e amore divino: “Ogni grande amore comporta il rischio di farci perdere di vista la polifonia della vita. Dio e la sua eternità vogliono essere amati pienamente, ma quest’amore non deve né nuocere né indebolire l’amore terreno; deve essere il ‘canto fermo’ attorno a cui cantano le altre voci della vita; l’amore terreno è uno di questi temi a contrappunto che, pur avendo loro piena indipendenza, si riferiscono però al ‘canto fermo’. Nel Ct troviamo il ‘canto fermo’ e il contrappunto nell’amore umano. i due sono inseparabili eppur distinti così come la natura umana e divina nel Cristo” (D. Bonhoeffer).

Il Ct non è un’opera ‘antologica’, cioè una composizione scolastica di canti d’amore, né una collezione di testi diversi legati da un vago tema comune. La sua funzione è quella di tendere all’infinito, al totale perché infinito e ineffabile e infinito è il suo soggetto: l’amore. Questa funzione nel mondo semitico è attuata attraverso la sottolineatura di vicaboli, simboli, emozioni. È un’opera ‘aperta’ al cui completamento sono convocati anche i lettori.

 ALCUNE PARTICOLARITA’.

Nel Ct per 31 volte risuona la parola “dodi” = amato mio (vezzeggiativo, come ‘piccolino mio’). Vocabolo che contiene la radice dwd del nome Davide. Perciò il canto delle tenerezze diviene il cantico delle speranze messianiche.

La relazione intima è descritta con i pronomi personali “io-tu” e possessivi “mio-tuo”. L’emblema è nella frase: “il mio amato è mio e io sono sua” (2,16).

Questa perfetta intimità passa attraverso tre gradi in cui solo l’uomo può passare e conducono alla perfezione dell’intimità e del dialogo:

  1. Conosce la sessualità che è “molto buona” (Genesi 1,31). Lutero diveva “corpus est de Deo” (il corpo viene da Dio). Ma la sessualità da sola è cieca, fisica.
  2. Nel sesso l’uomo può intuire l’eros, cioè il fascino della bellezza, l’estetica del corpo, l’armonia della creatura. Ma anche con l’eors, i due rimangono un po’ ‘oggetti’ l’uno dell’altro, ‘oggetti esterni’.
  3. Terza tappa è l’amore pieno che fa scattare la comunione piena e illumina e trasfigura sessaulità ed eros. In questo stesso amore si insedia Dio. Amore totale umano che diviene simbolo reale dell’amore infinito di Dio.

L’amore umano viene visitato nel Ct per ‘cantarne’ tutta la grandezza e la via che è per arrivare a Dio. Al tempo stesso se ne sottolinea tutta la finitudine: il suo silenzio, il suo timore.

Il Ct sottolinea la profondità tra i due personaggi, fatti carne della stessa carne, vita della stessa vita; senza cancellare la ricchezza della singolarità e delle diversità. L’amore vero non mortifica ma armonizza due esistenze in una sinfonia di vita e di voci.

Introduzione.

Il Cantico dei Cantici (qui di seguito Ct) (sir hassirìm, ossia ‘cantico per eccellenza’) è stato definito “un gioiello della Bibbia”. Agostino di Ippona scriveva: “Illa Cantica aenygmata sunt” (il Cantico è un enigma; o meglio “la Cantica”, una serie di cantici che, raccolti insieme, collezionano una sertie di enigmi).

Il testo fa parte del canone dei libri ispirati, sia nella tradizione ebraica sia in quella cristiana.

Il Libro ha carattere poetico. Nel passato si pensava fosse una raccolta di canti popolari. In verità il linguaggio raffinato ne contraddistingue la poeticità.

Il testo ebraico è di squisita fattura sonora: sono presenti rime, assonanze, forme onomatopeiche.

Il ritmo è a stichi (due o tre, tipico della poesia ebraica). Contiene ‘chiamsi’ (in cui l’elemento iniziale viene ripreso da quello finale, mentre i due mediani sono fra lorocollegati:  a – b – b’ – a’).

Altra caratteristica è il linguaggio figurativo; il potea non si esprime per concetti, ma per similitudini e metafore.

Raffinata opera poetica, il Ct non nasce dal nulla, ma eredita una lunga tradizione di lirica amorosa le cui tracce sono conservate in Mesopotamia, nella letteratura dell’Egitto, nell’ellenistica, nella araba e in quella palestinese. Le forme letterarie del Ct sono diffuse nell’Oriente antico.

Il genere letterario del Ct è definito ‘lirico’ (che si differenzia dal ‘narrativo’ e dal ‘drammatico’) per la forte soggettività della composizione, per cui più che fatti esterni, l’Autore tende a descrivere comunicare stati d’animo ed emozioni.

La datazione del testo non è univoca: si muove tra il secolo X a.C. (epoca di Salomone) al I secolo a.C.

 

Bibliografia.

