- 1. INTRODUZIONE
Alla Parola segue l’opera. Gesù annuncia il rego di Dio nel suo messaggio verbale e nelle sue opere mostrandosi come il Salvatore. Parole e opere sono un tutt’uno e si completano a vicenda.
- 2. TESTO
Matteo 8,1-13.
1] Quando Gesù fu sceso dal monte, molta folla lo seguiva.
2] Ed ecco venire un lebbroso e prostrarsi a lui dicendo: "Signore, se vuoi, tu puoi sanarmi".
3] E Gesù stese la mano e lo toccò dicendo: "Lo voglio, sii sanato". E subito la sua lebbra scomparve.
4] Poi Gesù gli disse: "Guardati dal dirlo a qualcuno, ma và a mostrarti al sacerdote e presenta l'offerta prescritta da Mosè, e ciò serva come testimonianza per loro".
5] Entrato in Cafarnao, gli venne incontro un centurione che lo scongiurava:
6] "Signore, il mio servo giace in casa paralizzato e soffre terribilmente".
7] Gesù gli rispose: "Io verrò e lo curerò".
8] Ma il centurione riprese: "Signore, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto, dì soltanto una parola e il mio servo sarà guarito.
9] Perché anch'io, che sono un subalterno, ho soldati sotto di me e dico a uno: Fà questo, ed egli lo fa".
10] All'udire ciò, Gesù ne fu ammirato e disse a quelli che lo seguivano: "In verità vi dico, presso nessuno in Israele ho trovato una fede così grande.
11] Ora vi dico che molti verranno dall'oriente e dall'occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli,
12] mentre i figli del regno saranno cacciati fuori nelle tenebre, ove sarà pianto e stridore di denti".
13] E Gesù disse al centurione: "Và, e sia fatto secondo la tua fede". In quell'istante il servo guarì.
- 3. TESTO E CONTESTO
vv.1-3. Le folle che hanno ascoltato Gesù ora assistono al suo messaggio espresso in opere.
La lebbra, malattia che consuma la persona lentamente e la conduce alla morte. Ogni lebbroso è separato in Israele. Il lebbroso è ‘impuro’ secondo la Legge. Da lontano deve segnalare la sua presenza; nessuno può toccarlo, né può avvicinare alcuna persona.
Il lebbroso chiama Gesù “Signore”. Colui che ha parlato come sovrano legislatore ora viene interpellato ad agire da sovrano.
La fiducia del lebbroso è grande: “Se vuoi, puoi guarirmi”.
Gesù risponde con le stesse parole: “Lo voglio, sii sanato”.
Lo tocca con la mano: è il gesto sovrano del vincitore. Grazie a quel contatto il lebbroso è riammesso alla vita.
v.4. Gesù gli impedisce la divulgazione del miracolo e gli impone di adempiere la legge. Raccontare il miracolo è via per esaltare Gesù. adempiere la legge (riferirsi al sacerdote perché testimoni la guarigione ad opera di Dio) è glorificare Dio. gesù non utilizza mai parole e opere per farsi pubblicità, ma per far tornare l’uomo a Dio.
vv.5-8. Un pagano si avvicina a Gesù. con discrezione gli espone la situazione dolorosa del suo servo e chiede un esplicito intervento.
Gesù comprende e risponde affermativamente.
La risposta del pagano esprime un delicato riserbo: non vorrebbe dare ad un giudeo l’occasione di diventare impuro entrando in casa sua; e riveste questo gesto di riguardo con modestia: Non sono degno che tu entri sotto il mio tetto.
La fede di quell’ufficiale è grande: crede che anche solo con la parola Gesù possa compiere la guarigione.
v.9. Il centurione rappresenta Gesù come un generale al quale anche le potenze ostili della malattia debbono obbedienza; così come egli stesso deve eseguire gli ordini dei suoi superiori e come i suoi subalterno obbediscono a lui. Basta dunque la parola che verrà ubbidita anche ‘a distanza’.
v.10. Gesù ammira, è colpito da quell’uomo e dalla sua fede che definisce ‘grande’ e non paragonabile.
vv.11-12. Gesù profeticamente annuncia che Israele non avrà questa fede e sarà giudicato. I figli di Abramo o figli del regno, non siederanno a mensa con lui; siederanno invece i pagani, provenienti da oriente e occidente. La salvezza è per tutti, perché è offerta per chi la coglie e vi aderisce.
v.13. Al centurione viene offerto quanto chiede secondo fede.
