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I primordi della salvezza (Genesi, capitoli 1-11)
SCHEDA 1 PREMESSA. Dalla Costituzione Dogmatica “DEI VERBUM” sulla divina Rivelazione del Concilio Ecumenico Vaticano II (18 novembre 1965)
Natura e oggetto della Rivelazione Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelarsi in persona e manifestare il mistero della sua volontà, mediante il quale gli uomini per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, hanno accesso al Padre nello Spirito Santo e sono resi partecipi della divina natura. Con questa Rivelazione infatti Dio invisibile nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici e si intrattiene con essi, per invitarli e ammetterli alla comunione con sé. Questa economia della Rivelazione comprende eventi e parole intimamente connessi (…). (n. 2).
Preparazione della Rivelazione evangelica Dio, il quale crea e conserva tutte le cose per mezzo del Verbo, offre agli uomini nelle cose create una perenne testimonianza di sé; inoltre, volendo aprire la via di una salvezza superiore, fin dal principio manifestò se stesso ai progenitori. Dopo la loro caduta, con la promessa della redenzione, li risollevò alla speranza della salvezza, ed ebbe assidua cura del genere umano, per dare la vita eterna a tutti coloro i quali cercano la salvezza con la perseveranza nella pratica del bene. A suo tempo chiamò Abramo, per fare di lui un gran popolo; dopo i patriarchi ammaestrò questo popolo per mezzo di Mosè e dei profeti, affinché lo riconoscesse come il solo Dio vivo e vero, Padre provvido e giusto giudice, e stesse in attesa del Salvatore promesso, preparando in tal modo lungo i secoli la via all'Evangelo. (n.3).
Cristo completa la Rivelazione Dopo aver a più riprese e in più modi, parlato per mezzo dei profeti, Dio « alla fine, nei giorni nostri, ha parlato a noi per mezzo del Figlio». Mandò infatti suo Figlio, cioè il Verbo eterno, che illumina tutti gli uomini, affinché dimorasse tra gli uomini e spiegasse loro i segreti di Dio . Gesù Cristo dunque, Verbo fatto carne, mandato come «uomo agli uomini», «parla le parole di Dio» e porta a compimento l'opera di salvezza affidatagli dal Padre. Perciò egli, (…) compie e completa la Rivelazione e la corrobora con la testimonianza divina, che cioè Dio è con noi per liberarci dalle tenebre del peccato e della morte e risuscitarci per la vita eterna. L'economia cristiana dunque, in quanto è l'Alleanza nuova e definitiva, non passerà mai, e non è da aspettarsi alcun'altra Rivelazione pubblica prima della manifestazione gloriosa del Signore nostro Gesù Cristo. (n.4).
Accogliere la Rivelazione con fede A Dio che rivela è dovuta «l'obbedienza della fede», con la quale l'uomo gli si abbandona tutt'intero e liberamente prestandogli «il pieno ossequio dell'intelletto e della volontà» e assentendo volontariamente alla Rivelazione che egli fa. (…). (n.5).
Le verità rivelate Con la divina Rivelazione Dio volle manifestare e comunicare se stesso e i decreti eterni della sua volontà riguardo alla salvezza degli uomini, «per renderli cioè partecipi di quei beni divini, che trascendono la comprensione della mente umana». Il santo Concilio professa che «Dio, principio e fine di tutte le cose, può essere conosciuto con certezza con il lume naturale dell'umana ragione a partire dalle cose create»; ma insegna anche che è merito della Rivelazione divina se «tutto ciò che nelle cose divine non è di per sé inaccessibile alla umana ragione, può, anche nel presente stato del genere umano, essere conosciuto da tutti facilmente, con ferma certezza e senza mescolanza d'errore». (n.6).