“Bibbia di Gerusalemme”

T. Lorenzin, Cantico dei cantici, Edizioni Messaggero, Padova, 2001.

V. Bonato, Il cantico dei cantici. Significato letterale, teologico e mistico, EDB, 2009.

G. Ravasi, Il Cantico dei cantici, EDB, 1992

R. W. Ienson, Cantico dei cantici, Claudiana, 2008

G. Ravasi, Cantico dei Cantici, San Paolo, 1985

G. Barbiero, Cantico dei Cantici, Ed. Paoline, 2003

D. Bergant, Il Cantico dei Cantici, Città Nuova, 1998.

Guglielmo di Saint-Thierry, Commento al Cantico dei Cantici, Città Nuova, 2002.

 

Cantico dei Cantici – capitolo 1

 1] Cantico dei cantici, che è di Salomone.

2] Mi baci con i baci della sua bocca! Sì, le tue tenerezze sono più dolci del vino.

3] Per la fragranza sono inebrianti i tuoi profumi, profumo olezzante è il tuo nome, per questo le giovinette ti amano.

4] Attirami dietro a te, corriamo! M'introduca il re nelle sue stanze: gioiremo e ci rallegreremo per te, ricorderemo le tue tenerezze più del vino. A ragione ti amano!

5] Bruna sono ma bella, o figlie di Gerusalemme, come le tende di Kedar, come i padiglioni di Salma.

6] Non state a guardare che sono bruna, poiché mi ha abbronzato il sole. I figli di mia madre si sono sdegnati con me: mi hanno messo a guardia delle vigne; la mia vigna, la mia, non l'ho custodita.

7] Dimmi, o amore dell'anima mia, dove vai a pascolare il gregge, dove lo fai riposare al meriggio, perché io non sia come vagabonda dietro i greggi dei tuoi compagni.

8] Se non lo sai, o bellissima tra le donne, segui le orme del gregge e mena a pascolare le tue caprette presso le dimore dei pastori.

 

Commento al testo.

v.1. Versetto ritenuto comunemente il ‘titolo’ del libro. Sir assirìm ‘aser lislomoh: Quattro parole con un intraducibile gioco musicale sal suono “s”. Sir è termine comune per indicare un ‘canto’ di tono gioioso, sia liturgico che profano, accompagnato generalmente da strumenti. Il suo superlativo  Assirìm)  equivale a dire ‘il canto più bello’ (come ‘santo dei santi’ o ‘re dei re’).

‘aser lislomoh = “che è di Salomone” indica l’autore del Ct. Si tratta di un’attribuzione fittizia. Così come a Salomone sono riferiti i Proverbi, Qohelet e la Sapienza; e colloca il Ct nella letteratura sapienziale.

Salomone, uomo sapiente, è il re, l’amante ideale che colloca la storia dei due giovani di cui si narra, su un piano fastoso e nobile; ma egli è anche la personificazione di un amore ricco e decadente da cui l’Autore del Ct prende le distanze.

vv.2-7. Nel testo suonano come l’ouverture di una sinfonia in cui sono introdotti i temi che poi saranno sviluppati, i personaggi che svolgeranno un ruolo nel corso dell’opera.

vv.2-4. prima strofa: Sogno d’amore. Assolo della donna. La strofa è inclusa fra due richieste pressanti: “mi baci” (v.2) e “Attirami a te” (v.4).  Ogni richiesta  si conclude con la parola-chiave ‘hb “amare”: “ti amano” (v.3) e “ti amano” (v.4). Tra inizio e conclusione ricorrono le parole “le tue tenerezze” (vv. 2.4).

v.2. “i baci della sua bocca”. Del bacio il Ct mette in evidenza due aspetti, quello del gusto (attraverso la metafora del vino) e quello dell’olfatto (attraverso i profumi). È la donna a desiderare i baci dell’uomo.

Pihù = “della sua bocca”. Per pronunciarla si deve atteggiare la bocca come nel bacio.

Dodìm = “tenerezze, carezze”. Indica più di un’innocente dimostrazione di amicizia. La sua radice è in dwd, la stessa in cui è composto il sostantivo dòd, “diletto”, ma anche “Davide” e “jedidia”, soprannome di Salomone. Il passaggio dòd-dodìm è lo stesso di caro-carezze, tenerezze.

Tali ‘carezze, tenerezze’, non hanno nel Ct una connotazione negativa, ma sono presentate come qualcosa di desiderabile. L’aggettivo “dolci” (tob) ha un notevole spettro di significati che vanno dal piacere estetico a quello fisico, a quello spirituale (soave, bello, piacevole, utile, buono).

Il richiamo al ‘vino’ suggerisce il legame tra gioia e piacere, senza escludere l’aspetto morale. Tob in Genesi 1,31 indica la ‘bontà’ della creazione prima del peccato; “assaporate, gustate quanto “soave” è il Signore” (Salmo 34,9).

Il ‘vino’, nel Ct come nell’Antico Oriente, è metafora dell’amore il quale allieta il cuore dell’uomo (Salmo 104,15), anche se l’amore va molto più in profondità.

L’amata esprime il desiderio di essere baciata e richiede attenzioni di tenerezza. Il Ct non inizia con una lode teorica all’amore, ma con la cocnreta richiesta di baci. Il valoe umano del bacio consiste nel fatto che è espressione del desiderio di unione e scambio di itneriorità. Non è solo unione delle bocche (corpo), ma anche dello spirito. Ciò che il Creatore ci ha donato non è solo piacevole, ma positivo. Perciò il desiderio d’amore coinvolge tutta la persona. Tale amore è immagine dell’unione con Dio.