La salvezza non è diritto per tradizione o meriti, ma conseguenza della vera fede nell’opera di Dio.
- 4. RIFLESSIONE
“Ascoltate oggi la sua voce” (Salmo 95,7): nella Bibbia è l’alleanza con il Signore che definisce il tempo di Israele, del popolo di Dio: un tempo esistenziale misurato sulla parola-evento del Signore, e sull’obbedienza del popolo di Dio a questa parola. Il tempo nella Scrittura è sempre legato alla storicità radicale dell’uomo, alla sua struttura di creatura che nell’oggi decide il proprio destino tra vita e morte, tra benedizione e maledizione. Per questo la storia è orientata a un télos – fine e meta – svelato dagli interventi di Dio che si manifesta nei progressi e nelle regressioni dell’umanità, ed è storia di salvezza perché Dio chiama continuamente l’uomo a camminare verso la luce, verso una meta che è il Regno, e gli fornisce i mezzi per farlo nell’attesa dello shalom, dono di Dio e coronamento della fedeltà degli uomini.
Perciò Dio manda suo Figlio, nato da donna, e la sua vita, la sua passione-morte-resurrezione appaiono eventi storici, unici, collocati in un tempo preciso, e inaugurano gli ultimi tempi, quelli in cui noi viviamo nell’attesa della sua gloriosa venuta, attesa del Regno e del rinnovamento del cosmo intero.
Con la prima venuta di Gesù nella carne ha inizio un kairós, un tempo propizio che qualifica tutto il resto del tempo. Gesù, inaugurando il suo ministero, annuncia che “il tempo è compiuto” (Marco 1,15), che l’ora della piena realizzazione è iniziata, che occorre convertirsi e credere al Vangelo (Marco 1,15; Matteo 4,17); di conseguenza occorre utilizzare il tempo: il tempo di grazia è realtà in Gesù Cristo! Passione, morte e resurrezione di Gesù non sono un semplice evento del passato: sono la realtà del presente sicché l’oggi concreto è immerso nella luce della salvezza. Questo è il tempo favorevole, questo il giorno della salvezza! Il primo atteggiamento del cristiano di fronte al tempo è allora quello di cogliere l’oggi di Dio nel proprio oggi, facendo obbedienza alla Parola che oggi risuona. Il nostro rapporto con il tempo, con Crónos tiranno che divora i suoi figli, viene così trasformato per assumere dei connotati precisi: si tratta di saper giudicare il tempo, di discernere i segni del tempo per giungere a cogliere “il tempo della visita di Dio” (Luca 19,44). Il credente sa che i suoi tempi sono nelle mani di Dio: “Ho detto: Tu il mio Dio; i miei tempi nella tua mano” (Salmo 31,15b-16a).
E’ l’atteggiamento fondamentale: i nostri giorni infatti non ci appartengono, non sono di nostra proprietà. I tempi sono di Dio e per questo nei Salmi l’orante chiede a Dio: “Insegnaci a contare i nostri giorni, e i nostri cuori discerneranno la sapienza” (Salmo 90,12). La sapienza del credente consiste in questo saper contare i propri giorni, saperli leggere come tempo favorevole, come oggi di Dio che irrompe nel proprio oggi.