Gli apostoli e i loro successori, missionari del Vangelo Dio, con somma benignità, dispose che quanto egli aveva rivelato per la salvezza di tutte le genti, rimanesse per sempre integro e venisse trasmesso a tutte le generazioni. Perciò Cristo Signore, nel quale trova compimento tutta intera la Rivelazione di Dio altissimo, ordinò agli apostoli che l'Evangelo, prima promesso per mezzo dei profeti e da lui adempiuto e promulgato di persona venisse da loro predicato a tutti (…). Gli apostoli poi, affinché l'Evangelo si conservasse sempre integro e vivo nella Chiesa, lasciarono come loro successori i vescovi, ad essi «affidando il loro proprio posto di maestri». Questa sacra Tradizione e la Scrittura sacra dell'uno e dell'altro Testamento sono dunque come uno specchio nel quale la Chiesa pellegrina in terra contempla Dio, dal quale tutto riceve, finché giunga a vederlo faccia a faccia, com'egli è. (n.7).
La sacra tradizione Pertanto la predicazione apostolica, che è espressa in modo speciale nei libri ispirati, doveva esser conservata con una successione ininterrotta fino alla fine dei tempi. Gli apostoli perciò, trasmettendo ciò che essi stessi avevano ricevuto, ammoniscono i fedeli ad attenersi alle tradizioni che avevano appreso sia a voce che per iscritto (…). Ciò che fu trasmesso dagli apostoli, poi, comprende tutto quanto contribuisce alla condotta santa del popolo di Dio e all'incremento della fede; così la Chiesa nella sua dottrina, nella sua vita e nel suo culto, perpetua e trasmette a tutte le generazioni tutto ciò che essa è, tutto ciò che essa crede.
Questa Tradizione di origine apostolica progredisce nella Chiesa con l'assistenza dello Spirito Santo: cresce infatti la comprensione, tanto delle cose quanto delle parole trasmesse, sia con la contemplazione e lo studio dei credenti che le meditano in cuor loro, sia con la intelligenza data da una più profonda esperienza delle cose spirituali, sia per la predicazione di coloro i quali con la successione episcopale hanno ricevuto un carisma sicuro di verità. Così la Chiesa nel corso dei secoli tende incessantemente alla pienezza della verità divina, finché in essa vengano a compimento le parole di Dio. (…). (n.8).
Relazioni tra la Scrittura e la Tradizione La sacra Tradizione dunque e la sacra Scrittura sono strettamente congiunte e comunicanti tra loro. Poiché ambedue scaturiscono dalla stessa divina sorgente, esse formano in certo qual modo un tutto e tendono allo stesso fine. Infatti la sacra Scrittura è la parola di Dio in quanto consegnata per iscritto per ispirazione dello Spirito divino; quanto alla sacra Tradizione, essa trasmette integralmente la paro a di Dio - affidata da Cristo Signore e dallo Spirito Santo agli apostoli - ai loro successori, affinché, illuminati dallo Spirito di verità, con la loro predicazione fedelmente la conservino, la espongano e la diffondano; ne risulta così che la Chiesa attinge la certezza su tutte le cose rivelate non dalla sola Scrittura e che di conseguenza l'una e l'altra devono essere accettate e venerate con pari sentimento di pietà e riverenza. (n.9).
Relazioni della Tradizione e della Scrittura con tutta la chiesa e con il magistero La sacra tradizione e la sacra Scrittura costituiscono un solo sacro deposito della parola di Dio affidato alla Chiesa; nell'adesione ad esso tutto il popolo santo, unito ai suoi Pastori, persevera assiduamente nell'insegnamento degli apostoli e nella comunione fraterna, nella frazione del pane e nelle orazioni, in modo che, nel ritenere, praticare e professare la fede trasmessa, si stabilisca tra pastori e fedeli una singolare unità di spirito.
L'ufficio poi d'interpretare autenticamente la parola di Dio, scritta o trasmessa, è affidato al solo magistero vivo della Chiesa, la cui autorità è esercitata nel nome di Gesù Cristo. Il quale magistero però non è superiore alla parola di Dio ma la serve, insegnando soltanto ciò che è stato trasmesso, in quanto, per divino mandato e con l'assistenza dello Spirito Santo, piamente ascolta, santamente custodisce e fedelmente espone quella parola, e da questo unico deposito della fede attinge tutto ciò che propone a credere come rivelato da Dio.