In molti passi biblici Dio si prsenta come lo Sposo innamorato del suo popolo che appare come la sposa. Nella visione cristiana è la sponsalità tra il Verbo e la Chiesa (Sponsa Verbi).

“19 Le toglierò dalla bocca i nomi dei Baal, che non saranno più ricordati. 20 In quel tempo farò per loro un'alleanza con le bestie della terra e gli uccelli del cielo e con i rettili del suolo; arco e spada e guerra eliminerò dal paese; e li farò riposare tranquilli” (Os 2,19-20); “Va' e grida agli orecchi di Gerusalemme: Così dice il Signore: Mi ricordo di te, dell'affetto della tua giovinezza, dell'amore al tempo del tuo fidanzamento, quando mi seguivi nel deserto,in una terra non seminata” (Ger 2,2); “Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio, perché mi ha rivestito delle vesti di salvezza, mi ha avvolto con il manto della giustizia, come uno sposo che si cinge il diadema e come una sposa che si adorna di gioielli” (Is 61,10).

Se il bacio significa l’amore di Dio al popolo, il desiderio della ragazza del Ct è il desiderio del popolo di essere amato da Dio.

La ‘bocca’ è in relazione con la parola. Israele è stato baciato da Dio quando ha ricevuto la Parola dalle labbra di Dio.

Il bacio più pieno che suggella definitivamente l’amore è l’invio del Figlio da parte del Padre, prima in Maria e poi in tutta la Chiesa. Tale unione fa sì che il Verbo diventi ciò che noi siamo (carne), perché noi diventiamo ciò che Lui è (Dio9.

Ogni cristiano vive un rapporto personale con Cristo nella Chiesa. L’incontro tra il Verbo e l’umanità non è avvenuto una volta nella storia per rimanere in ‘quella storia’, ma continua nell’ “oggi”. La bocca del Signore è una sorgente perenne a cui ci accostiamo come a fonte viva. Dossetarsi da Lui è attongere lo Spirito. La Chiesa ha otenuto molto più di quanto potesse desiderare e sperare: Mosè parlò a Dio “faccia a faccia”, “bocca a bocca”; nella Chiesa Cristo si rivolge a ciascuno personalmente e con la Parola esercita in noi uh amore per l’ “oggi” e l “per sempre”.

v.3. In Egitto il geroglifico che esprime il bacio rappresenta due nasi che si accostano. Il bacio è sentito dal punto di vista olfattivo: permette di partecipare al profumo della persona amata. Come il vino, anche il ‘profumo’ è metafora dell’amore. L’uso egiziano era di portare, in occasione dei banchetti, un cono sul capo contenente dei profumi; col calore emanavano la loro fragranza.

Per inebrianti che siano i profumi dell’amato, la sua persona (“il tuo nome”) è ancora più inebriante, più capace di stordire. Ogni persona ha un suo profumo che viene percepito nell’intimità amorosa.

Semen = “Unguento profumato” forma un’allitterazione con sem (nome) e selomoh (Salomone).

Il re veniva unto; e l’unto, in ebraico “il Messia” è in greco “il Cristo”.

Il v.3 si conclude con una frase corale: le altre (giovinette) sono uguamente innamorate dell’amato. Non solo la protagonista è invaghita dell’amato, perché al vederlo non si rimane indifferenti. L’amata è orgogliosa che la bellezza sfolgorante del suo amato si irradi conquistando anche le altre donne; il fascino del suo uomo non è ragione di paura o sospetto, gelosia o invidia, ma orgoglio e gioia.

Abbiamo il verbo aheb = amare, termine ebraico che abbraccia i tre termini greci eros, philia e agape. ‘hb (da cui aheb) esprime l’amore teologico tra JHWH e Isarele, sia l’amicizia tra gli uomini, sia l’amore tra uomo e donna.

v.4. Ancora la donna prende l’iniziativa e si fa avanti. Un appello indirizzato all’amato.

“Mi introduca”. I due amanti sono separati, siamo all’inizio della storia che li porterà all’unione. “Mi introduca” sta anche per “attirami” (msk), il verbo dell’attrazione: “Io li attiravo a me con legami di tenerezza, vincoli d’amore” (Osea 11,4); “ti ho amato di amore eterno per questo ti ho attirato a me con costanza” (Ger 31,3).

Il luogo dell’amore è la “stanza”, la stanza da letto, il luogo più interno e intimo della casa.

L’amato riceve il titolo di “re”. Si tratta di un travestimento verso l’alto, un artificio letterario che trasporta gli amanti in una scena nobile. L’amore è nobile, di suo è una festa. E “re” è in sintonia con “Salomone” e con “unto”.

“Gioiremo, rallegreremo, ricorderemo”: verbi al plurale che indica il gruppo delle “giovinette” di cui sopra; gruppo in cui l’amata è immersa. Per lei e con lei tutto il gruppo gioisce. L’amata chiama il coro a celebrare con lei il suo re.

“Esultare, gioire, ricordare (=zakar)”, sono verbi dal colorito liturgico, appartengono al vocabolario della salvezza messianica. L’amore non è solo regale, ma anche sacro.

