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Mercoledì 22 Febbraio 2012
Corso Biblico
Scheda 3 PDF Stampa E-mail

Genesi 2,4b – 25

 

4b]Quando il Signore Dio fece la terra e il cielo,

5] nessun cespuglio campestre era sulla terra, nessuna erba campestre era spuntata - perché il Signore Dio non aveva fatto piovere sulla terra e nessuno lavorava il suolo

6] e faceva salire dalla terra l'acqua dei canali per irrigare tutto il suolo -;

7] allora il Signore Dio plasmò l'uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l'uomo divenne un essere vivente.

8] Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l'uomo che aveva plasmato.

9] Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, tra cui l'albero della vita in mezzo al giardino e l'albero della conoscenza del bene e del male.

10] Un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino, poi di lì si divideva e formava quattro corsi.

11] Il primo fiume si chiama Pison: esso scorre intorno a tutto il paese di Avìla, dove c'è l'oro

12] e l'oro di quella terra è fine; qui c'è anche la resina odorosa e la pietra d'ònice.

13] Il secondo fiume si chiama Ghicon: esso scorre intorno a tutto il paese d'Etiopia.

14] Il terzo fiume si chiama Tigri: esso scorre ad oriente di Assur. Il quarto fiume è l'Eufràte.

15] Il Signore Dio prese l'uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse.

16] Il Signore Dio diede questo comando all'uomo: "Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino,

17] ma dell'albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti".

18] Poi il Signore Dio disse: "Non è bene che l'uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile".

19] Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all'uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l'uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome.

20] Così l'uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutte le bestie selvatiche, ma l'uomo non trovò un aiuto che gli fosse simile.

21] Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull'uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e rinchiuse la carne al suo posto.

22] Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all'uomo, una donna e la condusse all'uomo.

23] Allora l'uomo disse: "Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa, perché dall'uomo è stata tolta".

24] Per questo l'uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne.

25] Ora tutti e due erano nudi, l'uomo e sua moglie, ma non ne provavano vergogna.

 

Il capitolo 1 di genesi è teocentrico. Questo secondo capitolo è antropocentrico. Lo sguardo va ‘dalla terra al cielo’, perché centro di interesse è la persona nelle sue relazioni fondamentali. Le domande che soggiacciono alla narrazione sono: chi è la persona nella sua costituzione fisico-spirituale? Quale relazione stabilisce con il Creatore e la sua Parola? Come dovrebbe rapportatsi all’ambiente in cui vive?

 

Nel capitolo 1 l’acqua è elemento mortifero, caotico. Nel capitolo secondo l’acqua è una benedizione.

Il tema principale dello Jahveista è l’uomo con la terra attorno; ‘adam – àdama (uomo-terra).

Con il racconto J abbandoniamo lo stile solenne e liturgico della narrazione P. in questo capitolo l’uomo è visto nella sua fragilità e debolezza in rapporto con la natura, con gli animali, con la donna. L’uomo conosce anche il rapporto con Dio, ma minacciato da ciò che sarà il peccato e che lo farà diventare rapporto conflittuale.

 

vv.4b-7. Si dà l’idea di uno stato primitivo con procedimento negativo: non c’è arbusto, non c’è erba, il Signore non fa piovere, non c’è uomo che lavori il suolo.

La terra è steppa, deserta. Non piove, perché non serve: ancora l’uomo è assente.

Senza l’uomo la creazione è incompleta, essa attende la sua pienezza che avrà solo con l’uomo. È l’esperienza del seminomade per il quale la terra è un vasto deserto da percorrere. Solo sabbia, tutto è secco.

 

v.6. L’acqua dei canali. Tradotto anche con ‘vapore’. Grazie a questo ìvapore’ Dio fa inumidire la terra per procedere alla formazione dell’uomo.

 

v.7. Dopo i versetti che indicano uno ‘stato’, si descrive la prima azione, la creazione dell’uomo. Dio lo ‘modella’ con la terra. “Il Signore Dio plasmò l’uomo (ha’adam, cioè ‘umanità in cui ‘ha’ è l’articolo come per i nomi comuni), polvere del suolo (ha’adamà)”. Dio agisce come un vasaio e plasma l’uomo. Dio prende polvere dal suolo (apar adamah) e come un vaso dalle mani sapienti del Signore-vasaio ‘nasce’ l’uomo. E’ il ‘becco’ della ‘brocca-creato’, la parte più delicata e fragile, meno consistente della terra; ma è l’intelligenza del contenuto della brocca.

Il verbo usato jatsar è frequente per designare l’azione creatrice di Dio. L’uomo dunque è frutto dell’opera di Dio, del suo lavoro. L’uomo proviene da Dio, ma Dio ha utilizzato la terra per l’uomo: una relazione uomo-terra unica. L’uomo sarà il ‘terrestre’. Se fatto di terra, è fragile, è una creatura con finitezza.

 

Soffio di vita = nishmat chajjim; questo fa dell’uomo un ‘essere vivente’ (nefesh chajjiah). Sulla materia, sul terrestre, scende un soffio di Dio, uno spirito di vita che è di Dio e procede da Dio: non si tratta dell’anima, principio spirituale all’interno del corpo. Si tratta della forza di Dio nell’uomo. Dunque l’uomo non è in virtù di una propria identità sussistente, ma è in virtù di una grazia esterna che gli viene da Dio.

 

Plasmare = jatsar. Viene interpretato dai rabbini quale verbo di un’intimità tra Dio e l’uomo, la comunicazione vitale avviene mediante il ‘bacio’.

L’uomo formato dalla terra, diviene ‘essere vivente’ solo in virtù del ‘soffio vitale’ che Dio stesso gli infonde. Questa è antropologia veterotestamentaria in cui l’uomo è ‘corpo e vita’. Il soffio vitale divino si unisce alla materia e rende l’uomo ‘essere vivente’. La vita nasce direttamente da Dio.

L’uomo dunque è terrestre, ma non figlio della terra, perché respira e desidera, perché creato da Dio.  e dipende dal divino-vasaio.

 

v.8. Per l’uomo, Dio pianta un giardino in Eden (= recinto con alberi). L’uomo è posto nel gan ‘eden: il senso non è geografico, ma teologico: terrestre, proveniente dalla terra, l’uomo è posto in un giardino che Dio stesso ha piantato. L’uomo è ‘preso’ dalla terra e situato in un’altra terra. Perciò l’uomo è composto di terra e di soffio di Dio.

Dio ‘prese’ l’uomo = laqach = verbo tipico della elezione e designa l’azione forte con cui Dio sceglie un uomo o il popolo di Israele per destinarlo ad una pienezza di comunione.

In Oriente gli ‘orti’ sono più importanto dei parchi (che hanno solo i re). È una specie di ‘zona sacra’ nella quale Dio è presente.

‘Eden = delizie. Un dono della benevola provvidenza di Dio per l’uomo. Indica anche ‘gioia’, ‘felicità’. Per questo il Greco traduce con il termine paradeisos proveniente dal persiano pairidaeza che indica il parco del re, luogo di svago e divertimento.

In filigrana è l’esperienza storica della vicenda del Popolo di Israele. Plasmato da Dio nel deserto, viene da Lui introdotto nella terra promessa, vero giardino ove scorre latte e miele.

 

v.9. Ora la descrizione delle delizie del giardino. Una grande varietà di alberi e, al centro, l’albero della vita e l’albero della scienza del bene e del male. Il primo albero è simbolo di Dio, origine e fonte della vita. Dei suoi frutti l’uomo potrà mangiare: a indicare la relazione da avere di continuo con il Creatore.  Il secondo, che dà frutti di onniscienza, non sarà più ricordato dell’Antico testamento.

 

vv.10-14. Un fiume irrora Eden e poi si divide in quattro rami che ci portano in mezzo al mondo storico e geografico fuori da Eden. L’Autore traccia una mappa del sistema fluviale che abbraccia il mondo. Mediante il numero ‘quattro’ si delinea la globalità del mondo.

1° fiume: forse si intende parlare del mare che bagna la penisola arabica se non il lontano Indo.

2° fiume: non il Nilo, ma il Nilo della Nubia. Per Kus forse si intende non l’Etiopia, ma Kussu, il Paese dei Cassei nell’altopiano iranico.

3° fiume: è il Tigri.

4° fiume: è l’Eufrate.

 

Al di là di dove, il fiume di Eden che si divide in quattro rami che bagnano il mondo, indica la sovrabbondanza di acqua. Tutta l’acqua al di fuori di Eden è solo una parte dell’acqua che è in Eden!

 

v.15. Ci ritroviamo ora nella storia del ‘giradino’. Si indica lo scopo per l’uomo è nel giardino: dovrà lavorarlo e preservarlo da ogni danno.

“Coltivare” è la vocazione dell’uomo al lavoro attraverso cui si realizzerà come persona.

Il lavoro (adobah) non è come per gli antichi miti una punizione degli dei; né è una realtà da schiavi come per Greci e Romani; è invece l’azione costitutiva di ogni essere umano. Dopo la relazione con il Creatore, adam si realizza nel lavoro.

Adobah indica anche “custodire”; termine usato da Israele in riferimento all’Alleanza (berit) e alla Parola di Dio da “conservare e osservare”.

Dunque il lavoro diviene fedeltà alla relazione (berit - alleanza) con Dio.

L’uomo, dovendo lavorare nel giardino, è chiamato a svolgere un servizio in un luogo che non gli appartiene totalmente: è di Dio.

 

vv.16-17.  Dio liberamente dà all’uomo la possibilità di muoversi nel giardino in piena libertà, senza limitazioni di sorta. Viene eccettuato solo un albero. Il termine “albero” potrebbe richiamare la religiosità dei cananei che abitavano la terra promessa prima dell’arrivo di Israele; i quali cananei che hanno esercitato un’influenza sul Popolo di Dio con i loro riti idolatrici. Albero, questo, di cui non cogliere i frutti!

 

Non è poi così limitante, né opprimente il diniego verso un albero rispetto a tutti gli altri! Soprattutto, l’uomo è posto di fronte ad un problema di obbedienza e di scelta seria e responsabile.

Perché la proibizione? Non è detto. Si tratta di qualcosa di indiscutibile. Se non che l’uomo è sotto l’autorità di Dio e a Dio nessuno poteva chiedere conto.

Possiamo solo dire che obbedire a tale comando è esentarsi da effetti disastrosi in seguito ad una possibile disobbedienza (come poi avverrà).

La situazione ‘paradisiaca’ non è il piacere o la liberazione dal dolore, ma vivere in obbedienza a Dio. l’elemento nuovo è questo:una responsabilità davanti a Dio; cioè rispondere alla Parola. Il comando vieta di magniare i frutti dell’albero; vieta di eliminare l’albero impadronendosi in modo arbitrario dei suoi frutti. “Peccato” allora è determinare ciò che rende felice o infelice al di fuori di una scelta basata sul rapporto (berit – alleanza) con Dio.

“ (…) dell'albero della conoscenza del bene e del male”: porre in bocca a Dio questa frase, suona duro. L’uomo già riconosce come tale questo albero? Il binomio ‘scienza del bene e del male’ non va letto solo in senso morale; per l’Antico Testamento significa l’onniscienza.

“Conoscenza del bene e del male” potrebbe indicare il ‘sapere tutto’ (onniscienza), lo sperimentare tutto (onnipotenza), ma anche il decidere di scegliere ciò che può donare felicità (bene) e ciò che conduce ad infelicità (male). Allora è simbolo dell’opzione fondamentale con cui ogni persona decide liberamente quale senso dare alla propria vita. Tutti devono scegliere; il problema è  se esercitare un corretto discernimento e scegliere tra bene e male in ascolto di Dio e della sua Parola, o al di fuori della relazione col Creatore.

 

La posta in gioco è alta: si tratta di vita o di morte intendendo ‘vivere e morire’ in uno stile di vita. La morte è lontananza da Dio.

Dio non dice “io ti farò morire”, ma “quando tu ne mangiassi, certamente moriresti”, cioè “ti farai del male (per tua scelta) tanto da esporti alla morte lontano da me”.

Illuminanti sono le parole del Deuteronomio: “Vedi, io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male; poiché io oggi ti comando di amare il Signore tuo Dio, di camminare per le sue vie, di osservare i suoi comandi, le sue leggi e le sue norme, perché tu viva e ti moltiplichi e il Signore tuo Dio ti benedica nel paese che tu stai per entrare a prendere in possesso. Ma se il tuo cuore si volge indietro e se tu non ascolti e ti lasci trascinare a prostrarti davanti ad altri dei e a servirli, io vi dichiaro oggi che certo perirete, che non avrete vita lunga nel paese di cui state per entrare in possesso passando il Giordano. Prendo oggi a testimoni contro di voi il cielo e la terra: io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione; scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza, amando il Signore tuo Dio, obbedendo alla sua voce e tenendoti unito a lui, poiché è lui la tua vita e la tua longevità, per poter così abitare sulla terra che il Signore ha giurato di dare ai tuoi padri, Abramo, Isacco e Giacobbe" (30,15-20).

 

 

v.18. nel contesto del racconto la proibizione (v.16) si inserisce nel quadro della paterna cura che Dio ha per l’uomo. Dopo la fondazione del giardino e la consegna all’uomo, segue ora la creazione degli animali e della donna.

 

È Dio a stabilire ciò che è ‘nene’ (e ciò che è ‘male’). Male (infelicità che porta alla morte) è la solitudine di adam. ‘Bene/bello’ (tob) è che ogni essere umano sappia stabilire con altri/e relazioni che lo vitalizzano. Per questo è Dio a voler dare ad adam “un aiuto che gli corrisponda”.

La solitudine non è ‘cosa buona’; l’uomo è essere sociale; l’amore di Dio ritiene che sia bene per l’uomo avere un ausiliare (kenegdo = che gli stia di fronte; un aiuto corrispondente a lui). La solitudine è vista come privazione di aiuto.