È chiaro dunque che la sacra Tradizione, la sacra Scrittura e il magistero della Chiesa, per sapientissima disposizione di Dio, sono tra loro talmente connessi e congiunti che nessuna di queste realtà sussiste senza le altre, e tutte insieme, ciascuna a modo proprio, sotto l'azione di un solo Spirito Santo, contribuiscono efficacemente alla salvezza delle anime. (n.10).
Ispirazione e verità della Scrittura Le verità divinamente rivelate, che sono contenute ed espresse nei libri della sacra Scrittura, furono scritte per ispirazione dello Spirito Santo. La santa madre Chiesa, per fede apostolica, ritiene sacri e canonici tutti interi i libri sia del Vecchio che del Nuovo Testamento, con tutte le loro parti, perché scritti per ispirazione dello Spirito Santo; hanno Dio per autore e come tali sono stati consegnati alla Chiesa per la composizione dei libri sacri, Dio scelse e si servì di uomini nel possesso delle loro facoltà e capacità, affinché, agendo egli in essi e per loro mezzo, scrivessero come veri autori, tutte e soltanto quelle cose che egli voleva fossero scritte.
Poiché dunque tutto ciò che gli autori ispirati o agiografi asseriscono è da ritenersi asserito dallo Spirito Santo, bisogna ritenere, per conseguenza, che i libri della Scrittura insegnano con certezza, fedelmente e senza errore la verità che Dio, per la nostra salvezza, volle fosse consegnata nelle sacre Scritture. Pertanto «ogni Scrittura divinamente ispirata è anche utile per insegnare, per convincere, per correggere, per educare alla giustizia, affinché l'uomo di Dio sia perfetto, addestrato ad ogni opera buona». (n.11).
Come deve essere interpretata la sacra Scrittura Poiché Dio nella sacra Scrittura ha parlato per mezzo di uomini alla maniera umana, l'interprete della sacra Scrittura, per capir bene ciò che egli ha voluto comunicarci, deve ricercare con attenzione che cosa gli agiografi abbiano veramente voluto dire e a Dio è piaciuto manifestare con le loro parole. Per ricavare l'intenzione degli agiografi, si deve tener conto fra l'altro anche dei generi letterari. La verità infatti viene diversamente proposta ed espressa in testi in vario modo storici, o profetici, o poetici, o anche in altri generi di espressione. È necessario adunque che l'interprete ricerchi il senso che l'agiografo in determinate circostanze, secondo la condizione del suo tempo e della sua cultura, per mezzo dei generi letterari allora in uso, intendeva esprimere ed ha di fatto espresso. Per comprendere infatti in maniera esatta ciò che l'autore sacro volle asserire nello scrivere, si deve far debita attenzione sia agli abituali e originali modi di sentire, di esprimersi e di raccontare vigenti ai tempi dell'agiografo, sia a quelli che nei vari luoghi erano allora in uso nei rapporti umani.
Perciò, dovendo la sacra Scrittura esser letta e interpretata alla luce dello stesso Spirito mediante il quale è stata scritta, per ricavare con esattezza il senso dei sacri testi, si deve badare con non minore diligenza al contenuto e all'unità di tutta la Scrittura, tenuto debito conto della viva tradizione di tutta la Chiesa e dell'analogia della fede. È compito degli esegeti contribuire, seguendo queste norme, alla più profonda intelligenza ed esposizione del senso della sacra Scrittura, affinché mediante i loro studi, in qualche modo preparatori, maturi il giudizio della Chiesa. Quanto, infatti, è stato qui detto sul modo di interpretare la Scrittura, è sottoposto in ultima istanza al giudizio della Chiesa, la quale adempie il divino mandato e ministero di conservare e interpretare la parola di Dio. (n.12).
La « condiscendenza » della Sapienza divina Nella sacra Scrittura dunque, restando sempre intatta la verità e la santità di Dio, si manifesta l'ammirabile condiscendenza della eterna Sapienza, «affinché possiamo apprendere l'ineffabile benignità di Dio e a qual punto egli, sollecito e provvido nei riguardi della nostra natura, abbia adattato il suo parlare». Le parole di Dio infatti, espresse con lingue umane, si son fatte simili al parlare dell'uomo, come già il Verbo dell'eterno Padre, avendo assunto le debolezze dell'umana natura, si fece simile all'uomo. (n.13). INTRODUZIONE.