Conclusione.

“I primi versetti del Ct ci introducono nell’atmosfera di tutto il poema in cui lo sposo e la sposa sembrano muoversi nel cerchio tracciato dall’irradiazione dell’amore. Le parole degli sposi, i loro movimenti, i loro gesti, corrispondono all’interiore mozione del cuore” (Giovanni Paolo II, 23.05.1984).

Nel testo troviamo da un lato: il bacio, baciarsi, bocca, carezze, assaporare; dall’altro: amare, nome, attrazione, inebriarsi. Da un lato: vino, profumo, fragranza, esalare; dall’altro: emozioni estetiche e interiori, ma anche presenza (nome) e amore.

L’immagine di partenza è il ‘bacio’, segno di amore e di adorazione (ad os = alla bocca). Poi la carezza (tenerezza) associata all’ebbrezza del vino. Potrebbe richiamarsi nel vino “ultimo e migliore” delle nozze di Cana; ma la simbologia si allarga attraverso il sistema di gematria (numeri provenienti dalle lettere), per cui le lettere ebraiche di “vino” (jjn) danno come somma 70, tante quante sono le nazioni pagane secondo Genesi 10.

Adamo ed Eva, prima coppia, cercavano una sapienza che permettesse di fare a meno di Dio.

Gesù, che si presenta come “più grande di Salomone” (Mt 12,42), si rivela con il segreto di una nuova sapienza: Egli “6 pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; 7 ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, 8 umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Fil 2,6-8).

La croce diviene sapienza manifesta. Com’è possibile?

La risposta può provenire da una rilettura cristiana del Ct.

Il ‘bacio sulla bocca’ quale simbolo, indica il momento in cui l’amato e l’amata si uniscono anche nel respiro. Dopo la risurrezione, Gesù appare agli Apostoli e alita su di loro lo Spirito (GV 20,22). Chi riceve lo Spirito di Cristo trova la sapienza che non fa scappare nemmeno davanti alla croce, che non fa nascondere di fronte alla difficile ricerca di Dio che appaga il desiderio.

Con questo bacio comincia l’innamoramento del cristiano per Cristo che gli fa iniziare un cammino che lo porta a stare sempre con lui. Che significa chiedere di essere “attirati” se non di unirsi in modo intimo al soggetto che cattura il cuore?

Quindi il profumo. Soprattutto proveniente dall’olio che tonifica e illumina il corpo; consacra ed è medicinale e sacrale. Un profumo di valore incalcolabile è stato riversato sulla terra: Cristo Signore. Egli che si fa servo (Fil 2,6-7), vive per Paolo  la condizione di “annientamento”; l’equivalente nel Ct di “effusione”. Dio vuole che anche noi riceviamo la qualità ‘odorosa’ di Cristo.

La meta dell’attrazione è la stanza dell’amore, uno scrigno in cui sono raccolti i tesori preziosi. Equiparabile al “Santo dei Santi” nel Tempio di Gerusalemme.

Così il “re” porta l’amata nel “Santo dei Santi”. I verbi che riferiscono di questa immagine sono “gioire, rallegrarsi” che appartengono al lessico della salvezza messianica; “ricordare” che è il memoriale pasquale.

vv. 5-6. La seconda strofa ci introduce in una scenografia rurale, contadino. Al ‘travestimento verso l’alto’ ora si contrappne il ‘trevstimento verso il basso’; dopo la città col palazzo ora ecco la campagna.

v.5. L’aggettivo “bruna” (sehorah) ha ruolo iportante nella composizione. Si tratta di una ragazza israelita resa scura dall’esposizione al sole. Anche se la carnagione bianca sembra corrispondere ai canoni della bellezza israelitica, il “bruna” è accostato da “bella” (na’wa).

Le “figlie di Gerusalemme” sono probabilmente le rappresentanti di questo tipo canonico di bellezza cittadina a cui è contrapposto un ideale di bellezza campagnola.

La ragazza del Ct non è una contadina, ma nemmeno una principessa.

La scenografia della comagna è come un ritorno alle origini, dalle città al ricordo vivo dei patriarchi nomadi. Quindi la nostalgia per la vita semplice dei campi aveva il senso del ritorno alle origini nazionali, in contrasto conil mondo cittadino largamente influenzato da modelli ellenistici.

Due similitudini:

“Bruna”  -  “come le tende di Kedar”;

“bella”    -  “ come i padiglioni di Salma”.

La prima (bruna-tende) si accorda con l’ideale di bellezza di campagna. Le tende dei beduini staccano col loro colore nero sul giallo/grigio del deserto, perché tessute con lana di capra. Kedar è il nome di una tribà araba. E qui rappresenta in generale i nomadi del deserto.

La seconda (bella-padiglioni) utilizza ‘padiglioni’ (jeri’ot = cortine, tappeti, arazzi) di Salomone che qualifica questi manufatti con carattere prezioso ericercato.