La fede esce dall’astrattezza quando non si limita a informare una stagione o un’ora della vita dell’uomo, ma plasma l’arco della sua intera esistenza, fino alla morte. In questa impresa il cristiano sa che la sua fedeltà è sostenuta dalla fedeltà di Dio all’alleanza, che nella storia di salvezza si è configurata come fedeltà all’infedele, come perdono, come assunzione della situazione di peccato, di miseria e di morte dell’uomo nell’incarnazione e nell’evento pasquale. La fedeltà di Dio verso l’uomo è cioè diventata responsabilità illimitata nei confronti dell’uomo stesso. E questo indica che le dimensione della fedeltà e della perseveranza pongono all’uomo la questione ancor più radicale della responsabilità. L’irresponsabile, così come il narcisista, non sarà mai fedele. Anche perché la fedeltà è sempre fedeltà a un “tu”, a una persona amata o a una causa amata come un “tu”: non ogni fedeltà è pertanto autentica! Anche il rancore, a suo modo, è una forma di fedeltà, ma nello spazio dell’odio. La fedeltà di cui parliamo avviene nell’amore, si accompagna alla gratitudine, comporta la capacità di resistere nelle contraddizioni. Essa è pertanto un’attiva lotta la cui arena è il cuore umano. E’ nel cuore che si gioca la fedeltà! |
- 1. INTRODUZIONE
Continua il tema della vera e superiore giustizia. Questa pericope presenta insegnamenti eterogenei (non legati come i precedenti); comunque uniti dal filo del discorso: la vera giustizia è in una vita orientata a Dio il quale deve essere al centro dell’esistenza del discepolo.
- 2. TESTO
Matteo 6,19-34.
19] Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano;
20] accumulatevi invece tesori nel cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano.
21] Perché là dov'è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore.
22] La lucerna del corpo è l'occhio; se dunque il tuo occhio è chiaro, tutto il tuo corpo sarà nella luce;
23] ma se il tuo occhio è malato, tutto il tuo corpo sarà tenebroso. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra!
24] Nessuno può servire a due padroni: o odierà l'uno e amerà l'altro, o preferirà l'uno e disprezzerà l'altro: non potete servire a Dio e a mammona.
25] Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito?
26] Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro?
27] E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un'ora sola alla sua vita?
28] E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano.
29] Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro.
30] Ora se Dio veste così l'erba del campo, che oggi c'è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede?
31] Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?
32] Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno.
33] Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta.
34] Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena.
- 3. TESTO E CONTESTO
vv.19-21. L’istinto di possesso è connaturale all’uomo il quale impegna tutte le sue energie per procurare, conservare e accrescere i suoi beni.
Gesù non parla di beni, ma di ‘tesori’. Con tale parola si indendono vaste estensioni di terreni, case e palazzi, gioielli preziosi, ecc. molte cose, eppure tutte passibili di precarietà. Basta un nulla per cancellare l’oggetto prezioso: le tamre danneggiano l’abito di seta; il tarlo rovina il mobile antico; i ladri rubano i preziosi.
Gesù indica di spendere energie per avere tesori in cielo, presso Dio. Lò i valori sono al sicuro e la voracità degli uomini o l’astuzia dei ladri non vi apportano danni.
Di che tesori si tratta?
La dedizione del cuore a Dio e tuto ciò che il discepolo compie per servirlo.
Le opere buone, la giustizia, l’amore fino all’estremo dato anche ai nemici, l’elemosiam, la preghiera, il digiuno.
Perché là dov'è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore. Gesù conosce l’ansia del profondo del cuore umano per ricercare ricchezze e valori. Ma se il cuore si ferma ia tesori terreni, in essi ‘si perde’, corre il rischio di venire distrutto.
vv.22-23. Gesù parte dall’esperienza: l’occhio sano immerge tutto il corpo nella luce; l’occhio malato (o cieco) lo immerge nell’oscurità.
Ma le espressioni hanno anche un altro significato: sano è l’occhio buono (del cuore); alato è l’occhio malvagio.
Nell’occhio si rispecchia tutto l’uomo: è la lucerna del corpo, lo specchio sincero dell’anima. Quando questa lucerna è limpida, lo è anche il corpo e la persona. Ma se l’occhio è malato, corrotto, se guarda con astuzia o cupidigia, tutto il corpo e la persona è nelle tenebre.
Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra!: il cuore deve essere orientato a Dio per vivere dei tesori del cielo; allora l’uomo è sano. Se si perde nei beni terreni diviene spiritualmente cieco e tutto l’uomo è nelle tenebre.