Ezer = ‘aiuto’ indica qualcosa di indispensabile e non facoltativo per superare la solitudine. Anche un sostegno o appoggio che solo una persona può offrire ad un’altra.

Ezer kenegdò = “aiuto che gli corrisponda” esprime l’idea di complementarietà e somiglianza, pari dignità e uguaglianza, ma anche alterità e reciprocità. Potrebbe essere tradotto anche “un aiuto che gli sta davanti” affinchè possa avvenire l’incontro.

 

vv.19-20. Dio forma gli animali e li conduce all’uomo che impone loro il nome e li inquadra nel suo ambiente di vita. Il nome non è semplicemente vocabolo, ma il rapporto esistente tra parola e cosa. Ogni creatura è nominata mediante linguaggio; al tempo stesso il linguaggio è elemento generatore, interpretante; l’uomo in qualche modo dà ordine, unifica ciò che è dello stesso genere. Imporre il nome è un atto di creazione secondaria, atto di attività ordinatrice con cui l’uomo si impadronisce spiritualmente delle creature.

Il linguaggio che qui nasce è una facoltà dello spirito grazie al quale l’uomo organizza intellettualmente il suo ambiente di vita. Quando dice ‘bue’, non ha inventato solamente la parola  ‘bue’, ma ha compreso questa creatura come bue, l’ha fatta entrare nel suo patrimonio di idee e nel suo ambito vitale, facendone un aiuto valido per la sua esistenza.

Al tempo stesso imporre il nome è un atto di sovranità, di imposizione di preminenza.

Ma l’uomo, nonostante questo ambiente nuovo sia utile e ricco, ha ancora il desiderio di qualcuno simile a sé. Dio ha in mente una meraviglia ben superiore a questa.

 

Perché Dio non crea subito la ‘donna’ ma prima gli animali? È divina pedagogia: Lui vuole che sia l’uomo ad interrogarsi su “chi” può aiutarlo a rompere il cerchio mortale costituito dalla solitudine.

 

vv.21-23. Sull’uomo scende un ‘sonno profondo’ (tardemah = sonno prodotto da Dio e connesso con un’opera straordinaria), un incanto che gli toglie la coscienza. Il creare di Dio non tollera spettatori; nessuno può vedere Dio in azione, né il mircolo nel suo verificarsi. L’uomo potrà utilizzare la creazione, ma solo una volta completata. Di fronte al creare di Dio l’uomo è passivo. Egli non può farsi da sé un aiuto che gli sia simile. Perciò solo in Dio creatore potrà conoscere veramente l’altro/a, mai possederlo/a, perché non è suo/a.

 

Dio ‘forma’ la donna dalla costola dell’uomo. Forse è la risposta all’antica domanda del perché le costole non racchiudono l’intero corpo umano.

Sela = costola: non dice semplicemente il fianco o lato. Dice che la donna è fatta (‘costruita’) dalla stessa pasta dell’uomo. entrambi hanno la stessa natura e dignità. Pasta comune che è l’umanità, la vita, la possibilità di donarla e trasmetterla. Tratta dalla “parte vitale dell’uomo”, la donna ha capacità di ‘dare vita’.

La costola è “custodia del cuore”, vale a dire, la parte più preziosa della persona, del suo centro vitale, della libertà.

 

Dio ‘richiude la carne’ al posto della costola (simbolo di ina ‘mancanza’, di una ‘nostalgia’, di una ‘ferita’ che resterà?) e dopo aver ‘costruito’ la donna, la conduce all’uomo.

 

Dio conduce la donna all’uomo; è l’ultima azione, quella decisiva, perché dice la bellezza e il valore della donna, dono che Dio fa all’uomo.

Il Creatore è paragonato al padre che conduce la propria figlia per offrirla in dono all’uomo che lui ha scelto per lei come marito. Tale incontro è comprensibile solo nel progetto di Dio, vale a dire nella dimensione del dono reciproco.

 

Ora è il primo ‘cantico dei cantici’. Adam esce dalla soltidune e dall’isolamento e prende la parola per entrare nel dialogo e nella comunione, intondando il suo gioioso cantico in cui riconosce l’identità della donna e la propria. L’adam, con gioia, vede nella nuova creatura ciò che gli conviene ed esterna questo rapporto che ha compreso esistere tra sé e la donna, mediante il nome appropriato che le impone.

L’adam riconosce la donna parte di sé (osso-ossa, carne-mia carne); ne riconosce consanguineità e appartenenza. Di tutto ciò Dio è ‘testimone’ silenzioso e non ingombrante!

 

“La si chiamerà donna’ perché dall’uomo è stata tolta”: l’adam riconosce la comune radice di appartenenza: un’omofonia: la donna = ‘isshah’ proviene dall’uomo = ‘ish (un po’ come dal Latino vir-virago). Questo è motivo di gioia, per il rapporto che l’uomo ha con un ‘tu’ femminile.

Inoltre l’uomo riconosce alla donna la sua identità femminile di isshah. In questo modo l’adam (umanità) è completo nell’incontro dialogico tra ish (uomo) e isshah (donna): viene così confermata la bipolarità sessuale.

 

La donna, così come l’uomo, non fa paura, pur mantenendo il suo ‘mistero’. L’uomo non ha il ruolo di ‘cacciatore’ della donna. Per il Testo, infatti, la donna è “costruita” da Dio per l’uomo come una “casa” (e vicecersa); scopo ultimo è la reciproca relazione di felicità.

Una preghiera del rabbino Giuda il Principe (+ 217 d.C.): “Benedetto sia Colui che ha creato tutto per la sua gloria, che ha plasmato l’uomo a sua immagine, a somiglianza della sua figura l’ha formato, e ha ricavato per lui dal suo stesso corpo una ‘casa’ per l’eternità”.

 

vv.24-25. Il v.24 non è continuazione della gioiosa esternazione dell’uomo, ma, come se si fosse chiuso il sipario, è una frase riassuntiva e conclusiva del Narratore. In questa frase la narrazione raggiunge il vertice per cui era iniziata.

In questa frase è la forza eziologica del racconto per offire una risposta ad una fondamentale domanda. C’è da spiegare un dato di fatto: la potente attrazione dei sessi fra loro. Da dove proviene l’amore, vincolo forte come la morte che supera quello carnale che lega ai genitori? Da dove questo reciproco attaccamento fin quando non si arriva ad essere “una sola carne” in un figlio?

Proviene dal fatto che Dio ha tratto la donna dall’uomo, che in origine erano “una sola carne”: per questo motvio tendono a riunirsi e sono votati ad un destino comune.

Si tratta della completa messa in comune, della reciprocità, di affetti, sentimenti, volontà, corporeità, fino a diventare una sola persona, una sola realtà (anche se basar = carne, indica la relatà limitata e fragile); e tutto ciò senza perdere le differenze, perché ognuno resta rispettivamente ish e isshsh. L’unità nella diversità, un’unità che si realizza nel tempo (“diventeranno una sola carne”).

 

Questa è una novità assoluta rispetto a quanto esiste: dimostrato dal fatto che non è la donna a lasciare la casa paterna come avviene di solito, ma l’uomo. Dire che l’uomo abbandonerà padre e madre non corrisponde con l’uso dei rapporti familiari patriarcali in Israele nel quale, col matrimonio, è più la donna che l’uomo a staccarsi dai suoi genitori. Ma dire questo è indicare che la forza naturale supera il costume giuridico.

 

Il v.25. Collega ciò che lo precede a ciò che segue. In esso J lascia trasparire la sua nota particolare.

I due erano nudi e non si vergognavano. Nella tradizione sia ebraica che cristiana la nudità è legata prevalentemente alla dimensione sessuale o alla corporeità fisica. Ciò induce ad intendere la mancanza di vergogna cme dimostrazione del dono preternaturale dell’integrità o esenzione della concupiscenza della carne, cioè del desiderio sessuale vissuto in forma disordinata (libidine cattiva e depravante).

Nella Scrittura, però, la sessualità non è la dominante o la costituente della nudità. Essere senza vestiti o scoprirsi vuol dire fare i conti con la propria vulnerabilità, con la debolezza, con la situazione esistenziale di creature limitate. Significa sperimentare la povertà, la miseria e l’essere senza protezione.

Essere vestiti era simbolo di dignità umana e sociale, di potere regale, di riconoscimento di un posto da coprire.

L’uomo e la donna non si vergognano (letteralmente) “della nudità di entrambi”; si presentano l’uno all’altra senza maschere sociali e di ruoi. Piuttosto vivono l’incontro come dono reciproco in cui ofgnuno accetta “l’altro da sé” come “diverso da sé”.

 

 

 
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SCHEDA 2

 

Genesi 1,3-2,4a

 ] In principio Dio creò il cielo e la terra. 2] Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l'abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque. 3] Dio disse: "Sia la luce!". E la luce fu. 4] Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre 5] e chiamò la luce giorno e le tenebre notte. E fu sera e fu mattina: primo giorno. 6] Dio disse: "Sia il firmamento in mezzo alle acque per separare le acque dalle acque". 7] Dio fece il firmamento e separò le acque, che sono sotto il firmamento, dalle acque, che son sopra il firmamento. E così avvenne. 8] Dio chiamò il firmamento cielo. E fu sera e fu mattina: secondo giorno. 9] Dio disse: "Le acque che sono sotto il cielo, si raccolgano in un solo luogo e appaia l'asciutto". E così avvenne. 10] Dio chiamò l'asciutto terra e la massa delle acque mare. E Dio vide che era cosa buona. 11] E Dio disse: "La terra produca germogli, erbe che producono seme e alberi da frutto, che facciano sulla terra frutto con il seme, ciascuno secondo la sua specie". E così avvenne: 12] la terra produsse germogli, erbe che producono seme, ciascuna secondo la propria specie e alberi che fanno ciascuno frutto con il seme, secondo la propria specie. Dio vide che era cosa buona. 13] E fu sera e fu mattina: terzo giorno. 14] Dio disse: "Ci siano luci nel firmamento del cielo, per distinguere il giorno dalla notte; servano da segni per le stagioni, per i giorni e per gli anni 15] e servano da luci nel firmamento del cielo per illuminare la terra". E così avvenne: 16] Dio fece le due luci grandi, la luce maggiore per regolare il giorno e la luce minore per regolare la notte, e le stelle. 17] Dio le pose nel firmamento del cielo per illuminare la terra 18] e per regolare giorno e notte e per separare la luce dalle tenebre. E Dio vide che era cosa buona. 19] E fu sera e fu mattina: quarto giorno. 20] Dio disse: "Le acque brulichino di esseri viventi e uccelli volino sopra la terra, davanti al firmamento del cielo". 21] Dio creò i grandi mostri marini e tutti gli esseri viventi che guizzano e brulicano nelle acque, secondo la loro specie, e tutti gli uccelli alati secondo la loro specie. E Dio vide che era cosa buona. 22] Dio li benedisse: "Siate fecondi e moltiplicatevi e riempite le acque dei mari; gli uccelli si moltiplichino sulla terra". 23] E fu sera e fu mattina: quinto giorno. 24] Dio disse: "La terra produca esseri viventi secondo la loro specie: bestiame, rettili e bestie selvatiche secondo la loro specie". E così avvenne: 25] Dio fece le bestie selvatiche secondo la loro specie e il bestiame secondo la propria specie e tutti i rettili del suolo secondo la loro specie. E Dio vide che era cosa buona. 26] E Dio disse: "Facciamo l'uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra". 27] Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò. 28] Dio li benedisse e disse loro: "Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra". 29] Poi Dio disse: "Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra e ogni albero in cui è il frutto, che produce seme: saranno il vostro cibo. 30] A tutte le bestie selvatiche, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli esseri che strisciano sulla terra e nei quali è alito di vita, io do in cibo ogni erba verde". E così avvenne. 31] Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona. E fu sera e fu mattina: sesto giorno.

2, 1] Così furono portati a compimento il cielo e la terra e tutte le loro schiere. 2] Allora Dio, nel settimo giorno portò a termine il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro. 3] Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perché in esso aveva cessato da ogni lavoro che egli creando aveva fatto. [4a]Queste le origini del cielo e della terra, quando vennero creati.

 

 1In principio Dio creò il cielo e la terra. 2 La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l'abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque.

3 Dio disse: «Sia la luce!». E la luce fu. 4 Dio vide che la luce era cosa buona e Dio separò la luce dalle tenebre. 5 Dio chiamò la luce giorno, mentre chiamò le tenebre notte. E fu sera e fu mattina: giorno primo.

 

Iniziamo a contemplare le parole sull’attività creatrice di Dio.

v.3. Wajj’omer  ‘elohim = Dio disse. La creazione avviene mediante Parola. Nei sette giorni risuonano le 10 parole di Dio. ciò richiama i comandamenti (debarim, le parole) con cui Dio ha creato Israele sul Sinai come suo Popolo. Come le 10 parole del Sinai stipulano l’alleanza tra Dio e il suo Popolo, così le 10 parole della creazione stipulano l’alleanza tra Dio e l’umanità.

La creazione avviene mediante parola, perciò c’è differenza tra il Creatura e la creatura. Il creato non è ‘emanazione’ di Dio, non ha natura divina, ma è solo un prodotto della Sua personale volontà. L’unica continuità che c’è tra Creatore e creatura è rappresentata dalla parola.

Una parola che non è vuota, ma potente e colma di sublime energia. Così il mondo appartiene a Dio, è creazione della sua volontà ed Egli ne è Signore. Perché è la parola che diviene evento.

 

La parola ordina la creazione con questo schema:

 

introduzione

Dio disse

Comando

Sia……..