La vicinanza delle due imilitudini è per contrasto: la bellezza rustica della ragazza, come le tende di Kedar, è degna dei palazzi più raffinati della città come gli arazzi di Salomone.

v.6. La donna chiede alle ‘bianche figlie di Gerusalemme’ di non disprezzarla per il fatto di avere lei la pelle scura, abbronzata dal sole. Il testo ebraico gioca sulla sinonimia tra “guardare” (ra’ha) delle amiche e quello del sole (sazap = “guardare” da cui “scottare, abbronzare”).

La causa dell’inscurimento è attribuita ai fratelli che sono chiamati con distanza, “figli di mia madre”. Essi sono preoccupati a difendere a tutti i costi la ‘castità’ della sorella, prendendola sotto tutela, con atteggiamento paternalistico e castrante nei confronti dell’amore. Si sono accorti che lei è invaghita di qualcuno e corrono ai ripari. Così, arrabbiati, le danno in custodia la vigna di famiglia (ira, sdegno = harar/harah creano assonanza con sazap = scottare, guardare).

la ‘vigna’ in tutto l’antico Oriente è metafora del corpo femminile. La donna ha custodito la vigna della famiglia, ma non la propria, cioè il suo corpo. Forse ancora non l’ha fatto, ma ha deciso di non rimanere in casa e seguire la via dell’amore che la condurrà a non custodire la vigna.

Dicendo “mia vigna”, la donna ribadisce con forza che la decisione sull’amore non spetta ai fratelli ma a se stessa. L’amore per sua natura è libero, altrimenti non è amore, ma imposizione.

Il Ct non parla del ‘libero amore’, ma dell’amore che è libero e liberante. La donna è ‘vigna, giardino chiuso’, ma aperto per il suo amato. La castità è una qualità preziosa dell’amore, ma non ha senso se non porta ad esso, è violenza e inibizione. La donna protesta contro questa castità imposta dai fratelli.

vv.7-8. La pastorella. Questa strofa si determina per un cambio di scena. La donna non è più in ricerca del suo amato, ma di fronte a lui (o meglio, come se lui fosse di fronte a lei). I due amanti si contemplano.

v.7. Appare di nuovo il verbo haeb = amare (amore dell’anima mia). Tale amore è “dell’anima”: anima = nefes, una parola che riginariamente indica la “gola” come localizzazione della vita e del desiderio. Dire “amore dell’anima” esprime la struggente nostalgia data dall’assenza della persona amata; come dire: ‘colui che desidero con tutto il mio essere’.

“Dove vai a pascolare il gregge”: una domanda che situa l’azione in ambiente bucolico.

“Dove lo fai riposare al meriggio”: una seconda domanda che traccia un tipico quadro di vita pastorale. Era costume condurre il gregge sul mezzogiorno in un posto dove vi fosse acqua. Il pastore si mette all’ombra sotto un albero o una roccia. Il sole di mezzogiorno concilia il riposo: è la situazione ideale per un incontro amoroso.

Le domande sono rivolte all’amato, pur non presente; perciò si tratta di un soliloquio. Non affida al altri le sue domande (i compagni dell’amato), perché verrebbe fraintesa come una “vagabonda” o “prostituta”.

Il termine ebraico “ ‘otjah” = “vagabondo” ha nella sua radice vari significati:

‘th: velare, avvolgere, avviluppare. Designa la persona che si avvolge nei vestiti. La donna velata nella Bibbia dice il lutto o la prostituta. Ma anche la fidanzata che rimane velata fino alle nozze.

‘th: indica anche spogliare, ripulire. In tal caso la ragazza del Ct chiederebbe all’amato di farsi vivo per non cedere alla violenza degli altri pastori.

‘th: indica anche vagabondare, errare.

v.8. Prende la parola il gruppo dei compagni dell’amato.

“Bellissima tra le donne”, è un notevole complimento che indica l’invaghimento dei compagni dell’amato per l’amata. Un complimento che conferma quanto lei stessa ha detto: “Sono nera, ma bella”.

“Segui” sta per “esci”, il verbo della Scrittura per indicare l’Esodo. Alla donna è consigliato di mettersi in atteggiamento di esodo, di abbandonare le proprie sicurezze per il nuovo.

La via è indicata dalle “caprette” che la pastorella sta pascolando. Seguendo le loro “orme”, arriverà a trovare il suo diletto.

I sentieri dei beduini sono segnati dal passaggio delle capre: seguendo tali vie si arriva alla tenda del pastore. Ma: seguendo le sue caprette, la donna arriva al suo ovile, non a quello del pastore amato. Dunque la frase è metaforica. Nell’antico Oreinte, infatti, i capridi (forse per la loro fecondità) sono gli animali che accompagnano la dea dell’amore. Perciò possiamo dire che le ‘caprette’ di cui si parla, sono personificazione delle forze dell’amore. La donna viene dunque consigliata a seguire la via dell’amore e la sua voce, dove questa la porta.

Le caprette conducono la donna “presso la dimora dei pastori”. Se per ‘dimora’ intendiamo il luogo abitativo ‘fisso’, consideriamo l’ovile raggiunto nel tempo della sera.

Conclusione.

La ragazza del Ct è “scura, brunetta, ma bella”.

È bella la Parola anche se diviene ‘scura’ nel momento che è rivelata da Dio con concetti umani, con parole umane ed è posta nelle mani degli uomini. È comunque bella la Parola che si fa scura adattandosi ai costumi e ai gusti degli uomini.