Ma Dio è luce, illumina l’uomo e l’uomo-discepolo deve riverbrare tale luce. Il Battesimo ci ha chiamati dalle tenebre alla luce.
v.24. Il discepolo è posto di fronte ad una scelta fondamentale che orienta tutta la sua vita. O Dio o ‘mammona’. O i tesori in cielo-luce o i tesori in terra-tenebra.
Con tutto se stessi si riesce a servire bene un solo ‘padrone’. A noi la scelta.
v. 25. Chi vive immerso in Dio, non si preoccupa dei beni terreni.
La sezione vv.25-34 tratta delle preoccupazioni terrene di fronte all’infinito e provvido amore di Dio Padre.
Due sono le preoccupazioni: del vitto per il sostentamento della vita, del vestito per proteggere il corpo.
Gesù non condanna le preoccupazioni per questi bisogni da soddisfare; egli si scaglia contro la preoccupazione febbrile e ansiosa per queste cose. Ne cadono vittime sia il ricco che il povero.
Ma la vita non vale più del cibo e il copro più del vestito? Vita e corpo non si esauriscono nella ricezione di questi beni.
vv.26-27. Il vitto, prima preoccupazione. Per chi ama Dio, il sostentamento naturale e provvidente degli uccelli è una meraviglia della sollecitudine paterna di Dio. Gli uccelli non si danno pena, ma sono nutriti dal “Padre vostro”. Se ciò avviene per creature così semplici, quanto più avverrà per noi, amati in modo unico da Dio Padre? Dio sa ciò di cui abbiamo bisogno prima che le chiediamo. Cercare vitto non deve essere spasmodica tensione a prolungare la vita: non ci sarà mai possibile nemmeno essere ‘proprietari’ di un’ora in più.
vv. 28-30. Il vestito, seconda preoccupazione. I gigli del campo, fiori spontanei, hanno un ‘vestito’ di fronte a cui gli abiti sfarzosi di Salomone impallidiscono. L’erba, che è solo di un momento, perché secca facilmente e viene bruciata, è ‘vestita’ da Dio. quanto più saremo ‘vestiti’ noi, amati in modo unico dal Padre! Non credere questo è preoccuparci dell’abito è dimostrare poca fede.
vv.31-33. E’ riassunto quanto detto fino ad ora. La gente di poca fede si chiede solo: cosa mangeremo? Cosa vestiremo? Chi vive d’angoscia si comporta come i pagani che, sapendo nulla di Dio e della sua provvidenza, devono confidare unicamente nelle proprie forze. Ma chi conosce Dio sa che è Padre.
Occorre dunque che il discepolo cerchi innanzitutto Dio e la sua giustizia, cioè si ‘fondi’ su di Lui. Da cui tutto il resto proviene.
v.34. Una massima di saggezza finale, come ‘codicillo’ a tutta l’esposizione precedente. Ogni giorno ha il suo affanno e le sue inquietudini. Perché dunque vivere l’oggi in modo angosciato pensando a ciò che sarà il domani?
Vivere male l’oggi pensando al male di domani ci chiude fuori da ogni speranza.
L’oggi va invece vissuto in modo profetico: è da vivere fino in fondo la tensione verso il domani: oggi costruisco il domani.
- 4. RIFLESSIONE
Gesù non ci spinge ad una vita irresponsabile in attesa della ‘manna dal cielo’. È nostro impegno il lavoro e l’attività umana per acquisire i beni necessari a vivere. Ma porre occhio e cuore, mente e anima oltre che il corpo per soddisfare i nostri bisogni e desideri, come fossero ‘il’ fine della nostra vita, questo giusto non è.
La vera giustizia è fondarsi nel Signore, essere illuminati e guiadati da Lui. I beni della terra non saranno ‘signori’ della nostra vita, ma beni puri e semplici, utilità per i fabbisogni.
Altrimenti ci asserviamo loro e ne diveniamo schiavi. Mammona spesso impera incontrastato e quante ‘liturgie’ in suo favore!