Realizzazione del comando

E la…….fu

Schema cronologico

Primo…..secondo….terzo giorno

 

v.3. Sia la luce. E la luce fu. Tutto inizia con l’irruzione della luce sul caos. Un raffinato segno di scienza cosmologica. La luce è l’elemento più sublime, primizia di tutto il creato. Una luce indipedente dagli astri, puro oggetto dell’azione creatrice di Dio. è solo Dio che ‘fa’ luce, non il sole o altre stelle (che vengono al quarto giorno!).

Tale luce emerge sul caos e rende il caos in uno stato di evanescente penombra d’alba.

 vv. 4-5.  Dio vide che la luce era cosa buona e Dio separò la luce dalle tenebre. La creazione giunta all’esistenza è tob = buona, termine che non esprime tanto un giudizio estetico, quanto di conformità col fine, l’adeguatezza col pensiero creativo di Dio. Tale ‘bontà’ è un invito alla lode rivolta all’uomo. ma l’uomo ancora non c’è: perciò è Dio stesso che loda il creato in quanto lo contempla. E lo contempla come opera artistica.

Dio separa gli elementi della luce e delle tenebre: giorno e notte. Il giorno è luce che sgorga dalla luce primordiale della creazione; la notte è oscurità caotica ‘separata’ coi limiti che le pone l’ordine cosmico.

 Dio chiamò la luce giorno, mentre chiamò le tenebre notte. Dio ‘chiama’ ‘notte e giorno’ ciò che era ‘tenebre e luce’. Il nome dato da Dio è la chiamata e la destinazione delle creature in rapporto all’esistenza. L’atto di imporre il nome, poi, significa l’esercizio di un diritto di sovranità.

 E fu sera e fu mattina: giorno primo. Dio crea il tempo in quanto è Signore del tempo.

Di suo è una stranezza quando si dice che Dio fa esistere la luce, la separa dalle tenerbe e fa nascere l’alternanza ‘sera’ e ‘mattina’ che dà vita ad un ‘giorno’ (il primo). Se si pensa che sole e luna vengono il quarto giorno e sono loro ad alternare ‘sera’ e ‘mattina’, notte e giorno. L’Autore dunque vuol significare che la luce, creata da Dio, è realtà-primizia e trascende gli astri. Viene così demitizzata e desacralizzata la luce e la tenebra. Ne vuole impedire la divinizzazione (come era invece nei miti). Tenebre e luce sono al servizio di Dio, sottomesse alla sua autorità.

 Caratteristiche della creatura (di ogni creatura da qui in poi):

-         La creatura non è ‘emanazione’ di Dio, ma è differente ontologicamente da Dio;

-         Ogni creatura proviene dalla volontà di Dio e dalla sua Parola, per cui è appartenente a Dio;

-         La creatura giunta all’esistenza è tob = buona. Non si tratta di un giudizio estetico, ma dice che è adeguata al suo fine.

 

6 Dio disse: «Sia un firmamento in mezzo alle acque per separare le acque dalle acque». 7 Dio fece il firmamento e separò le acque che sono sotto il firmamento dalle acque che sono sopra il firmamento. E così avvenne. 8 Dio chiamò il firmamento cielo. E fu sera e fu mattina: secondo giorno.

 È il giorno della creazione del ‘firmamento’ (raqia’: ripetuto cinque volte nei tre versetti); la solida volta celeste (solido battuto fortemente o calpestato; ‘lastra di lamiera’) cui è affidata la funzione di separare le acque (majjm: cinque volte nei tre versetti) superiori dalle acque inferiori. In tal modo l’elemento acquatico fino ad ora caotico, minaccioso e nagativo, si ordina.

Il firmamento è una sorta di parete solida e trasparente che contiene cataratte apribili e da cui scende l’acqua superiore verso il basso sottoforma di pioggia.

Le acque inferiori sono quelle che, una volta arginate, daranno origine al mare configurando l’aspetto della terra come alternanza ‘distesa marina/terra asciutta’.

 v.7. Dio fece. Poiché il ‘firmamento’ è una ‘lastra battuta’, Dio ‘fa’ quale artigiano. Non ‘chiama’ all’esistenza il firmamento, ma lo ‘fabbrica’.

 v.8. Il fimramento riceve il nome di “cielo” e in tal modo è demitizzato, è pura creatura al servizio di Dio.

 Da notare: Dio non dice il giudizio di bontà dell’opera. San Girolamoricorre al carattere negativo del numero 2. Indica dualità e separa l’unità.  Resta suggestivo pensare ad una non piena positività nella separazione cielo/terra che indica quasi la separazione Dio/uomo.

 

9Dio disse: «Le acque che sono sotto il cielo si raccolgano in un unico luogo e appaia l'asciutto». E così avvenne. 10Dio chiamò l'asciutto terra, mentre chiamò la massa delle acque mare. Dio vide che era cosa buona. 11Dio disse: «La terra produca germogli, erbe che producono seme e alberi da frutto, che fanno sulla terra frutto con il seme, ciascuno secondo la propria specie». E così avvenne. 12E la terra produsse germogli, erbe che producono seme, ciascuna secondo la propria specie, e alberi che fanno ciascuno frutto con il seme, secondo la propria specie. Dio vide che era cosa buona. 13E fu sera e fu mattina: terzo giorno.

 Il terzo giorno contiene due opere: la separazione orizzontaledelle acque inferiori che vengono raccolte in un solo luogo lasciando emergere la terra asciutta (vv.9-10) e la creazione della vegetazione (vv.11-12).

 vv.9-10. Una sola Parola ordina alle acque di raccogliersi in un solo luogo. La versione ebraica dice: “E così avvenne”. La versione LXX: “e si riunì l’acqua sotto il cielo nei loro luoghi di riunione e la terra secca fu vista”; la terra melmosa caotica era nascosta dalle acque, dunque invisibile.

Il mare che nel mondo semitico era divinizzato ed elevato al rango di ‘Potenza’, è restituito al suo status di creatura, è limitato nella sua forza straripante, è sottomesso al potere di Dio che è ‘Signore’ anche delle acque. JHWH domina le acque del ‘mare’ (nome dato da Dio stesso).

Anche la vittoria di Israele è stata sul mare; perciò la vittoria di Dio sul ‘mare’ e sul suo orgoglio, su Leviatan e sui mostri marini, sarà sempre cantata ed osannata da Israele per proclamare Dio come Redentore.

 vv.11-13. tre volte la radice ebraica per dire “verde”, “verdeggiante”.Tre volte il sostantivo “frutto”.Tre volte l’espressione “secondo la loro specie”.

Tre volte il termine “la terra” abilitata a svolgere una funzione materna.Sei volte la radice “seminare”, “semente”.Coì si narra la quarta opera della creazione in modo indiretto.

Per la luce, il firmamento, gli astri, Dio dice “Sia!”. Agli elementi terrestri già creati Dio si rivllge con un comando che li coinvolge. Dunque è una creazione indiretta e mediata. Si chiama una fecondità che è benedizione sempre proveniente dalla Parola.

 La creazione si fa mediata: c’è un mandato di Dio che conferisce alla terra la capacità (materna) di produrre germogli: una cooperazione tra terra e Dio. un processo ‘finchè durerà la terra’ quale ‘creatio continua’ accogliendo come dono di Dio i frutti, i vegetali, i fiori.

La continuità di ciò che la terra produce sarà per l’uomo, non si tratta di generazione spontanea, ma tutto procede dalla Parola e dalla benedizione di Dio.

 “E’ cosa buona” questa vegetazione che non è massa caotica, ma ordine articolato “secondo la propria specie”.

‘Specie’ = nim = prosegue l’opera di separazione e distinzione quale ordinamento armonico. Un’armonia nella differenza.

 14Dio disse: «Ci siano fonti di luce nel firmamento del cielo, per separare il giorno dalla notte; siano segni per le feste, per i giorni e per gli anni 15e siano fonti di luce nel firmamento del cielo per illuminare la terra». E così avvenne. 16E Dio fece le due fonti di luce grandi: la fonte di luce maggiore per governare il giorno e la fonte di luce minore per governare la notte, e le stelle. 17Dio le pose nel firmamento del cielo per illuminare la terra 18e per governare il giorno e la notte e per separare la luce dalle tenebre. Dio vide che era cosa buona. 19E fu sera e fu mattina: quarto giorno.

 vv.14-19. Quarto giorno, creazione degli astri. Questi sono visti solo come creature e in dipendenza dalla volontà creatrice e ordinatrice di Dio. non sono ‘esseri autonomi’ e hanno un servizio da svolgere. Il loro ‘dominare’ è il servizio che viene loro assegnato.

Vengono chiamate (in modo degradante) ‘fonti di luce’ o ‘lampade’, maggiore e minore. Questo perché il termine ‘sole’ era evocativo del nome di molte divinità.

Così, cielo, sole, luna e stelle, sono desacralizzate rispetto al mondo antico che invece le onorava quali potenze divinizzate (il culto del sole in Egitto e Grecia; il culto della luna a Babilonia; le stelle per il mondo fenicio). Dunque anche questa creazione è creazione anti-idolatrica.

Le stelle (v.16) sono nominate in modo sfuggente; chiamando ‘lampade’ o ‘fonti di luce’ il sole e la luna, l’Autore richiama il candelabro all’interno del Tempio in gerusalemme. Solo Dio è “lucedi Israele”.

 Per due volte si ricorda che sole e luna devono ‘separare’: giorno e notte (v.14); luce e tenebre (v.16). si tratta di una separazione temporale dopo che già al secondo giorno è avventa la separazione spaziale (acque superiori/inferiori).

Creare significa ordinare la realtà all’interno del tempo e dello spazio.

 Il verbo “separare” (badal) è tipico dell’ebraismo ed è utilizzato nelle cose sacre( es.: sacerdoti separati dai leviti; il Santo separato dal Santo dei Santi).

Tale ‘separazione’ è “segno per le feste” perciò anticipa la festa per eccellenza, il ‘sabato’.

 La formula di comando “ci siano!” è aplicata agli elementi celesti chiamati spesso dalla Scrittura “schiere” (tseba’ot). Un insieme di forze cosmiche ordinate come un’armata, un esercito pronto all’obbedienza del loro Signore e Creatore. L’appellativo “Signore delle schere” (JHWH Teseba’ot) indica “Colui che fa essere le schiere”.

 20Dio disse: «Le acque brulichino di esseri viventi e uccelli volino sopra la terra, davanti al firmamento del cielo». 21Dio creò i grandi mostri marini e tutti gli esseri viventi che guizzano e brulicano nelle acque, secondo la loro specie, e tutti gli uccelli alati, secondo la loro specie. Dio vide che era cosa buona. 22Dio li benedisse: «Siate fecondi e moltiplicatevi e riempite le acque dei mari; gli uccelli si moltiplichino sulla terra». 23E fu sera e fu mattina: quinto giorno.

 In questi versetti è contenuta un’opera di animazione: Dio crea animali marini ed uccelli.

Le acque “brulichino”: è un invito a “far uscire” esseri viventi.

Siamo ancora nell’ambito della creazione mediata.

Di nuovo c’è la benedizione che Dio rivolge agli animali. Qui c’è “nefesh” (v.22), ossia ‘soffio vitale’, respiro e subito scende su di esso la benedizione.

Come sarà benedetto l’uomo, ora sono benedetti gli animali. Fra uomo ed animali (terrestri) c’è dunque un rapporto di solidarietà .

Sono creati i grandi mostri marini (cetacei) e tutti i pesce che guizzano nei mari e tutte le specie di volatili. La benedizione li investe tutti e li invita a formare coppie monogamiche. L’atto della fecondità è benedetto, perché gli animali, generando, sono associati all’opera del Creatore e consentono a tale opera di proseguire.

24Dio disse: «La terra produca esseri viventi secondo la loro specie: bestiame, rettili e animali selvatici, secondo la loro specie». E così avvenne. 25Dio fece gli animali selvatici, secondo la loro specie, il bestiame, secondo la propria specie, e tutti i rettili del suolo, secondo la loro specie. Dio vide che era cosa buona.26Dio disse: «Facciamo l'uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza: dòmini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutti gli animali selvatici e su tutti i rettili che strisciano sulla terra».

27E Dio creò l'uomo a sua immagine;a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò. 28Dio li benedisse e Dio disse loro:«Siate fecondi e moltiplicatevi,riempite la terra e soggiogatela,dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra». 29Dio disse: «Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra, e ogni albero fruttifero che produce seme: saranno il vostro cibo. 30A tutti gli animali selvatici, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli esseri che strisciano sulla terra e nei quali è alito di vita, io do in cibo ogni erba verde». E così avvenne. 31Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona. E fu sera e fu mattina: sesto giorno.

Come nel terzo giorno Dio ha compiuto due opere, così avviene nel sesto giorno. Vengono compiute due opere: la creazione degli animali terrestri (vv.24-25); e la creazione dell’uomo (vv.26-31).

vv.24-25. la terra produca = “fare uscire”: è il comando che Dio dà alla terra perché produca esseri viventi catalogati in “bestiame domestico “ (bedemah), “rettili” (remesh = tutto ciò che striscia e ‘guizza’ sulla terra), “beste selvagge” (chajeto ‘erets = bestie che si muovono in terre non coltivate).

A tutti è il comando di moltiplicarsi “secondo la propria specie”. Dal caos all’ordinato; dall’indifferenziato, al regime delle differenze: questo significa “secondo la propria specie”. Tutto ciò è “cosa buona”.

Ma ora si giunge al culmine della creazione.

vv.26-31. L’Autore sottolinea la solidarietà tra animali e uomo:

-         Pone la creazione degli animali terrestri al sesto giorno, proprio come per l’uomo;

-         Riserva il verbo “creare” per gli animali marini (v.21) e per l’uomo (v.27);

-         C’è una benedizione ch Dio pronuncia sugli animali (v.22) e sull’uomo (v.28).