Gli Ebrei indicano i Libri della Scrittura con le prime parole del testo biblico (detto ‘Testo masoretico’). Così il libro che noi chiamiamo “Genesi” (=origine, generazione) è denominato dal Popolo ebraico “Bereshit = In principio”. È il Libro che apre il Pentateuco (dal greco = cinque astucci o contenitori), la prima parte della Bibbia chiamata in ebraico “Torah = istruzione, insegnamento”.
Il Libro della Genesi è come un grande mosaico disposto su due pareti: in una è la narrazione dell’origine del mondo e dell’umanità; nell’altra è l’inizio del Popolo ebraico che ha nei Patriarchi la sua origine.
I sapienti che hanno redatto il Testo non hanno solo fatto una semplice raccolta di materiale preesistente, ma hanno prodotto un’opera letteraria vera e propria, un racconto con una sua trama e un contenuto religioso ben chiaro. Sono dunque ‘autori’ di una ‘teologia narrativa’ o ‘lettura teologica della realtà’ presentata sottoforma di racconto.
Chi sono questi ‘autori’. In epoca esilica (VI-V sec. a.C.) un gruppo di sacerdoti in diaspora nell’impero persiano, hanno cercato di mettere per iscritto una narrazione che viene denominata “sacerdotale”(siglata “P” dal tedesco “Priestercordex = codice del sacerdote”). Si caratterizza con uno stile preciso e solenne, che risalta le cronologie e genealogie. Pone in primo piano il culto e la legislazione che lo regola.
Al tempo di re Ezechia e Giosia (728-609 a.C.) ha preso avvio una riflessione sulla storia passata e contemporanea che viene chimata “deuteronomistica” (siglata “Dtr”). Gli autori, sapienti laici, hanno redatto il Deuteronomio esponendo in esso la loro visione teologica dell’Alleanza. Ripercorrono tutto il cammino storico da Giosuè all’ultimo re in Israele per proporre una revisione di vita sulle cause dell’esilio. Tali sapienti leggono la storia in modo profetico per comprenderne il significato per la fede in JHWH, Liberatore e Alleato del Popolo.
Oltre a queste due prospettive teologiche, nel Pentateuco troviamo tracce di altre linee di riflessione, denominate a seconda del come chiamano l’Eterno: - Elohista (siglato “E”), che denomina l’Eterno “Elohim” (tradotto con “Dio”). - Jahveista (sigla “J”) che denomina l’Eterno col tetragramma JHWH (tradotto con “Signore”).
Cosa ci raccontano i padri nella Genesi. La Genesi risulta suddivisa in due parti (due mosaici, uno di fronte all’altro) ben individuabili dalle cinque ripetizioni “elleh toledot = “queste le origini di”; “questa la discendenza di”. Sia per quanto riguarda l’origine del mondo e dell’umanità (un mosaico); sia per quanto riguarda l’origine del Popolo di Israele (l’altro mosaico). Tutto riconducibile ad un unico progetto, quello di Dio.
Come ci parlano i padri. In Genesi 1,1-11,26 i padri prendono sul serio le domande che la realtà storica pone loro. Cercano poi una risposta riflettendo sulla loro esperienza di credenti, specie sul modo con cui il Signore è intervenuto. Desiderano così portare speranza a chi si trova nel dramma e benedizione a chi si trova in tensione.