La donna del Ct potrebbe essere Israele, popolo di Dio, che passa dalla schiavitù e dall’esilio (nigra sum) alla luce e al candore della redenzione celebrata nella Pasqua (se formosa).

La vigna e il pastore. Lo sfondo agricolo e pastorale è quasi costante all’interno del Ct.  Tali immagini si caricano di significati teologici. Il senso della storia della giovane custode della vigna e del suo pastore si dilata e fa pensare alla ‘vigna-Israele’ e al ‘pastore-JHWH’. La vigna diviene a volte il giardino dell’Eden alla cui custodia Eva si sottrae inseguendo fantasie peccatrici sollecitate nel suo cuore dal serpente. Nella donna del Ct che abbandona la vigna si intravvedono i cattivi pastori di Israele che trascurano la vigna della Chiesa. Ancora: la donna che cerca il suo amato pastore è la Chiesa che cerca sempre il suo Pastore, Cristo. Il canto trova la sua realizzazione ultima in Cristo buon pastore che chiama le sue pecore una per una e le conduce fuori, cammina innanzi a loro ed esse lo seguono. È Cristo pastore che purifica la sua Chiesa-gregge; che per lei ha dato se stesso pr renderla santa e immacolata. La Chiesa sa di essere in cammino verso la sua patria e di avere le sue radici in cielo. Il canto richiama anche il cammino di ogni cristiano che, afferrato dall’amore di Dio, al quale si sente di appartenere, si trova non capito da coloro che gli stanno vicino. La sua anima desidera l’Amato e contemplarlo senza veli. Nel Ct alla sposa si consiglia di uscire da sé per conoscere se stessa. Nella propria interiorità troverà l’immagine del suo Creatore, l’Amato del suo cuore. È nell’intimo dell’anima che il Verbo insieme con il Padre e lo Spirito è presente. Occorre essere disponibili a cambiare ‘lavoro’: da vignaioli a pastori, per scorgere le orme dei pastori, i segni del passaggio del Pastore Amato e sempre cercato.

Cantico dei Cantici 1,9-17

9] Alla cavalla del cocchio del faraone io ti assomiglio, amica mia.

10] Belle sono le tue guance fra i pendenti, il tuo collo fra i vezzi di perle.

11] Faremo per te pendenti d'oro, con grani d'argento.

12] Mentre il re è nel suo recinto, il mio nardo spande il suo profumo.

13] Il mio diletto è per me un sacchetto di mirra, riposa sul mio petto.

14] Il mio diletto è per me un grappolo di cipro nelle vigne di Engàddi.

15] Come sei bella, amica mia, come sei bella! I tuoi occhi sono colombe.

16] Come sei bello, mio diletto, quanto grazioso! Anche il nostro letto è verdeggiante.

17] Le travi della nostra casa sono i cedri, nostro soffitto sono i cipressi.

Questi versetti presentano un duetto tra Lui e Lei.

È un testo di letteratura cortese orientale che fa esercitare la fantasia attraverso le associazioni lessicali e i simboli.

Per la prima volta si ode la voce dell’amato che emerge dal silenzio del deserto. Egli vede avanzare verso di sé la compagna; la riconosce dall’andatura e fa una comparazione non certo di ‘stampo’ occidentale.

v.9. L’amata è paragonata alla ‘cavalla del cocchio del faraone’. È insolita, ma di suo sottolinea agilità ed eleganza. Il cavallo con la raffinatezza del suo corpo, il fremito dei suoi muscoli, l’armonia del suo incedere, è un simbolo di bellezza e perfezione.

Ricordiamo il ritratto del cavallo che ci ha lasciato Giobbe: “19 Puoi tu dare la forza al cavallo e vestire di fremiti il suo collo? 20 Lo fai tu sbuffare come un fumaiolo? Il suo alto nitrito incute spavento. 21 Scalpita nella valle giulivo e con impeto va incontro alle armi. 22 Sprezza la paura, non teme, né retrocede davanti alla spada. 23 Su di lui risuona la farètra, il luccicar della lancia e del dardo. 24 Strepitando, fremendo, divora lo spazio e al suono della tromba più non si tiene. 25 Al primo squillo grida: "Aah!..." e da lontano fiuta la battaglia, gli urli dei capi, il fragor della mischia” (39,19-25).

Il pensiero può richiamare anche un’altra immagine, quella dell’irruzione di JHWH con il suo carro-arca: “Cavalcava un cherubino e volava, si librava sulle ali del vento” (Salmo 18,11). O anche verso la raffigurazione con cui Isaia dipinge Israele in fuga attraverso il Mar Rosso: “Li fece avanzare tra i flutti come un cavallo nella steppa” (63,13).

La connessione con la poesia amorosa rende evidente il repertorio a cui l’Autore del Ct attinge.In un papiro egizio si legge la descrizione di un ragazzo innamorato: “Possa tu venire dalla mia sorella amata, in fretta, come un cavallo de re!”.

Il versetto del Ct dice del “cocchio del faraone” (in ebraico è al plurale: cocchi, carri). Tale rimando evoca un mondo fastoso che alimentava l’immaginario di Israele.