 

La narrazione orsa si fa intima tra Dio e le sue creature e raggiunge l’acipe di intimità con l’uomo:

-         L’uomo è l’ultima opera di Dio nei sei giorni;

-         Per l’uomo il verbo bara’ = “creare” , che indica l’agire esclusivo e caratteristico di Dio, è pronunciato tre volte (v.27);

-         Le benedizione per l’uomo è accompagnata dal solenne “disse” (v.28) e Dio non parla im modo impersonale, ma si rivolge all’uomo come a persona capace di dialogo.

 

v.26. Dio disse: “Facciamo”. C’è unità perfetta tra il dire e fare di Dio.

Perché il discorso è posto in prima persona plurale?

-         Plurale di maesta? Non è conosciuto dall’Ebraico.

-         Residuo di un mito preesistente politeista? Impossibile in un testo che afferma il monoteismo.

-         Dio parla agli angeli? Un testo midrashico dice: quando Dio si agginse a creare l’uomo, gli angeli si divisero. Gli angeli dell’amore e della giustizia volevano fosse creato; gli angeli della verità e della pace non volevano. Poiché gli angeli rappresentano i valori, si temeva che tali valori venissero compromessi con la creazione dell’uomo, cioè l’amore, la verità, la giustizia e la pace. Perché? L’uomo offenderà i valori: sarà menzognero, sarà rissoso e farà guerre, dicono gli angeli a sfavore dell’uomo. Gli angeli favorevoli affermano che senza l’uomo i valori non si realizzeranno. Mentre gli angeli discuno Dio afferma: “Che discutete? L’uomo è già creato!”. Morale: se si esaspera e si esagera la pienezza dei valori, la creazione diviene impossibile; ma se si parte da un’esigenza minima, allora può realizzarsi la profezia di Salmo 82,11-12: “Amore e verità si incontreranno, giustizia e pace si baceranno. La verità germoglierà dalla terra e la giustizia si affaccerà dal cielo”. Creando l’uomo Dio si è assunto un rischio, che pace e verità vengano ferite. Ma Lui l’ha creato a sua immagine e somiglianza, l’ha creato capace di amore e giustizia!

Sotto questo midrash sta la domanda: perché creare l’uomo destinato poi alla morte? La risposta di Dio è: sono io che ho creato e perdonerò, sopporterò e salverò. E se anche la vita dell’uomo è breve, Iosono longanime nella misericordia.

-         Sulla stessa linea: Il Salmo 8 è l’unico testo, assieme a genesi 1,26ss che afferma una somiglianza tra uomo e Dio. Dice che l’uomo è stato di poco inferiore agli ‘elohim (angeli) intendendo che la somiglianza non si riferisce direttamente a JHWH, ma agli angeli. Il “facciamo” indica che Dio si associa agli essere della sua corte celeste. Dunque l’uomo è creato da Dio secondo la forma e il tipo degli ‘elohim.

-         Dio si rivolge alle opere create, al cielo e alla terra?

-         Dio rivolge la domanda “Facciamo” al suo cuore? Cioè consulta se stesso?

-         Secondo alcune interpretazioni, Dio consulta il proprio ‘Architetto’, cioè la Sapienza.

-         L’interpretazione cristiana ha pensato ad un dialogo tra Dio e il Verbo, il Logos che era in principio presso Dio, proponendo questo testo come teologia trinitaria in nuce.

-         Ancora una spiegazione. Dio si rivolge all’uomo. Come se Dio dicesse all’uomo: realizzaimo quest’opera tu e io!

Al di là delle possibili risposte, al proposito “Facciamo!”, plurale che investe tutto il creato ormai pronto ad accogliere l’uomo; che investe l’uomo utlima creatura di Dio; che investe Dio stesso che avrà immagine che gli assomiglia nell’uomo, rispodne solennemente l’esecuzione del proposito per tre volte: “Dio creò l’uomo” (v.27).

“…. a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza”.

Immagine = (Ebraico) selem = (Greco) eikòn = (Latino) imago. Indica il calco, la copia, la riproduzione. Utilizzato per le statue.

Somiglianza = (Ebraico) demut = (Greco) omoìosis = (Latino) similitudo. Termine più astratto che attenua la forza realistica del primo; indica somiglianza, apparenza, corrispondenza.

Un’immagine (selem) che corrisponde (demut) al modello originario.

Che significa per l’uomo essere a immagine di Dio? sono state offerte molte ipotesi:

-         Posizione eretta dell’uomo.

-         Forma e aspetto.

-         Memoria, intelligenza e ragione.

-         Anima.

-         Regalità, il dominio sul creato.

-         Essere maschio e femmina, la coppia umana.

 

La creazione dell’uomo a immagine e somiglianza di Dio tende ad un evento tra Dio e l’uomo. Dio crea una creatura che gli è conforme, cui possa parlare e che l’ascolti. Decide di creare ciò che può avere relazione con Lui, per il dialogo.

Davanti a Dio non c’è un ‘individuo’, ma ‘adam = l’umanità: tutta l’umanità è voluta da Dio. Tutta l’umanità, tanto che il comando di dominare è rivolto al plurale: “Dominino!”. L’imago Dei è dunque l’umanità che è anche capax Dei.

 

‘Adam dunque porta l’immagine di Dio e ne è essenzialmente ‘figlio’ in quanto tra i due vi è comunione e alterità.

Portando tale immagine di Dio nel mondo, l’uomo è il sigillo di Dio nel mondo, il suo rappresentante, il suo mandatario.

Dio è nel mondo là dove c’è l’uomo! Ecco perché all’uomo è concesso il dominio su tutto il creato. L’uomo non potrà spadroneggiare nel creato, ma dovrà restare rappresentante di Dio, del Creatore, di Colui che crea continuamente mantenendo vita nel creato.

 

v.27. In questo versetto si realizza quanto annunciato nel v.26. Nel v.26 ‘adam è senza articolo e indica nell’annuncio, ‘un uomo’, ‘un umano’. nel v.27, nella realizzazione, è ‘l’uomo’, con una precisa identità data dall’essere maschio e femmina.

L’uomo è creato ‘maschio e femmina’, due uguali con la differenza manifesta nella sessualità che è anche principio interiore nella persona.

Si parla di ha-‘adam quando c’è l’uomo e la donna. Passare dall’umano (‘adam) all’uomo (ha.’adam) significa incontrare l’altro e uscire dall’anonimato; passare dal ‘ciò’ che si è al ‘chi’ si è.

Perciò sia il maschio che la femmina, l’uomo e la donna sono costituiti ed esistono in quanto immagine somigliante di Dio.

 

Nel versetto vi è anche una alternanza tra signolare e plurale:

E Dio creò l'uomo a sua immagine;

a immagine di Dio lo creò:

maschio e femmina li creò.

Abbiamo detto che Dio crea l’umano per una relazione con Dio e con gli altri.

La relazione con Dio non è solo di fede, ma è già posta nell’azione creatrice di Dio e nemmeno il peccato con la sua forza devastante può annullare questa originaria relazione. Dopo il peccato, infatti, Dio non ripete la creazione, ma la ricorda come una ferita e nuovamente darà la benedizione.

Ma la relazionalità è anche tra gli uomini (l’uomo è solo se è in relazione) e si esprime soprattutto nella differenziazione sessuale. L’uomo in quanto tale non esiste, ma esiste in quanto maschio e femmina ed esiste in quanto l’uno con l’altro e l’uno per l’altro. il loro legame è immagine dell’alleanza di Dio con l’uomo, è figura dell’amore di Dio, della fedeltà e della forza creatrice.

Si valorizza la completezza uomo-donna: la loro unità non è in loro stessi, ma in Dio di cui essa è immagine.

Tale relazionalità rimanda alla relazionalità e all’unità nella Trinità.

 

v.28. All’uomo è data la responsabilità della vita. Il comando di Dio perché l’uomo sottometta la terra e domini sugli animali. L’uomo è costituito ‘signore’ del creato, ma non può esercitare il dominio a piacere, disprezzando e distruggento le parti in esso presenti. È e rimane creatura, perciò deve curare, custodire ciò che Dio gli dona come suo mandatario.

“Soggiogate” = rada = entrare, calpestare (es. il torchio), calzare i piedi su qualcosa.

“Dominate” = kabas = occupazione militare per stabilirsi in un luogo.

A questo punto le creature tutte acquistano una nuova dipendenza da Dio: mediante l’uomo sono orientate a Dio e non solo direttamente in quanto creature di Dio. E’ l’uomo ora che conferisce dignità alle creature.

 

vv.29-30. Si ribadisce il senso di rispetto che l’uomo deve avere per il creato. All’uomo non sono concessi gli animali come cibo. Anzi è data una sola pianta: panta ebracea che ha fusto che culmina con un seme (per es. i cereali) e alberi da frutta. L’erba serve per il pascolo e come nutrimento per gli animali.

Gli essere che hanno una nefesh non possono servire da cibo per l’uomo.

Non parliamo di un’epopea vegetariana, ma di profondo rispetto nel rapporto uomo-mondo.

Non si parla sono in Genesi di questo. Infatti: “In quel tempo farò per loro un'alleanza con le bestie della terra e gli uccelli del cielo e con i rettili del suolo; arco e spada e guerra eliminerò dal paese; e li farò riposare tranquilli” (Osea 2,20); “Il lupo dimorerà insieme con l'agnello, la pantera si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un fanciullo li guiderà. La vacca e l'orsa pascoleranno insieme; si sdraieranno insieme i loro piccoli. Il leone si ciberà di paglia, come il bue. Il lattante si trastullerà sulla buca dell'aspide; il bambino metterà la mano nel covo di serpenti velenosi” (Isaia 11,6-8).

Tutto per il rispetto della vita nel mondo; ciò anche quando all’uomo saranno concessi gli animali come cibo: “Quanto si muove e ha vita vi servirà di cibo: vi do tutto questo, come già le verdi erbe. Soltanto non mangerete la carne con la sua vita, cioè il suo sangue” (Genesi 9,3-4).

 

v.31. L’opera del sesto giorno si conclude con l’annotazione che “Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona”.

Nessun male è stato intridotto dalle mani di Dio nel mondo. La sua onnipotenza non è stata limitata da nessuna seria opposizione. Agli enugmi dell’uomo sul male, risponderà lo Jahveista col racconto della ‘caduta’.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Genesi 2,1-3.4a.

1] Così furono portati a compimento il cielo e la terra e tutte le loro schiere.

2] Allora Dio, nel settimo giorno portò a termine il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro.

3] Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perché in esso aveva cessato da ogni lavoro che egli creando aveva fatto.

4a]Queste le origini del cielo e della terra, quando vennero creati.

 

v.1. Usciamo dallo schema di creazione fino ad ora presentato dalla Scrittura. La narrazione del settimo giorno inizia nominando le ‘schiere’ (tseba’ot) celesti e terrestri. La ‘grande armata’ del “Signore degli eserciti”.

Ma il termine tseba’ot è anche liturgico e indica le classi dei Leviti e degli addetti al culto. A dire che tutta la creazione deve dare lode al Signore Creatore. Non per nulla il richiamo nascosto alla lode viene proposto nel settimo giorno, nel sabato che è giorno liturgico.

In fondo tutto l’ “universo” che emerge dal caos, tende ad essere “uni-verso”, cioè “rivolto verso l’unità, in comunione verso Colui che è Uno.

 

v.2. Si riprende l’idea del ‘compimento’ dell’opera di creazione e si specifica che è avvenuto nel settimo giorno. Allora Dio ha ‘lavorato’ nel giorno in cui ‘lavorare’ è proibito? No: Dio non ha creato nulla nel settimo giorno; si parla solo del settimo giorno, del sabato che mancava perché la creazione fosse completa.

I rabbini dicono: il sabato è la sposa di cui il creato è baldacchino nuziale, il sbatao è quel riposo di cui il mondo mancava.

“Termine” = kalah = verbo indicante una finitezza del creato: la creazione ha un limite. Così, fare il sabato, celebrarlo dando lode a Dio implica il ricnosocere il proprio ldi creature.

Creando il primo giorno, Dio ha creato il tempo; col sabato ha creato la fine del tempo. E la creazione riceve compiutezza e finitezza e la riceve quale bellezza (tob) dal fatto che Dio “cessò”, si astenne dal lavorare.

 

Shabat = verbo che non indica tanto il ‘riposare’, quanto l’ “arrestarsi”, l’ “astenersi”. La creazione implica anche la fine del creare.

Dio compie la creazione interrompendo l’atto creatore, perciò Dio limita la creazione.

 

v.3. Dio, poi, benedice il settimo giorno. La benedizione è per la fecondità: il Sabato porta fecondità ai giorni precedenti. Così anche il lavoro dell’uomo nei primi sei giorni sarà fecondo se il sabato si distaccherà dalle opere delle sue mani. Avrà la pace, la vita nella sua pienezza se saprà contemplare la bontà del creato e di ciò che ha fatto nei giorni lavorativi.

 

Il Sabato è anche ‘santificato’, cioè ‘separato’, distinto dagli altri giorni; sarà per l’uomo giorno festivo e non feriale; di riposo e non di lavoro.

È giorno “senza sera e senza mattina”: è il giorno escatologico, il giorno eterno, unico. Diviene giorno che ricorda la creazione, la liberazione di israele, ma anche fa memoria del giorno a venire, del Regno dei cieli, della nuova creazione e della definitiva liberazione.

 

Non si parla di creazione del Sabato, ma di un ‘riposo’ di Dio. Il mondo non è più in via di creazione, è stato terminato da Dio. Dio ha benedetto e santificato il riposo (shabat, da cui shabbat = sabato). Tale riposo diviene qualcosa di buono di bene nel rapporto Dio-mondo-uomo. In tal modo si afferma che Dio ha già disposto nella creazione ciò che è bene per l’uomo, ciò che gli sarà necessario nel tempo.