Non ci parlano con favole o con storie di pura fantasia. I padri si sono confrontati con modelli linguistici che esprimevano il rapporto Dio-mondo creato e Dio-uomo attraverso i miti quali ‘porte di accesso al mistero’, a quanto non si riusciva a spiegare razionalmente o con la scienza allora conosciuta. Non storie vere, ma narrazioni che dicono il vero su determinati problemi e secondo l’ottica delle fede e di chi le racconta. Questi racconti vengono posti “allora” o “in principio” perché siano ‘archetipi’ o modelli di riferimento. Un tentativo di andare al cuore umano e del divino, alla radice autentica. Questo modo di parlare dei padri che dicono della realtà di sempre attraverso dei racconti collocati fuori della storia per spiegare la storia, viene chiamato “eziologia mesastorica”. Eziologia dice la spiegazione delle cause che rendono il presente così com’è. Con mesastorica si afferma che non si tratta di ‘storia’ (dimostrabile, investigabile con i nostri strumenti scientifici), quanto una ‘interpretazione’ dell’esistenza umana secondo una determinata visione religiosa. Non siamo dunque di fronte a testi scientifici, ma a narrazioni che vorrebbero spiegare perché il mondo e l’uomo sono così come sono, con l’intento di far riflettere sulla vita ed esplicitare il senso della sua condizione davanti a Dio. Il tutto a partire dall’esperienza di fede che è l’esperienza esodiaca di Dio Liberatore.
Davanti a Genesi 1-11 non si pongono le domande “cosa e successo e quando?”, ma “che verità mi vuol trasmettere questo testo sacro su Dio, sul mondo, sull’umanità di sempre, su di me?”.
Non ci resta che inoltrarci in questa stanza dei mosaici: il Corso Biblico vuol essere una’visita guidata’ per vedere e contemplare la bellezza di una Parola che parla a ciascuno. 1] In principio Dio creò il cielo e la terra. 2] Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l'abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque.
La prima pagina della Bibbia viene attribuita alla fonte Sacerdotale che desidera rispondere a precisi interrogativi degli Ebrei in diaspora, circa il volto di Dio in cui credono e circa la loro presenza nella storia dell’umanità. Dio è capace di essere fedele alla sua parola? Sa tenere saldamente in mano la storia? come si colloca di fronte alle divinità degli altri popoli? Qual’è il nostro posto sulla terra? A queste domande, le risposte vengono trovate da un gruppo di sacerdoti i quali riflettono sull’esperienza della liberazione dalla schiavitù d’Egitto. L’attenzione è rivolta all’agire di Dio che è stato capace di vincere la forza del faraone e delle divinità egiziane. Così oggi piegherà il re di Babilonia e le sue divinità. Dio è Liberatore che crea; è Creatore che libera.
Il testo sacro ha un ritmo cadenzato e solenne, tipico delle celebrazioni cultuali. Un vero e proprio poema liturgico, inno a Dio creatore. Propone una catechesi meditativa sulla creazione. È preoccupato di rispondere agli interrogativi di senso per quanto riguarda l’universo e l’uomo: il senso della loro presenza alla luce dell’atto di fede nel Signore Liberatore e Creatore. Ed esprime la propria fede in un Dio capace di realizzare quanto dice (”Dio disse…. – e fu”).
v.1. In principio. Con queste parole l’autore vuole affermare che in un ‘prima’, all’inizio di tutto, non solo dal punto di vista temporale, ma soprattutto esistenziale per la vita del mondo e di ogni persona umana, c’è Dio-Elohim e la sua azione creatrice. Né il mondo, né le persone sono ‘l’inizio’: prima dell’uomo (creato il sesto giorno) c’è il mondo; e prima del mondo ordinato (dal primo giorno) esiste Dio e un qualcosa di simile al caos sul quale Dio sta per intervenire. In principio: luogo e tempo originale, perennemente creativo. Allo stesso tempo è assenza di coordinate spaziali e temporali; assenza di forme e modo di esistere. Formula la proposta di un ‘evento iniziale’ colto ‘allo stato nascente’. È momento e luogo di ispirazione, è il momento della sapienza in Dio: Dio pensa sapientemente tutto ciò che è da creare e ogni essere della continua creazione. Fra l’ideazione e la creazione cè questo “in principio”, la ‘sofia divina’, poiché nella mente di Dio tutte le creature hanno la loro perfezione e la figura incontaminata. Dunque: “in principio” non indica “all’inizio del tempo”, ma “nella mente di Dio”.