“Amica mia”, ra’jati. Amica intesa in senso di vicinanza, tenerezza, vincolo amoroso: “compagna mia”

v.10. Alla visione a distanza che fa cogliere l’andatura della donna, ora si sostiuisce lo sguardo dell’incontro, quando gli occhi dell’amato si fermano sul volto dell’amata.

“Belle”; si conferma la bellezza sostenuta dall’amata.

Le guance sono circondate da torim (qualcosa di attorcigliato e arrotondato), che fanno pensare a pendagli che scendono dalle orecchie ed esaltano il volto. Il collo è circondato da haruzim, filo di perle o di pietre preziose o coralli. 

v.11. “Faremo”. Si tratta di un plurale corale, solenne, maestatico.

Alla donna vengono offerti ancora torim, orecchini d’oro e lavorati con argento. L’immagine è quella di orecchini d’oro con intarsi o lustrini d’argento. L’immagine è di grande eleganza come proveniente da Ezechiele 16, 9-13: “9 Ti lavai con acqua, ti ripulii del sangue e ti unsi con olio; 10 ti vestii di ricami, ti calzai di pelle di tasso, ti cinsi il capo di bisso e ti ricoprii di seta; 11 ti adornai di gioielli: ti misi braccialetti ai polsi e una collana al collo: 12 misi al tuo naso un anello, orecchini agli orecchi e una splendida corona sul tuo capo. 13 Così fosti adorna d'oro e d'argento; le tue vesti eran di bisso, di seta e ricami; fior di farina e miele e olio furono il tuo cibo; diventasti sempre più bella e giungesti fino ad esser regina”.

Dunque: le guance di questa donna sono inconiciate da questi pendenti lavorati con decorazioni d’oro e d’argento, che riflettono bagliore sul volto; mentre le perle della collana chiudono il collo e il viso in un ovale perfetto ed elegante.

Ci viene in mente Isaia 61,10: “Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio, perché mi ha rivestito delle vesti di salvezza, mi ha avvolto con il manto della giustizia, come uno sposo che si cinge il diadema e come una sposa che si adorna di gioielli”.

v.12. Ora è la donna a disegnare il ritratto del suo amato. Le parole di lui erano legate a simboli visivi. Le parole di lei indugiano su simboli odorosi.

Al centro dell’immagine domina la figura del “re”, immagine dell’amato.

Il re è inserito nella cornice di qualcosa di circolare (mesib = recinto, letto, divano, tavola, corte, convito).

La scena è pervasa dagli effluvi di un profumo. È come un vento odoroson che riempie l’ambiente e stordisce i sensi. La donna si sente avvolta come da un manto di aromi intensi. Il profumo è quello del nardo.

Il nardo ha nel nome la sua origine: sanscrito naladas; persiano nardyn; greco nardos. Estratto da una specie di valeriana in India, considerato dalla tradizione profumo d’amore, usato come profumo nei banchetti greco-romani, noto anche nel giudaismo; diviene celebre nel vangelo (Mc 14,3-5; Lc 4,47). Entrerà nella tradizione cristiana come simbolo della Chiesa e anche di Cristo che esala il suo aroma di salvezza nel mondo.

Col nardo, si apre nel Ct il flusso dei profumi che percorre tutta l’opera.

Lo sposo è ora disteso nella sala ideale del banchetto nuziale. Entra la donna e la sua carta di presentazione è il profumo di nardo che emana e riempie la stanza.

v.13. L’uomo, avvolto nel’ebbrezza del profumo e stretto in un abbraccio all’amata, è simile a quel “sacchetto di mirra” che la donna porta come collana sul seno.

Per l’abbraccio, lui “riposa”, ‘pernotta’ sul suo seno: si descrive un rifugio sereno e dolce in cui le paure si cancellano e si ha l’impressione di essere in un giardino di delizie e profumi.

I Padri vedevano nei due seni l’Antico e il Nuovo Testamento e il riposo tra il profumo nello studio teologico di essi.

Appare per la prima volta un vocabolo fondamentale del Ct, che si poggia sulla radice dodim = carezze. Il vocabolo è dodì = “amato mio” (‘mio diletto’). Questo vezzeggiativo è espressione di un’intimità indistruttibile e appassionata e riflette un linguaggio infantile che ha uso nei soprannomi che si danno i fidanzati.

Non è un caso che “Davide” si componga delle stesse consonanti dodì/dwdj: dwjd; anzi, in alcuni testi il nome Davide è scritto senza j, perciò dwd, proprio come dod = amato, caro.

L’amato viene racchiuso nell’immagine della mirra che nell’ebraico mor rimanda alla radice mrr = “essere amaro” . una resina dall’aroma intenso e aspro. Veniva utilizzata per preparare la miscela di olio dell’unzione sacerdotale come profumo da cospargere sulle vesti da cerimonia; per la purificazione; per l’imbalsamazione.

Nel testo ha un’originalità: si parla di “sacchetto di mirra”: alla fragranza si associa anche la carezza del tessuto sulla pelle. Il contenitore era un sacchetto di tela ornato e sorretto da un nastro. Tale sacchetto faceva sì che il profumo della mirra contenuto profumasse la pelle della donna.