Solo nel Signore è la vera libertà e la vera povertà: ricchi di Lui e del suo amore provvidente, nulla delle cose della terra attanaglia il cuore, nulla spadroneggia su di noi, nulla vuole il nostro occhio-sguardo e il nostro cuore. |
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Interludio ‘pasquale’.
OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI. Piazza San Pietro, Domenica “delle Palme” 2010.
Luca 19,28-38.
28] Dette queste cose, Gesù proseguì avanti agli altri salendo verso Gerusalemme.
29] Quando fu vicino a Bètfage e a Betània, presso il monte detto degli Ulivi, inviò due discepoli dicendo:
30] "Andate nel villaggio di fronte; entrando, troverete un puledro legato, sul quale nessuno è mai salito; scioglietelo e portatelo qui.
31] E se qualcuno vi chiederà: Perché lo sciogliete?, direte così: Il Signore ne ha bisogno".
32] Gli inviati andarono e trovarono tutto come aveva detto.
33] Mentre scioglievano il puledro, i proprietari dissero loro: "Perché sciogliete il puledro?".
34] Essi risposero: "Il Signore ne ha bisogno".
35] Lo condussero allora da Gesù; e gettati i loro mantelli sul puledro, vi fecero salire Gesù.
36] Via via che egli avanzava, stendevano i loro mantelli sulla strada.
37] Era ormai vicino alla discesa del monte degli Ulivi, quando tutta la folla dei discepoli, esultando, cominciò a lodare Dio a gran voce, per tutti i prodigi che avevano veduto, dicendo:
38] "Benedetto colui che viene, il re, nel nome del Signore. Pace in cielo e gloria nel più alto dei cieli!".
Il Vangelo della benedizione delle palme, che abbiamo ascoltato comincia con la frase: “Gesù camminava davanti a tutti salendo verso Gerusalemme” (Lc 19,28). Subito all’inizio della liturgia di questo giorno, la Chiesa anticipa la sua risposta al Vangelo, dicendo: “Seguiamo il Signore”. Con ciò il tema della Domenica delle Palme è chiaramente espresso. È la sequela. Essere cristiani significa considerare la via di Gesù Cristo come la via giusta per l’essere uomini, come quella via che conduce alla meta, ad un’umanità pienamente realizzata e autentica.
Ma di quale direzione si tratta? Come la si trova? La frase del nostro Vangelo offre due indicazioni al riguardo. In primo luogo dice che si tratta di un’ascesa. Ciò ha innanzitutto un significato molto concreto. Gerico, si trova a 250 metri sotto il livello del mare, mentre Gerusalemme sta a 740-780 metri sul livello del mare: un’ascesa di quasi mille metri. Ma questa via esteriore è soprattutto un’immagine del movimento interiore dell’esistenza, che si compie nella sequela di Cristo: è un’ascesa alla vera altezza dell’essere uomini. L’uomo può scegliere una via comoda e scansare ogni fatica. Può anche scendere verso il basso, il volgare. Può sprofondare nella palude della menzogna e della disonestà. Gesù cammina avanti a noi, e va verso l’alto. Egli ci conduce verso ciò che è grande, puro, ci conduce verso l’aria salubre delle altezze: verso la vita secondo verità; verso il coraggio che non si lascia intimidire dal chiacchiericcio delle opinioni dominanti; verso la pazienza che sopporta e sostiene l’altro. Egli conduce verso la disponibilità per i sofferenti, per gli abbandonati; verso la fedeltà che sta dalla parte dell’altro anche quando la situazione si rende difficile. Conduce verso la disponibilità a recare aiuto; verso la bontà che non si lascia disarmare neppure dall’ingratitudine. Egli ci conduce verso l’amore – ci conduce verso Dio.