 

v. 4a. E’ qui la conclusione del racconto Sacerdotale espressa con un termine che stupisce: “origini” o “generazioni” (toledot). Il termine indica non tanto le origini, ma le generazioni, le nascite, le genealogie. Ma per non cadere nei miti delle creazioni per generazioni, subito si dice: “quando vennero creati”.

Dopo le toledot di Dio, spetta ormai all’uomo di agire.

 

Dio ha creato facendo: tutta la creazione è opera presieduta dallo spirito di Dio, è frutto della parola e del gesto di Dio: un’opera liturgica che proprio nel giorno liturgico per eccellenza, il sabato, trova il suo apice, la conclusione e la destinazione.

Conclusione.

-         Abbiamo contemplato non un mito o una saga, ma una dottrina sacerdotale, cioè una sapienza tramandata da sacerdoti di generazione in generazione.

-         La sua redazione finale, dopo una trasmissione che fissa le idee chiave e opera aggiunte lungo i secoli, termina nel tempo dell’esilio babilonese.

-         Sette giorni. Il ritmo settenario deve indicare sette giornate e come un unico ciclo nel tempo. La creazione ad opera di Dio da origine al mondo e al tempo, qundi alla sua temporalità e finitezza. Inizia l’opera della storia.

-         Il v.1. del capitolo 1 è la somma dell’intero capitolo, una sorta di frase programmatica per dire che tutto il resto è solo specificazione del fatto che tutto è stato creato da Dio e al di fuori di Lui non esiste alcuna potenza creatrice.

-         Oltre a questa linea ‘orizzontale’ che attraversa il creato, esiste una linea ‘ascensionale’ che stabilisce una gerarchia tra creature e Creatore: non tutte sono in rapporto immediato con Dio:

ü Caos e notte caotica sono il punto più lontano da Dio. il giorno è di grado diverso.

ü Le piante hanno rapporto con Dio mediato dalla terra feconda con cui hanno rapporto immediato.

ü Animali. Quelli marini sono creati dalla Parola; quelli terrestri provengono dalla terra.

ü L’uomo è al vertice, direttamente in rapporto con Dio. il mondo è dunque orientato verso l’uomo nel quale sperimenta il contatto con Dio.

 

 

 
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I primordi della salvezza

(Genesi, capitoli 1-11)

 

SCHEDA 1

 PREMESSA.

Dalla Costituzione Dogmatica “DEI VERBUM” sulla divina Rivelazione del Concilio Ecumenico Vaticano II (18 novembre 1965)

 

Natura e oggetto della Rivelazione

Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelarsi in persona e manifestare il mistero della sua volontà, mediante il quale gli uomini per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, hanno accesso al Padre nello Spirito Santo e sono resi partecipi della divina natura. Con questa Rivelazione infatti Dio invisibile nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici e si intrattiene con essi, per invitarli e ammetterli alla comunione con sé. Questa economia della Rivelazione comprende eventi e parole intimamente connessi (…). (n. 2).

 

Preparazione della Rivelazione evangelica

Dio, il quale crea e conserva tutte le cose per mezzo del Verbo, offre agli uomini nelle cose create una perenne testimonianza di sé; inoltre, volendo aprire la via di una salvezza superiore, fin dal principio manifestò se stesso ai progenitori. Dopo la loro caduta, con la promessa della redenzione, li risollevò alla speranza della salvezza, ed ebbe assidua cura del genere umano, per dare la vita eterna a tutti coloro i quali cercano la salvezza con la perseveranza nella pratica del bene. A suo tempo chiamò Abramo, per fare di lui un gran popolo; dopo i patriarchi ammaestrò questo popolo per mezzo di Mosè e dei profeti, affinché lo riconoscesse come il solo Dio vivo e vero, Padre provvido e giusto giudice, e stesse in attesa del Salvatore promesso, preparando in tal modo lungo i secoli la via all'Evangelo. (n.3).

 

Cristo completa la Rivelazione

Dopo aver a più riprese e in più modi, parlato per mezzo dei profeti, Dio « alla fine, nei giorni nostri, ha parlato a noi per mezzo del Figlio». Mandò infatti suo Figlio, cioè il Verbo eterno, che illumina tutti gli uomini, affinché dimorasse tra gli uomini e spiegasse loro i segreti di Dio . Gesù Cristo dunque, Verbo fatto carne, mandato come «uomo agli uomini», «parla le parole di Dio» e porta a compimento l'opera di salvezza affidatagli dal Padre. Perciò egli, (…) compie e completa la Rivelazione e la corrobora con la testimonianza divina, che cioè Dio è con noi per liberarci dalle tenebre del peccato e della morte e risuscitarci per la vita eterna. L'economia cristiana dunque, in quanto è l'Alleanza nuova e definitiva, non passerà mai, e non è da aspettarsi alcun'altra Rivelazione pubblica prima della manifestazione gloriosa del Signore nostro Gesù Cristo. (n.4).

 

Accogliere la Rivelazione con fede

A Dio che rivela è dovuta «l'obbedienza della fede», con la quale l'uomo gli si abbandona tutt'intero e liberamente prestandogli «il pieno ossequio dell'intelletto e della volontà» e assentendo volontariamente alla Rivelazione che egli fa. (…). (n.5).

 

Le verità rivelate

Con la divina Rivelazione Dio volle manifestare e comunicare se stesso e i decreti eterni della sua volontà riguardo alla salvezza degli uomini, «per renderli cioè partecipi di quei beni divini, che trascendono la comprensione della mente umana». Il santo Concilio professa che «Dio, principio e fine di tutte le cose, può essere conosciuto con certezza con il lume naturale dell'umana ragione a partire dalle cose create»; ma insegna anche che è merito della Rivelazione divina se «tutto ciò che nelle cose divine non è di per sé inaccessibile alla umana ragione, può, anche nel presente stato del genere umano, essere conosciuto da tutti facilmente, con ferma certezza e senza mescolanza d'errore». (n.6).

 

Gli apostoli e i loro successori, missionari del Vangelo

Dio, con somma benignità, dispose che quanto egli aveva rivelato per la salvezza di tutte le genti, rimanesse per sempre integro e venisse trasmesso a tutte le generazioni. Perciò Cristo Signore, nel quale trova compimento tutta intera la Rivelazione di Dio altissimo, ordinò agli apostoli che l'Evangelo, prima promesso per mezzo dei profeti e da lui adempiuto e promulgato di persona venisse da loro predicato a tutti (…).

Gli apostoli poi, affinché l'Evangelo si conservasse sempre integro e vivo nella Chiesa, lasciarono come loro successori i vescovi, ad essi «affidando il loro proprio posto di maestri». Questa sacra Tradizione e la Scrittura sacra dell'uno e dell'altro Testamento sono dunque come uno specchio nel quale la Chiesa pellegrina in terra contempla Dio, dal quale tutto riceve, finché giunga a vederlo faccia a faccia, com'egli è. (n.7).

 

La sacra tradizione

Pertanto la predicazione apostolica, che è espressa in modo speciale nei libri ispirati, doveva esser conservata con una successione ininterrotta fino alla fine dei tempi. Gli apostoli perciò, trasmettendo ciò che essi stessi avevano ricevuto, ammoniscono i fedeli ad attenersi alle tradizioni che avevano appreso sia a voce che per iscritto (…). Ciò che fu trasmesso dagli apostoli, poi, comprende tutto quanto contribuisce alla condotta santa del popolo di Dio e all'incremento della fede; così la Chiesa nella sua dottrina, nella sua vita e nel suo culto, perpetua e trasmette a tutte le generazioni tutto ciò che essa è, tutto ciò che essa crede.

 

Questa Tradizione di origine apostolica progredisce nella Chiesa con l'assistenza dello Spirito Santo: cresce infatti la comprensione, tanto delle cose quanto delle parole trasmesse, sia con la contemplazione e lo studio dei credenti che le meditano in cuor loro, sia con la intelligenza data da una più profonda esperienza delle cose spirituali, sia per la predicazione di coloro i quali con la successione episcopale hanno ricevuto un carisma sicuro di verità. Così la Chiesa nel corso dei secoli tende incessantemente alla pienezza della verità divina, finché in essa vengano a compimento le parole di Dio. (…). (n.8).

 

Relazioni tra la Scrittura e la Tradizione

La sacra Tradizione dunque e la sacra Scrittura sono strettamente congiunte e comunicanti tra loro. Poiché ambedue scaturiscono dalla stessa divina sorgente, esse formano in certo qual modo un tutto e tendono allo stesso fine. Infatti la sacra Scrittura è la parola di Dio in quanto consegnata per iscritto per ispirazione dello Spirito divino; quanto alla sacra Tradizione, essa trasmette integralmente la paro a di Dio - affidata da Cristo Signore e dallo Spirito Santo agli apostoli - ai loro successori, affinché, illuminati dallo Spirito di verità, con la loro predicazione fedelmente la conservino, la espongano e la diffondano; ne risulta così che la Chiesa attinge la certezza su tutte le cose rivelate non dalla sola Scrittura e che di conseguenza l'una e l'altra devono essere accettate e venerate con pari sentimento di pietà e riverenza. (n.9).

 

Relazioni della Tradizione e della Scrittura con tutta la chiesa e con il magistero

La sacra tradizione e la sacra Scrittura costituiscono un solo sacro deposito della parola di Dio affidato alla Chiesa; nell'adesione ad esso tutto il popolo santo, unito ai suoi Pastori, persevera assiduamente nell'insegnamento degli apostoli e nella comunione fraterna, nella frazione del pane e nelle orazioni, in modo che, nel ritenere, praticare e professare la fede trasmessa, si stabilisca tra pastori e fedeli una singolare unità di spirito.

 

L'ufficio poi d'interpretare autenticamente la parola di Dio, scritta o trasmessa, è affidato al solo magistero vivo della Chiesa, la cui autorità è esercitata nel nome di Gesù Cristo. Il quale magistero però non è superiore alla parola di Dio ma la serve, insegnando soltanto ciò che è stato trasmesso, in quanto, per divino mandato e con l'assistenza dello Spirito Santo, piamente ascolta, santamente custodisce e fedelmente espone quella parola, e da questo unico deposito della fede attinge tutto ciò che propone a credere come rivelato da Dio.

 

È chiaro dunque che la sacra Tradizione, la sacra Scrittura e il magistero della Chiesa, per sapientissima disposizione di Dio, sono tra loro talmente connessi e congiunti che nessuna di queste realtà sussiste senza le altre, e tutte insieme, ciascuna a modo proprio, sotto l'azione di un solo Spirito Santo, contribuiscono efficacemente alla salvezza delle anime. (n.10).

 

Ispirazione e verità della Scrittura

Le verità divinamente rivelate, che sono contenute ed espresse nei libri della sacra Scrittura, furono scritte per ispirazione dello Spirito Santo. La santa madre Chiesa, per fede apostolica, ritiene sacri e canonici tutti interi i libri sia del Vecchio che del Nuovo Testamento, con tutte le loro parti, perché scritti per ispirazione dello Spirito Santo; hanno Dio per autore e come tali sono stati consegnati alla Chiesa per la composizione dei libri sacri, Dio scelse e si servì di uomini nel possesso delle loro facoltà e capacità, affinché, agendo egli in essi e per loro mezzo, scrivessero come veri autori, tutte e soltanto quelle cose che egli voleva fossero scritte.

 

Poiché dunque tutto ciò che gli autori ispirati o agiografi asseriscono è da ritenersi asserito dallo Spirito Santo, bisogna ritenere, per conseguenza, che i libri della Scrittura insegnano con certezza, fedelmente e senza errore la verità che Dio, per la nostra salvezza, volle fosse consegnata nelle sacre Scritture. Pertanto «ogni Scrittura divinamente ispirata è anche utile per insegnare, per convincere, per correggere, per educare alla giustizia, affinché l'uomo di Dio sia perfetto, addestrato ad ogni opera buona». (n.11).

 

Come deve essere interpretata la sacra Scrittura

Poiché Dio nella sacra Scrittura ha parlato per mezzo di uomini alla maniera umana, l'interprete della sacra Scrittura, per capir bene ciò che egli ha voluto comunicarci, deve ricercare con attenzione che cosa gli agiografi abbiano veramente voluto dire e a Dio è piaciuto manifestare con le loro parole.

Per ricavare l'intenzione degli agiografi, si deve tener conto fra l'altro anche dei generi letterari. La verità infatti viene diversamente proposta ed espressa in testi in vario modo storici, o profetici, o poetici, o anche in altri generi di espressione. È necessario adunque che l'interprete ricerchi il senso che l'agiografo in determinate circostanze, secondo la condizione del suo tempo e della sua cultura, per mezzo dei generi letterari allora in uso, intendeva esprimere ed ha di fatto espresso. Per comprendere infatti in maniera esatta ciò che l'autore sacro volle asserire nello scrivere, si deve far debita attenzione sia agli abituali e originali modi di sentire, di esprimersi e di raccontare vigenti ai tempi dell'agiografo, sia a quelli che nei vari luoghi erano allora in uso nei rapporti umani.

 

Perciò, dovendo la sacra Scrittura esser letta e interpretata alla luce dello stesso Spirito mediante il quale è stata scritta, per ricavare con esattezza il senso dei sacri testi, si deve badare con non minore diligenza al contenuto e all'unità di tutta la Scrittura, tenuto debito conto della viva tradizione di tutta la Chiesa e dell'analogia della fede. È compito degli esegeti contribuire, seguendo queste norme, alla più profonda intelligenza ed esposizione del senso della sacra Scrittura, affinché mediante i loro studi, in qualche modo preparatori, maturi il giudizio della Chiesa. Quanto, infatti, è stato qui detto sul modo di interpretare la Scrittura, è sottoposto in ultima istanza al giudizio della Chiesa, la quale adempie il divino mandato e ministero di conservare e interpretare la parola di Dio. (n.12).