Nel testo è l’amato il sacchetto di mirra, il profumo della donna: una bella immagine di comunione.

Non solo, ma il sacchetto rappresenta anche l’abbandono d’amore dei due. L’uomo “riposa” e il verbo usato, ljn, evoca la notte. Per dire tutta l’intimità d’amore durevole.

v.14. Si compara ancora dodi = mato, diletto, con immagini odorose. I vocaboli indicanp un grappolo di fiori simili al glicine. Si parla di kofer (ugaritico kpr; arabo kafur; greco kypros; latino cyprus; il “cipro” o “cipresso”). Nel nostro caso si tratta di un arbusto che cresce a Cipro, Egitto e Palestina (alba o inermis). Produce fiori bianchi, profumati, disposti a grappolo.

Il poeta biblico collega questo fiore ad una località En-ghedi che non è mai presentata dalla Bibbia come luogo di coltivazioni di vigne o di cipro. Il nome della località è allora assunto dall’Autore come toponimo. En –ghedi = “fonte del capriolo”. Per il Ct l’amato è rappresentato anche dal capriolo. Inoltre “ ‘ain/en” indica l’ “occhio”.

v.15. L’avverbio dimostrativo “Come” all’inizio del versetto vuole condurre a comprendere la sorpresa dell’amato che parla. Tale avverbio è riferito a jafah = “Bella, incantevole”. Tale aggettivo è “visivo” e viene utilizzato molte volte nella Bibbia (per Sara, Rebeca, Rachele, Giuseppe, Davide, Betsabea, Tamar, le figlie di Giobbe, Ester, giuditta, Susanna.

L’esclamazione stupita sul fascino dell’amata confluisce su un particolare, “gli occhi”. l’animale usato per la comparazione, è uno dei più amati dal Ct, la “colomba”.

Perché si collegano occhi-colomba? Gli occhi della colomba non sono poi così belli: non brillanti e cerchiati di rosso. Per l’amato, l’amata è una “colomba” con tutto ciò che questo simbolo comporta: candore, tenerezza, amore, innocenza, pace, ecc. la forza del simbolo è nella capacità di suscitare emozioni. Gli occhi della donna parlano con la loro mobilità, con la bellezza, la dolcezza. Tutti questi sentimenti sono simboleggiati dalla colomba. Così negli occhi dell’amata, l’innamorato sa intuire parole non dette, sa riconoscere segni d’amore

v.16. La replica della donna all’esclamazione del suo amato si apre ugualmente con lo stupore (“Come”). Si ripete la stessa meraviglia per la bellezza e per il fascino che l’umana creatura sprigiona. Anche dodi  è “incantevole”.

Poi la donna in poche parole riesce a dipingere il paesaggio in cui la coppia è immersa ritornando ad usare la natura come specchio della pace per gli innamorati.

‘eres = “letto”. Meglio dire “giaciglio”, un ‘letto’ formato da fiori di un prato, un’oasi. Questo è il luogo dell’incontro amoroso.

v.17. qoròt = “travi” metonimia di ‘soffitto’.

Rht = “soffitto”

Travi e soffitto sono i rami dei cedri e cipressi.

I due sono sdraiati su un giaciglio di erba e fiori; guardano il cielo e vedono i rami di cedri e cipressi intrecciati come fossero un soffito travato.

Dalla Scrittura sappiamo che cedri e cipressi del Libano erano usati dall’edilizia salomonica in particolare per l’edificazione del Tempio di gerusalemme. “La gloria del Libano (cioè i cedri) verrà a te, cipressi, olmi e abeti abbelliranno il luogo del mio santuario” (Isaia 60,13).

In dissolvenza alla capanna d’amore dei due protagonisti del Ct si sostiruisce la meravigliosa struttura del Tempio, luogo d’incontro di Dio con la sua sposa, Israele.

Conclusione.

La bellezza. La bellezza spirituale. La bellezza della vita spirituale.

Nella vita spiritule per acquisire bellezza occorre lottare. Bernardo di Chiaravalle scrive: “Ecco cosa capita ai principianti. Basta che comincino appena a gustare le nuove soavità della contemplazione, e vivano qualche esperienza più dolce, pensano subito di nonmaver più nessun bisogno di lottare contro i vizi” (Sermoni sul cantico dei canticiXXXIX,2). Perciò nella vita spirituale occorre “cavalcare”.

I richiami alla geografia di Israele e alla sua storia fanno pensare che il redattore del Ct avesse presenti alcuni testi che cantano le glorie della nuova Gerusalemme.

“La gloria del Libano verrà a te, cipressi, olmi e abeti insieme, per abbellire il luogo del mio santuario, per glorificare il luogo dove poggio i miei piedi. Verranno a te in atteggiamento umile i figli dei tuoi oppressori; ti si getteranno proni alle piante dei piedi quanti ti disprezzavano. Ti chiameranno Città del Signore, Sion del Santo di Israele” (Isaia 60,13-14). L’amore schietto ricorda a Israele che, tornato nella propria terra, pur dominato ancora da potenze straniere, il Signore l’ha scelto e rimane fedele alla sua scelta.

 

 
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