Cielo e terra. Espressioni per presentare l’universo, il luogo in cui Dio sta per mettere ordine attraverso la sua forza creatrice. Separata da Dio, la terra è deforme, caotica, disordinata. Il cielo è il luogo della sapienza di Dio. quando il cielo scende, allora la terra prende forma (esempio in Maria nell’Incarnazione).
v.2. La terra era informe e deserta. La terra, intesa come una piattaforma immersa nell’oceano primordiale, viene qualificata come “tohu wa-bohu”, “informe e deserta”, disordinata e confusa, qualcosa di simile al caos inteso come assenza completa di vita e fertilità e come solitudine estrema.
Le tenebre ricoprivano l'abisso. L’abisso viene immaginato come una massa d’acqua ricoperta da dense tenebre: come fosse in attesa dell’opera di Dio. tenebra per dire che non è, non è vita, non è possibilità di vivere.
Lo spirito di Dio aleggiava sulle acque. Si tratta del “soffio, vento, respiro” (ruah) che è l’insieme invisibile e potente legato alla vita e all’energia che rende vivi gli esseri. Rappresenta simbolicamente Dio stesso che aleggia sopra le acque dell’abisso pronto ad entrare in opera mediante la sua azione creatrice. Indica anche ‘agitare’, ‘muovere’, ‘agitare’: dunque Dio solo attraverso il suo Spirito è capace e possibilità di far qualcosa sul caos. Che in questo modo è dimitizzato: non un ‘essere’ contrario a Dio con cui Dio deve combattere.
v.1. Creare. “Bara’ “ = creare. Ha sempre Dio come soggetto agente. Non indica il modo di originare le cose (come ‘far passare dal niente all’esistenza’), quanto il “risultato” dell’opera di Dio. Indica etimologicamente il “tagliare/separare”, cioè fare qualcosa di insolito, di insperato e meraviglioso, perché novità assoluta rispetto a ciò che esiste. Indica anche ‘non combattere’: Dio appunto non deve combattere per creare, non ha antagonisti. Conclusione. Genesi fin dal suo inizio non si presenta dunque come un libro di storia, né fornisce una descrizione storica, ma costituisce una chiave di lettura per decifrare e interpretare la storia umana. Genesi è ‘opera teologica’ che raggiunge ed esprime la radice e la profondità dell’essere in termini di tempi. Per mezzo dell’evocazione e del ricordo (se risale alle origini del tempo) presenta un’interpretazione dell’esperienza umana sottoforma di ‘narrazione simbolica’. Non vanno dunque ricercati gli eventi e i fatti particolari; ma il fatto l’evento iriginario da percepire è ciò che in essi Israele ha vissuto, è l’esperienza di certi eventi, l’esperienza che Israele, nella storia, ha fatto del mondo, dell’uomo e di colui che chiama “Dio”. Il fattore originario è la storia, ma letta teologicamente, la vita interpretata teologicamente. Perciò non abbiamo la storia degli inizi o preistoria, ma un panorama della situazione umana nel mondo; un panorama permanente, una descrizioni delle costanti del mondo in cui viviamo. La ‘storia sacra’ (Abramo, i patriarchi, l’esodo, la conquista della terra), precedono i tesi di Genesi. Ciò significa che la fede di Israele è stata dapprima fede nella salvezza, nella liberazione; solo più tardi fede nella creazione. Israele ha conosciuto Dio che l’ha salvato dall’Egitto; ha conosciuto il Dio dell’esodo; il Dio “go’el” = il redentore. Solo più tardi, sempre sollecitato da eventi sotrici, Israele riflette sull’origine dell’uomo, della storia e dell’umanità. Allora la fede nel Dio redentore, “per estensione” passa all’affermazione di fede del Dio anche creatore. La creazione allora non è “l’origine prima”, l’origine che sta “prima” e “fuori” dal tempo, ma è inserita nella concatenazione storica delle azioni di Dio. Essa non è priva di seguito, ma appare come “creazione continua”. Dio creatore è e appare sempre come il ri-creatore. Tale espressione di fede compare anche nel Nuovo Testamento in cui le affermazioni sulla creazione sono precedute dall’esperienza del nuovo esodo, dell’evento della Pasqua, della morte e risurrezione di Gesù.
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