 

La « condiscendenza » della Sapienza divina

Nella sacra Scrittura dunque, restando sempre intatta la verità e la santità di Dio, si manifesta l'ammirabile condiscendenza della eterna Sapienza, «affinché possiamo apprendere l'ineffabile benignità di Dio e a qual punto egli, sollecito e provvido nei riguardi della nostra natura, abbia adattato il suo parlare». Le parole di Dio infatti, espresse con lingue umane, si son fatte simili al parlare dell'uomo, come già il Verbo dell'eterno Padre, avendo assunto le debolezze dell'umana natura, si fece simile all'uomo. (n.13).

 INTRODUZIONE.

 

Gli Ebrei indicano i Libri della Scrittura con le prime parole del testo biblico (detto ‘Testo masoretico’). Così il libro che noi chiamiamo “Genesi” (=origine, generazione) è denominato dal Popolo ebraico “Bereshit = In principio”.

È il Libro che apre il Pentateuco (dal greco = cinque astucci o contenitori), la prima parte della Bibbia chiamata in ebraico “Torah = istruzione, insegnamento”.

 

Il Libro della Genesi è come un grande mosaico disposto su due pareti: in una è la narrazione dell’origine del mondo e dell’umanità; nell’altra è l’inizio del Popolo ebraico che ha nei Patriarchi la sua origine.

 

I sapienti che hanno redatto il Testo non hanno solo fatto una semplice raccolta di materiale preesistente, ma hanno prodotto un’opera letteraria vera e propria, un racconto con una sua trama e un contenuto religioso ben chiaro. Sono dunque ‘autori’ di una ‘teologia narrativa’ o ‘lettura teologica della realtà’ presentata sottoforma di racconto.

 

Chi sono questi ‘autori’.

In epoca esilica (VI-V sec. a.C.) un gruppo di sacerdoti in diaspora nell’impero persiano, hanno cercato di mettere per iscritto una narrazione che viene denominata “sacerdotale”(siglata “P” dal tedesco “Priestercordex = codice del sacerdote”). Si caratterizza con uno stile preciso e solenne, che risalta le cronologie e genealogie. Pone in primo piano il culto e la legislazione che lo regola.

 

Al tempo di re Ezechia e Giosia (728-609 a.C.) ha preso avvio una riflessione sulla storia passata e contemporanea che viene chimata “deuteronomistica” (siglata “Dtr”). Gli autori, sapienti laici, hanno redatto il Deuteronomio esponendo in esso la loro visione teologica dell’Alleanza. Ripercorrono tutto il cammino storico da Giosuè all’ultimo re in Israele per proporre una revisione di vita sulle cause dell’esilio. Tali sapienti leggono la storia in modo profetico per comprenderne il significato per la fede in JHWH, Liberatore e Alleato del Popolo.

 

Oltre a queste due prospettive teologiche, nel Pentateuco troviamo tracce di altre linee di riflessione, denominate a seconda del come chiamano l’Eterno:

-         Elohista (siglato “E”), che denomina l’Eterno “Elohim” (tradotto con “Dio”).

-         Jahveista (sigla “J”) che denomina l’Eterno col tetragramma JHWH (tradotto con “Signore”).

 

 Cosa ci raccontano i padri nella Genesi.

La Genesi risulta suddivisa in due parti (due mosaici, uno di fronte all’altro) ben individuabili dalle cinque ripetizioni “elleh toledot = “queste le origini di”; “questa la discendenza di”. Sia per quanto riguarda l’origine del mondo e dell’umanità (un mosaico); sia per quanto riguarda l’origine del Popolo di Israele (l’altro mosaico). Tutto riconducibile ad un unico progetto, quello di Dio.

 

Come ci parlano i padri.

In Genesi 1,1-11,26 i padri prendono sul serio le domande che la realtà storica pone loro. Cercano poi una risposta riflettendo sulla loro esperienza di credenti, specie sul modo con cui il Signore è intervenuto. Desiderano così portare speranza a chi si trova nel dramma e benedizione a chi si trova in tensione.

 

Non ci parlano con favole o con storie di pura fantasia. I padri si sono confrontati con modelli linguistici che esprimevano il rapporto Dio-mondo creato e Dio-uomo attraverso i miti quali ‘porte di accesso al mistero’, a quanto non si riusciva a spiegare razionalmente o con la scienza allora conosciuta. Non storie vere, ma narrazioni che dicono il vero su determinati problemi e secondo l’ottica delle fede e di chi le racconta.

Questi racconti vengono posti “allora” o “in principio” perché siano ‘archetipi’ o modelli di riferimento. Un tentativo di andare al cuore umano e del divino, alla radice autentica.

Questo modo di parlare dei padri che dicono della realtà di sempre attraverso dei racconti collocati fuori della storia per spiegare la storia, viene chiamato “eziologia mesastorica”. Eziologia dice la spiegazione delle cause che rendono il presente così com’è. Con mesastorica si afferma che non si tratta di ‘storia’ (dimostrabile, investigabile con i nostri strumenti scientifici), quanto una ‘interpretazione’ dell’esistenza umana secondo una determinata visione religiosa.

Non siamo dunque di fronte a testi scientifici, ma a narrazioni che vorrebbero spiegare perché il mondo e l’uomo sono così come sono, con l’intento di far riflettere sulla vita ed esplicitare il senso della sua condizione davanti a Dio. Il tutto a partire dall’esperienza di fede che è l’esperienza esodiaca di Dio Liberatore.

 

Davanti a Genesi 1-11 non si pongono le domande “cosa e successo e quando?”, ma “che verità mi vuol trasmettere questo testo sacro su Dio, sul mondo, sull’umanità di sempre, su di me?”.

 

Non ci resta che inoltrarci in questa stanza dei mosaici: il Corso Biblico vuol essere una’visita guidata’ per vedere e contemplare la bellezza di una Parola che parla a ciascuno.

1] In principio Dio creò il cielo e la terra.

2] Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l'abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque.

 

La prima pagina della Bibbia viene attribuita alla fonte Sacerdotale che desidera rispondere a precisi interrogativi degli Ebrei in diaspora, circa il volto di Dio in cui credono e circa la loro presenza nella storia dell’umanità.  Dio è capace di essere fedele alla sua parola? Sa tenere saldamente in mano la storia? come si colloca di fronte alle divinità degli altri popoli? Qual’è il nostro posto sulla terra?

A queste domande, le risposte vengono trovate da un gruppo di sacerdoti i quali riflettono sull’esperienza della liberazione dalla schiavitù d’Egitto. L’attenzione è rivolta all’agire di Dio che è stato capace di vincere la forza del faraone e delle divinità egiziane. Così oggi piegherà il re di Babilonia e le sue divinità.

Dio è Liberatore che crea; è Creatore che libera.

 

Il testo sacro ha un ritmo cadenzato e solenne, tipico delle celebrazioni cultuali. Un vero e proprio poema liturgico, inno a Dio creatore. Propone una catechesi meditativa sulla creazione.

È preoccupato di rispondere agli interrogativi di senso per quanto riguarda l’universo e l’uomo: il senso della loro presenza alla luce dell’atto di fede nel Signore Liberatore e Creatore. Ed esprime la propria fede in un Dio capace di realizzare quanto dice (”Dio disse…. – e fu”).

 

v.1.

In principio. Con queste parole l’autore vuole affermare che in un ‘prima’, all’inizio di tutto, non solo dal punto di vista temporale, ma soprattutto esistenziale per la vita del mondo e di ogni persona umana, c’è Dio-Elohim e la sua azione creatrice. Né il mondo, né le persone sono ‘l’inizio’: prima dell’uomo (creato il sesto giorno) c’è il mondo; e prima del mondo ordinato (dal primo giorno) esiste Dio e un qualcosa di simile al caos sul quale Dio sta per intervenire.

In principio: luogo e tempo originale, perennemente creativo. Allo stesso tempo è assenza di coordinate spaziali e temporali; assenza di forme e modo di esistere.

Formula la proposta di un ‘evento iniziale’ colto ‘allo stato nascente’. È momento e luogo di ispirazione, è il momento della sapienza in Dio: Dio pensa sapientemente tutto ciò che è da creare e ogni essere della continua creazione.  Fra l’ideazione e la creazione cè questo “in principio”, la ‘sofia divina’, poiché nella mente di Dio tutte le creature hanno la loro perfezione e la figura incontaminata.

Dunque: “in principio” non indica “all’inizio del tempo”, ma “nella mente di Dio”.

 

Cielo e terra. Espressioni per presentare l’universo, il luogo in cui Dio sta per mettere ordine attraverso la sua forza creatrice.

Separata da Dio, la terra è deforme, caotica, disordinata.

Il cielo è il luogo della sapienza di Dio. quando il cielo scende, allora la terra prende forma (esempio in Maria nell’Incarnazione).

 

v.2.

La terra era informe e deserta. La terra, intesa come una piattaforma immersa nell’oceano primordiale, viene qualificata come “tohu wa-bohu”, “informe e deserta”, disordinata e confusa, qualcosa di simile al caos inteso come assenza completa di vita e fertilità e come solitudine estrema.

 

Le tenebre ricoprivano l'abisso. L’abisso viene immaginato come una massa d’acqua ricoperta da dense tenebre: come fosse in attesa dell’opera di Dio. tenebra per dire che non è, non è vita, non è possibilità di vivere.

 

Lo spirito di Dio aleggiava sulle acque. Si tratta del “soffio, vento, respiro” (ruah) che è l’insieme invisibile e potente  legato alla vita e all’energia che rende vivi gli esseri. Rappresenta simbolicamente Dio stesso che aleggia sopra le acque dell’abisso pronto ad entrare in opera mediante la sua azione creatrice. Indica anche ‘agitare’, ‘muovere’, ‘agitare’: dunque Dio solo attraverso il suo Spirito è capace e possibilità di far qualcosa sul caos. Che in questo modo è dimitizzato: non un ‘essere’ contrario a Dio con cui Dio deve combattere.

 

v.1.

Creare. “Bara’ “ = creare. Ha sempre Dio come soggetto agente. Non indica il modo di originare le cose (come ‘far passare dal niente all’esistenza’), quanto il “risultato” dell’opera di Dio. Indica etimologicamente il “tagliare/separare”, cioè fare qualcosa di insolito, di insperato e meraviglioso, perché novità assoluta rispetto a ciò che esiste.

Indica anche ‘non combattere’: Dio appunto non deve combattere per creare, non ha antagonisti.

 Conclusione.

Genesi fin dal suo inizio non si presenta dunque come un libro di storia, né fornisce una descrizione storica, ma costituisce una chiave di lettura per decifrare e interpretare la storia umana.

Genesi è ‘opera teologica’ che raggiunge ed esprime la radice e la profondità dell’essere in termini di tempi. Per mezzo dell’evocazione e del ricordo (se risale alle origini del tempo) presenta un’interpretazione dell’esperienza umana sottoforma di ‘narrazione simbolica’.

Non vanno dunque ricercati gli eventi e i fatti particolari; ma il fatto  l’evento iriginario da percepire è ciò che in essi Israele ha vissuto, è l’esperienza di certi eventi, l’esperienza che Israele, nella storia, ha fatto del mondo, dell’uomo e di colui che chiama “Dio”.

Il fattore originario è la storia, ma letta teologicamente, la vita interpretata teologicamente.  Perciò non abbiamo la storia degli inizi o preistoria, ma un panorama della situazione umana nel mondo; un panorama permanente, una descrizioni delle costanti del mondo in cui viviamo.

 La ‘storia sacra’ (Abramo, i patriarchi, l’esodo, la conquista della terra), precedono i tesi di Genesi. Ciò significa che la fede di Israele è stata dapprima fede nella salvezza, nella liberazione; solo più tardi fede nella creazione.

Israele ha conosciuto Dio che l’ha salvato dall’Egitto; ha conosciuto il Dio dell’esodo; il Dio “go’el” = il redentore. Solo più tardi, sempre sollecitato da eventi sotrici, Israele riflette sull’origine dell’uomo, della storia e dell’umanità. Allora la fede nel Dio redentore, “per estensione” passa all’affermazione di fede del Dio anche creatore.

La creazione allora non è “l’origine prima”, l’origine che sta “prima” e “fuori” dal tempo, ma è inserita nella concatenazione storica delle azioni di Dio. Essa non è priva di seguito, ma appare come “creazione continua”. Dio creatore è e appare sempre come il ri-creatore.

 Tale espressione di fede compare anche nel Nuovo Testamento in cui le affermazioni sulla creazione sono precedute dall’esperienza del nuovo esodo, dell’evento della Pasqua, della morte e risurrezione di Gesù.

 

 
CORSO BIBLICO 2011-2012 PDF Stampa E-mail

CORSO BIBLICO 2011-2012

 

Inizia MARTEDI' 8 NOVEMBRE 2011 il Corso Biblico annuale per Giovani e Adulti.

Quest'anno cercheremo di conoscere i primi undici capitoli del Libro della Genesi.

Lo stesso argomento ogni settimana viene presentato due volte: il MARTEDI' alle ore 21.15 presso la sala incontri al primo piano dell'Oratorio parrocchiale; il VENERDI' alle ore 17.00 presso la sala incontri dell'Istituto Missionarie della Fanciullezza.

Di ogni argomento viene rilasciata una scheda (che sarà anche presentata in questo sito).

 
Giobbe scheda 7 PDF Stampa E-mail

Premessa.

I capitoli 32-37 del Libro di Giobbe contengono il ‘fascicolo di Elihu (il cui nome è lo stesso del grande profeta Elia = Egli è il mio Dio. Il nome è un programma!). Un ardente avvocato di Dio.

Elihu è uomo emotivo, “acceso di sdegno” santo contro i peccatori e contro Giobbe.

È il più antico commentatore al testo di Giobbe: non si accontenta di sottolineare frasi discutibili di Giobbe o dei suoi tre amici, proporre postille, ma interviene di persona nel Testo. È come se dalla platea in ascolto del dialogo Giobbe-amici, si alzazze a prendere la parola.

Il ritmo dell’opera intera è dunque ‘spezzato’ da questi capitoli secondari. Si tratta di un’aggiunta posteriore.

Sono tre gli interventi di Elihu:

1° - Dio è giusto, perciò corregge l’uomo con la prova, per purificarlo e salvarlo.

2° - Accusare Dio di ingiustizia è falso e ingiurioso.

3° - Accusare Dio di indifferenza di fronte all’umano dolore è falso e ingiurioso.

Conclusione: Invito alla sottomissione a Dio e al dolore.

 

Dal capitolo 38 inizia la grande teofania di JHWH.

Giobbe aveva attaccato l’El della tradizione, un Dio che resta muto.

Risponde JHWH, il Vivente. E la sua epifania è fatta di parole e azioni; avviene nella rivelazione e nella creazione; tocca occhi e ascolto di Giobbe.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Capitolo 38

1] Il Signore rispose a Giobbe di mezzo al turbine:

2] Chi è costui che oscura il consiglio con parole insipienti?

3] Cingiti i fianchi come un prode, io t'interrogherò e tu mi istruirai.

4] Dov'eri tu quand'io ponevo le fondamenta della terra? Dillo, se hai tanta intelligenza!

5] Chi ha fissato le sue dimensioni, se lo sai, o chi ha teso su di essa la misura?

6] Dove sono fissate le sue basi o chi ha posto la sua pietra angolare,

7] mentre gioivano in coro le stelle del mattino e plaudivano tutti i figli di Dio?

8] Chi ha chiuso tra due porte il mare, quando erompeva uscendo dal seno materno,

9] quando lo circondavo di nubi per veste e per fasce di caligine folta?

10] Poi gli ho fissato un limite e gli ho messo chiavistello e porte

11] e ho detto: "Fin qui giungerai e non oltre

e qui s'infrangerà l'orgoglio delle tue onde".

12] Da quando vivi, hai mai comandato al mattino e assegnato il posto all'aurora,

13] perché essa afferri i lembi della terra e ne scuota i malvagi?

14] Si trasforma come creta da sigillo e si colora come un vestito.

15] È sottratta ai malvagi la loro luce ed è spezzato il braccio che si alza a colpire.

16] Sei mai giunto alle sorgenti del mare e nel fondo dell'abisso hai tu passeggiato?

17] Ti sono state indicate le porte della morte e hai visto le porte dell'ombra funerea?

18] Hai tu considerato le distese della terra?

Dillo, se sai tutto questo!

19] Per quale via si va dove abita la luce e dove hanno dimora le tenebre

20] perché tu le conduca al loro dominio o almeno tu sappia avviarle verso la loro casa?

21] Certo, tu lo sai, perché allora eri nato e il numero dei tuoi giorni è assai grande!

22] Sei mai giunto ai serbatoi della neve, hai mai visto i serbatoi della grandine,

23] che io riserbo per il tempo della sciagura, per il giorno della guerra e della battaglia?

24] Per quali vie si espande la luce, si diffonde il vento d'oriente sulla terra?

25] Chi ha scavato canali agli acquazzoni e una strada alla nube tonante,

26] per far piovere sopra una terra senza uomini, su un deserto dove non c'è nessuno,

27] per dissetare regioni desolate e squallide

e far germogliare erbe nella steppa?

28] Ha forse un padre la pioggia? O chi mette al mondo le gocce della rugiada?

29] Dal seno di chi è uscito il ghiaccio e la brina del cielo chi l'ha generata?

30] Come pietra le acque induriscono e la faccia dell'abisso si raggela.

31] Puoi tu annodare i legami delle Plèiadi o sciogliere i vincoli di Orione?

32] Fai tu spuntare a suo tempo la stella del mattino o puoi guidare l'Orsa insieme con i suoi figli?

33] Conosci tu le leggi del cielo o ne applichi le norme sulla terra?

34] Puoi tu alzare la voce fino alle nubi e farti coprire da un rovescio di acqua?

35] Scagli tu i fulmini e partono dicendoti: "Eccoci!"?

36] Chi ha elargito all'ibis la sapienza o chi ha dato al gallo intelligenza?

37] Chi può con sapienza calcolare le nubi e chi riversa gli otri del cielo,

38] quando si fonde la polvere in una massa

e le zolle si attaccano insieme?

39] Vai tu a caccia di preda per la leonessa e sazi la fame dei leoncini,

40] quando sono accovacciati nelle tane o stanno in agguato fra le macchie?

41] Chi prepara al corvo il suo pasto, quando i suoi nati gridano verso Dio e vagano qua e là per mancanza di cibo?

 

 

 

 

Capitolo 39

1] Sai tu quando figliano le camozze e assisti al parto delle cerve?

2] Conti tu i mesi della loro gravidanza e sai tu quando devono figliare?

3] Si curvano e depongono i figli, metton fine alle loro doglie.

4] Robusti sono i loro figli, crescono in campagna, partono e non tornano più da esse.

5] Chi lascia libero l'asino selvatico e chi scioglie i legami dell'ònagro,

6] al quale ho dato la steppa per casa e per dimora la terra salmastra?

7] Del fracasso della città se ne ride e gli urli dei guardiani non ode.

8] Gira per le montagne, sua pastura, e va in cerca di quanto è verde.

9] Il bufalo si lascerà piegare a servirti o a passar la notte presso la tua greppia?

10] Potrai legarlo con la corda per fare il solco o fargli erpicare le valli dietro a te?

11] Ti fiderai di lui, perché la sua forza è grande e a lui affiderai le tue fatiche?

12] Conterai su di lui, che torni e raduni la tua messe sulla tua aia?

13] L'ala dello struzzo batte festante, ma è forse penna e piuma di cicogna?

14] Abbandona infatti alla terra le uova e sulla polvere le lascia riscaldare.

15] Dimentica che un piede può schiacciarle,

una bestia selvatica calpestarle.

16] Tratta duramente i figli, come se non fossero suoi, della sua inutile fatica non si affanna,

17] perché Dio gli ha negato la saggezza e non gli ha dato in sorte discernimento.

18] Ma quando giunge il saettatore, fugge agitando le ali: si beffa del cavallo e del suo cavaliere.

19] Puoi tu dare la forza al cavallo e vestire di fremiti il suo collo?

20] Lo fai tu sbuffare come un fumaiolo? Il suo alto nitrito incute spavento.

21] Scalpita nella valle giulivo e con impeto va incontro alle armi.

22] Sprezza la paura, non teme, né retrocede davanti alla spada.

23] Su di lui risuona la farètra, il luccicar della lancia e del dardo.

24] Strepitando, fremendo, divora lo spazio

e al suono della tromba più non si tiene.

25] Al primo squillo grida: "Aah!..." e da lontano fiuta la battaglia, gli urli dei capi, il fragor della mischia.

26] Forse per il tuo senno si alza in volo lo sparviero e spiega le ali verso il sud?

27] O al tuo comando l'aquila s'innalza e pone il suo nido sulle alture?

28] Abita le rocce e passa la notte sui denti di rupe o sui picchi.

29] Di lassù spia la preda, lontano scrutano i suoi occhi.

30] I suoi aquilotti succhiano il sangue e dove sono cadaveri, là essa si trova.

 

38,1-3. La voce del Signore si fa sentire di mezzo alla tempesta. Un elemento cosmico costante nelle teofanie. Indica salvezza e giudizio, poiché è una ‘visita’ di Dio (che viene per il bene dell’uomo), ma è anche un confronto con Dio, dunque un giudizio. In tal modo il ‘turbine’ è segno dell’assoluta trascendenza di Dio che giudica e salva.

Ma la voce è anche segno dell’intimità, di vicinanza e dialogo. L’uomo e Dio si incontrano.

v.2. Le prime parole di Dio sono decisive. Siamo in sede di ‘contro-interrogatorio’ con una domanda pronunciata alla terza persona indefinita: “Chi è costui che oscura il consiglio con parole insipienti?”. Sio tratta di un attacco alla incredulità e alla falsa religione che vogliono contendere con Dio usando la loro logica limitata e con un’ottica miope di fronte all’infinito.

Dio ha un suo progetto che l’uomo con la sua mente limitata non può cogliere; in tale progetto ogni evento e realtà hanno una precisa collocazione; Dio con i suoi interventi nella storia, pone tasselli per comporre e realizzare questo disegno misterioso, affinchè si concretizzi il Regno di Dio.

All’uomo è chiesto di collaborare; ma l’uomo può ostacolare o demolire il disegno di Dio. ma ciò non arresta il piano divino. È infatti un disegno/progetto efficace, irrevocabile, dinamico, pedagogico.

La sapienza di Dio resta inattaccabile da ogni forma di pseudoconoscenza. La conoscenza che pone in discussione il progetto di Dio, è falsa conoscenza destinata alla sterilità.

v.3. Dio invita Giobbe a porsi a livello del reale, dell’essere, liberandosi da ogni schema che si era fatto di Dio stesso (nemico, indifferente, muto, belva). Quasi si trattasse di un duello, Giobbe è invitato ad annodare la custodia e a sfoderare la spada per combattere. In tal modo Dio scende di fronte all’uomo; e l’uomo non è un oggetto passivo agli occhi di Dio! è un interlocutore che Dio vuole condurre in un dialogo fruttuoso e faticoso.

Giobbe aveva chiesto: “Io a Dio vorrei parlkare, a Dio vorrei elevare rimostranze (…). Vosglio solo diefendere davanti a lui la mia condotta“ (13,3.15); Dio risponde: “io t'interrogherò e tu mi istruirai”. L’incontro e il dialogo con Dio, speranze di Giobbe, stanno per iniziare; e Dio li condurrà.

 

vv.4-21. PRIMO ESAME: la creazione del mondo.

vv.4-7. Chi ha creato la terra?

La Terra viene presentata come piattaforma sostenuta da colonne elevate sull’Abisso primordiale. L’impianto architettonico del cosmo è frutto della sapienza di Dio.

v.5. Stesa la piattaforma, la si edifica con regole architettoniche precise, dimensione e misura.

v.6. Le colonne sotto la piattaforma poggiano su una pitra angolare destinata a reggere e collegare l’equilibrio del tutto.

v.7. mentre il divino Architetto creava tutto questo, il silenzio è interrotto da voci gioiose: le stelle del mattino (che scandiscono il tempo, l’armata di Dio) e il ‘figli di Dio’ (gli angeli). Insieme intonano un canto corale di gioia e adorazione.

 

 

 

 

 

vv.8-11. Chi ha creato il mare?

Il mare è un elemento minaccioso ai confini della terra abitata; la sua forza pericolosa, però, si spezza contro la costa fissata come un limite.

Il mare fluisce come da un grembo materno; perciò, neonato, ha un vestito.  Le fasce in cui si avvolgeva il neonato. Quelle bende che costringono il corpo del bambino a frenare i movimenti sono segno della premura e dell’attenzione di Dio con cui accudisce le sue creature. Ma anche segno della potenza di Dio che domina il mare potente.

Al mare è stato indicato un limite invalicabile visualizzato nella battigia. Le ondre del mare si agitano ma non prevalgono. Il mare, orgoglioso, ci prova ad invadere la terra, ma si deve fermare per ordine di Dio: Fin qui e non oltre!

 

vv.12-15. Chi fa sorgere l’aurora?

In questa strofa entra in scena l’umanità rappresentata dai malvagi i quali agiscono di notte.

La natura è colta nella sorpresa dell’alba quando il sole (come un re vittorioso che esce dalla tenda in cui ha riposato) esce e la sua luce avvolge l’orizzonte.

La terra è vista come un tappeto coperto di parassiti; l’aurora ne afferra i lembi e lo scuote facendo cadere gli insetti e riportandolo alla pulizia e allo splendore dei suoi colori.  I parassiti sono i malvagi la cui ‘luce’ è l’oscurità della notte. Di notte essi colpiscono; ma appena giunge il sole, col suo braccio li ferma.

La terra, dopo essere stata avvolta dalla luce dell’aurora, acquista contorni precisi e diviene come un sigillo orientale che prima era come massa informe di creta. Illuminata dal sole, la terra sembra un ‘vestito’, un arazzo carico di tinte diverse.

Di fronte alla splendida aurora e alla grandezza del suo intervento sulla terra e sull’umanità, l’uomo deve riconoscere la sua piccolezza. Non potrà mai darle ordini!

 

vv.16-21. Chi equilibria luce e tenebre?

Nebek = Mare, Sorgenti dei fiumi.

L’uomo non potrà mai giungere fino alle abissali profondità marine, segno di confine con regno del nulla e della morte. Laggiù il mare ha misteriose sorgenti che lo alimentano. Oltre quel limite si apre lo Sheol per il quale si accede attraverso ‘le porte’.

Solo Dio può valicare il confine estremo della vita e solo Dio con uno sguardo può abbracciare tutta la terra. Oriente (residenza della luce) e Occidente (rsidenza delle tenebre): così grandi e lontani: è ridicolo l’uomo che osi tentare di prendere per mano luce e tenebre per condurle alle proprie abitazioni.

v.21. Con ironia Dio mette in rislato il limite temporale dell’uomo. questa fragile creatura non può essere ‘prima’ del tempo come Dio.

 

VV.22-38. SECONDO ESAME: la direzione del mondo.

Ora si passa dalla cosmologia universale alle questioni specifiche di meteorologia, astronomia e agraria.

 

vv. 22-24. Chi controlla i serbatoi di neve e grandine?

 

 

L’idea parte dal ‘serbatoio’ (‘osar = scrigno in cui si custodiscono i tesori di famiglia). Acuqa, neve e grandine sono ‘tesori’ di cui l’uomo necessita. Dio tiene in ‘serbo’ questi elementi per condannare o per salvare (la grandine è anche nelle teofanie giudiziarie: vedi settima piaga d’Egitto).

Al freddo ora si contrappone il calore ( ‘or = luce solare) e il vento orientale (qadim = vento orientale del deserto).

Freddo e caldo, tempeste di neve e tempeste di sabbia sfuggono al controllo umano ed è solo il Creatore che li può controllare.

 

vv.25-30. Chi dirige pioggia, rugiada e ghiaccio?

Si apre un immagine violenta: un canale in cui scorre abbondante acqua in seguito a pioggia e trasborda. Ma per gli orientali vicino al deserto, l’acqua è sempre un’ondata di benessere che dilaga sulla terra riarsa.

All’acqua si accompagnano i fulmini guidati dalla mano di Dio.

La pioggia cade su terreni fertili o aridi, sulle città e sulle regioni disabitate: il Creatore è davvero libero. Fa piovere su buoni e malvagi. La sua libertà coincide con l’amore.

Il cadere della pioggia su lande desolate miracolosamente fa nascere germogli là dov’era deserto.

La pioggia è unita alla rugiada, alla brina e al ghiaccio.

Chi è padre della pioggiae della brina? Chi è madre della rugiada e del ghiaccio? Il ghiaccio indurisce e unisce le pietre e fa divenire solido la superficie dell’acqua.

 

vv.31-34. Chi guida gli astri?

L’armonia delle costellazioni è offerta dai legami tra le stelle. (ma’adannot = legame, rapporto di tenerezza o di ostilità). Potrà mai l’uomo annodare o sciogliere i ‘legami’, l’armonia delle costellazioni?

Tutto così regolare e ritmato nel cosmo: potrà mai l’uomo dare ‘il via’ allo spuntare di Venere o far muovere l’Orsa (Maggiore) con i suoi ‘figli’ (= Orsa minore)? Determinare la ‘legge dei cieli’ è simbolo di potere assoluto; decidere ‘le norme sulla terra’, cioè l’infullo degli astri sul mondo: non è cosa di uomo. Così cvome non è cosa di uomo vedere le nubi che si ammassano e gridare che è il momento di far rovesciare la pioggia.

 

vv. 35-38. Chi scatena gli uragani.

Avanza ora il temporale con la sua corte di nubi e fulmini.

I fulimini, come fossero militari, si presentano davanti a Dio per prendere ordini e gridano “Eccoci”. Questo non è dell’uomo.

Tuhòt = ibis (uccello sacro egiziano).

Sekwì = gallo (intelligenza che distingue tra il giorno e la notte).

In Egitto l’iris segnalava (credenza popolare) le piene del Nilo. Il gallo (opinione comune) era presagio di pioggia.

Dio solo può aver dato questa strana ‘sapienza’ per diagnosticare le variazioni metereologiche.

Le nubi avanzano: un esercito innumerevole che solo Dio può contare. Sono otri colmi d’acqua pronti per essere versati sulla terra. Solo Dio può far versare l’acqua sulla terra deserta per trasformarla.  E la superficie polverosa può divenire terra fertile e lavorabile. Allora il suolo si fonde e costituisce una massa amalgamata.

 

vv.38,39 – 39,12. TERZO ESAME: la direzione del mondo animale.

La nuova serie di domande si pone in un ambito privilegiato della ricerca sapienziale, la zoologia.

L’uomo (Genesi 2-3) ha catalogato gli animali dando il nome, dominando su di essi.

Nella cultura orientale, per la loro indecifrabilità di istinti, gli animali sono un simbolo del mistero.

 

vv.39-41. Chi nutre le bestie selvatiche.

Leonessa e corvo: due animali famelici e predatori: chi ha infuso in essi la capità di agguato e di assalto? Chi assicura ad essi un equilibrio zoologico per cui il cibo non viene meno?

Risposta: Dio è il solo creatore dell’equilibrio naturale.

L’appostamento del leone tra i cespugli, a caccia di prede è descritto con shh = stare in agguato = uniliarsi, schiacciati a terra, pronti a balzare.

I piccoli del crovo nel nido t’h = vagano a tentoni, l’arruffio agitato dei piccoli fino a rischiare di cadere dal nido.

 

vv. 39,1-4. Chi presiede alla riproduzione animale.

Cerve (animale caro alla Bibbia, soprattutto al Cantico) e camoscio (in verità la capra rubiana che sopravvive strappando all’arido terreno desertico qualche ciuffo d’erba).

Il loro parto è segreto, avviene in zone nascoste e remote.

Questi animali si crvano sotto il peso delle doglie; si sgrava (palah = spezzare, trafiggere; indicando forse il sangue e i dolori acuti del generare); mette fine alle doglie (hebel o anche habal = feto che smette di essere tale perché fa ingresso del mondo).

Lo svezzamento è indicato come gioioso moviemtno. Poi l’allontanamento del piccolo dall’animale-madre.

 

vv.5-8. Chi dà libertà agli animali.

Il moto e la libertà degli animali producono gioia.

L’onagro (asino selvatico) animale famoso per i suoi ragli, la sua indocilità e la fame atavica. Ha disperato bisogno di libertà. Vaga ed esplora il terreno alla ricerca di un po’ di ebra da brucare; in un terreno fatto di terra salmastra col rischio di diventare preda dei leoni.

Disprezza lo strepitio dei centri abitati, non deve rispettare l’ordine dei mandriani; premio delle sue fatiche è la libertà. Solo Dio può avergliela data.

 

vv.9-12. chi controlla le bestie incontrollabili.

Il rem = bufalo (anche rinoceronte). Il contadino si illude di poter utilizzare per l’attività agricola tale animale forte. Il bufalo non si piega e non sta chiuso in stalla; non lo si vincola con un aratro; la sera non tornerebbe alla stalla, né trasporterebbe il grano dai campi all’aia. Del bufalo non ci si può fidare.

“Ti fiderai di lui” = è l’uncia volta nella Bibbia che si utilizza il verbo ‘amen = fidarsi, riferito non a Dio e all’uomo, ma ad un animale.

Non ci si può fidare di questo animale assolutamente forte, ma inutile per l’uomo.

 

vv.13-30. QUARTO ESAME: gli istinti animali.

L’esame ora verte sugli istinti degli animali e sulle qualità specifiche degli animali. Ci si chiede come mai l’animale riesca ad inserirsi nella trama di istinti e di caratteri dinamici propria della sua specie: questo stupisce e per questo nase il riconoscimento della genialità del Creatore.

 

vv.13-18. Chi dà la rapidità.

Lo struzzo. Animale considerato, dall’aspetto grotteszo, bizzarro nelle sue abitudini. Con allegria avanza sbattendo le ali coperte di penne che sembrano quelle di cicogna. Si comporta in modo assurdo nei confronti delle uova. Le depone sulla sabbia per farle incubare dal sole, ma dimentica dove le ha deposte e le lascia calpestare o schiacciare da un passante o da un altro animale (questa era crdenza popolare: in effetti le uova di giorno vengono coperte di sabbia e abbandonate. Mai di notte e la covatura è alternata tra il maschio e la femmina). Per l’Autore lo struzzo è anche spietato coi suoi piccoli (in verità è goffamente affettuoso).

Eppure una creatura così incurante e stupida ha ricevuto in dote la velocità tanto da essere insuperabile anche da parte del cavallo. In corsa è come una freccia irraggiungibile.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

vv.19-22. Chi dà la forza.

Il cavallo è celebrato per due forze. Prima: il suo collo mobilissimo è percorso da fremiti. Secondo: salta come una locusta (che noi chiamiamo ‘cavalletta’). Elegante, ma terrificante nel suo nitrito. Raspa la terra quando è fermo nella valle; pieno di ebbrezza in attesa di correre; quando è in guerra offre con coraggio il suo petto alla spada mentre attorno a lui sferragliano le armi dell’attacco.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

vv. 23-25. Chi dà il gusto del pericolo.

Entriamo nel frastuono di una battaglia dominata dalla cavalleria. Lo strepito che si eleva è simile a terremoto (per il fragore degli zoccoli dei cavalli). Il cavallo come saetta divora lo spazio. Una corsa ancora più frenetica quando suona la tromba di guerra: allora non lo si può trattenere pochè sprigiona tutta la sua energia. Lancia il grido di eccitazione; respira l’odore della mischia, fiuta le imprecazione e le urla dell’assalto. Ha passione e gusto per il pericolo e il rischio, per il sangue su cui trionfa.

 

vv.26-30. Chi dà il gusto della rapina.

Il discorso di Dio ora è sulla tecnica di volo, l’acutezza visiva e la rapacità degli uccelli predatori.

Lo sparviero che piega le ali verso sud, forse Teman, zona desertica dove l’uccello è spinto dal vento caldo e robusto per la migrazione stagionale verso climi caldi e possibilità di prede.

I cieli alti sono percorsi dall’aquila. Prepara il nido sulle rocce più alte; passa le notti tra picchi e dirupi. Da lassù inizia la sua caccia: i suoi occhi perforano distanze immense. È pronta per spiccare il volo contro la preda. Il suo intervento (come fosse un esercito nemico) è distruttivo. I suoi piccoli si cibano di sangue. Dove ci sono carcasse in putrefazione essa si piomba (anche se preferisce prede vive).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I VERI PROTAGONISTI DEL LIBRO DI GIOBBE: DIO E L’UOMO.

Con questo solenne intervento, l’Autore ha messo sulle labbra di Dio la definizione della prospettiva entro cui si muove l’intera opera: la giustizia di Dio piuttosto che il dolore e la sofferenza dell’uomo giusto. Il poema parte da un bisogno antropologico, ma il suo scopo è di ordine teologico.

 

Il vero volto di Dio.

Dio è ritratto con alcuni lineamenti per precisi:

  1. Immensità onnipresente. Si manifesta non solo nel grandioso (Terra, Mare, Morte, Sheol, Costellazioni), non solo abbraccia le coordinate infinite, ma entra anche nel piccolo: perlustra una goccia di rugiada, classifica i meccanismi dell’ibis, del bufalo, penetra nel mondo misterioso delle generazioni.
  2. Creatore. Dio è il creatore efficace di ogni particella dell’essere. Tutto l’edificio cosmico è dovuto al suo intervento.
  3. Creatore di stabilità. È un invincibile pianificatore. Nel cosmo e nella storia c’è un progetto che nessun uomo o situazione può demolire (si pensi alla ‘via’ della luce, alle ‘leggi celesti’, ecc.).
  4. Libertà. Dio nel suo essere e nel suo agire ha libertà suprema e fantasiosa (la pioggia nel deserto, lo struzzo, il bufalo).

 

Il vero volto dell’uomo.

Sembra in apparenza che l’uomo venga presentato entro i suoi limiti e soprattutto schiacciato e minacciato da Dio. in verità l’uomo è posto con realismo nelle sue dimensioni verso cui è la grandezza di Dio che gli si rivela. Solo cogliendo i suoi limiti, il credente giunge alla scoperta di Dio e ritrova la sua dignità di credente. Tali limiti sottolineati sono tre:

  1. 1.      Limite temporale. L’uomo non era prsente nel ‘prima’ divino che precede la formazione del cosmo ed è simbolo di eternità. L’uomo vive nel tempo limitato e non può intervenire su di esso.
  2. 2.      Limite spaziale. L’uomo è impossibilitato a percorrere tutte le dimensioni dell’universo. Un cammino intrapreso solo da Dio.
  3. 3.      Limite gnoseologico. Con la sua razionalità, strumento ridotto, l’uomo non può decifrare l’immensa razionalità del piano divino. L’uomo perlustra solo la periferia dell’esistenza senza intuirne l’armonia nascosta e senza delinearne i confronti globali.

 

 

Capitolo 40

1] Il Signore riprese e disse a Giobbe:

2] Il censore vorrà ancora contendere con l'Onnipotente? L'accusatore di Dio risponda!

3] Giobbe rivolto al Signore disse:

4] Ecco, sono ben meschino: che ti posso rispondere? Mi metto la mano sulla bocca.

5] Ho parlato una volta, ma non replicherò;

ho parlato due volte, ma non continuerò.

 

Dopo il primo dialogo tra Dio e l’uomo, la reazione umana diviene quasi un balbettio. Tale reazione è provocata da una dichiarazione di Dio che stimola Giobbe ad intervenire secondo i termini processuali.

Non voleva Giobbe portare Dio in tribunale?

 

vv.1-2. il cesnore, l’accusatore di Dio, ora risponsa. Giobbe ha di fronte un dilemma: rispondere ponendosi in alternativa a Dio oppure tacere nell’ascolto e nella fede. Giobbe sceglierà la seconda possibilità.

 

vv.3-5. La risposta di Giobbe è articolata in dichiarazioni.

“Ecco, sono ben meschino” (qalal = essere leggero; ha come immagine il risucchio delle acque o dello svanire delle cose. Giobbe ha perso ‘peso’ (Kabod = gloria), è inconsistente; ha perso il peso degli argomenti di sapienza che gli facevano forza in tibunale per il contenzioso contro Dio.

 

“Mi metto la mano sulla bocca”. L’atto rappresenta il riconoscimento della supremazia giusta di Dio e delle sue credenziali aperte davanti all’uomo e alla natura. Inizia il silenzio di Giobbe di fronte alla Parola di Dio.

 

“Ho parlato una volta, ma non replicherò; ho parlato due volte, ma non continuerò”. Una volta…..due volte: è l’ottusa ripetizione della protesta lanciata contro Dio. giobbe ora sospende la sua domanda. La conversione di Giobbe al silenzio è la scoperta dell’umiltà radicale dell’uomo ed è la celebrazione della grandezza e della libertà di Dio.

Il silenzio (myò = chiudere le labbra) diviene il linguaggio del mistero, la parola di fede e di adorazione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
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