“Gesù camminava davanti a tutti salendo verso Gerusalemme”. Se leggiamo questa parola del Vangelo nel contesto della via di Gesù nel suo insieme possiamo scoprire nell’indicazione della meta “Gerusalemme” diversi livelli. Naturalmente innanzitutto deve intendersi semplicemente il luogo “Gerusalemme”: è la città in cui si trovava il Tempio di Dio, la cui unicità doveva alludere all’unicità di Dio stesso. Questo luogo annuncia quindi anzitutto due cose: da un lato dice che Dio è uno solo in tutto il mondo, supera immensamente tutti i nostri luoghi e tempi; è quel Dio a cui appartiene l’intera creazione. È il Dio di cui tutti gli uomini nel più profondo sono alla ricerca e di cui in qualche modo tutti hanno anche conoscenza. Ma questo Dio si è dato un nome. Si è fatto conoscere a noi, ha avviato una storia con gli uomini; si è scelto un uomo – Abramo – come punto di partenza di questa storia. Il Dio infinito è al contempo il Dio vicino. Egli, che non può essere rinchiuso in alcun edificio, vuole tuttavia abitare in mezzo a noi, essere totalmente con noi.
Se Gesù insieme con l’Israele peregrinante sale verso Gerusalemme, Egli ci va per celebrare con Israele la Pasqua: il memoriale della liberazione di Israele – memoriale che, allo stesso tempo, è sempre speranza della libertà definitiva, che Dio donerà. E Gesù va verso questa festa nella consapevolezza di essere Egli stesso l’Agnello in cui si compirà ciò che il Libro dell’Esodo dice al riguardo: un agnello senza difetto, maschio, che al tramonto, davanti agli occhi dei figli d’Israele, viene immolato “come rito perenne” (cfr Es 12,5-6.14). E infine Gesù sa che la sua via andrà oltre: non avrà nella croce la sua fine. Sa che la sua via strapperà il velo tra questo mondo e il mondo di Dio; che Egli salirà fino al trono di Dio e riconcilierà Dio e l’uomo nel suo corpo. Sa che il suo corpo risorto sarà il nuovo sacrificio e il nuovo Tempio; che intorno a Lui, dalla schiera degli Angeli e dei Santi, si formerà la nuova Gerusalemme che è nel cielo e tuttavia è anche già sulla terra, perché nella sua passione Egli ha aperto il confine tra cielo e terra. La sua via conduce al di là della cima del monte del Tempio fino all’altezza di Dio stesso: è questa la grande ascesa alla quale Egli invita tutti noi. Egli rimane sempre presso di noi sulla terra ed è sempre già giunto presso Dio, Egli ci guida sulla terra e oltre la terra.
Così, nell’ampiezza dell’ascesa di Gesù diventano visibili le dimensioni della nostra sequela – la meta alla quale Egli vuole condurci: fino alle altezze di Dio, alla comunione con Dio, all’essere-con-Dio. È questa la vera meta, e la comunione con Lui è la via. La comunione con Lui è un essere in cammino, una permanente ascesa verso la vera altezza della nostra chiamata. Il camminare insieme con Gesù è al contempo sempre un camminare nel «noi» di coloro che vogliono seguire Lui. Ci introduce in questa comunità. Poiché il cammino fino alla vita vera, fino ad un essere uomini conformi al modello del Figlio di Dio Gesù Cristo supera le nostre proprie forze, questo camminare è sempre anche un essere portati. Ci troviamo, per così dire, in una cordata con Gesù Cristo – insieme con Lui nella salita verso le altezze di Dio. Egli ci tira e ci sostiene. Fa parte della sequela di Cristo che ci lasciamo integrare in tale cordata; che accettiamo di non potercela fare da soli. Fa parte di essa questo atto di umiltà, l’entrare nel «noi» della Chiesa; l’aggrapparsi alla cordata, la responsabilità della comunione – il non strappare la corda con la caparbietà e la saccenteria. L’umile credere con la Chiesa, come essere saldati nella cordata dell’ascesa verso Dio, è una condizione essenziale della sequela. Di questo essere nell’insieme della cordata fa parte anche il non comportarsi da padroni della Parola di Dio, il non correre dietro un’idea sbagliata di emancipazione. L’umiltà dell’«essere-con» è essenziale per l’ascesa. Fa anche parte di essa che nei Sacramenti ci lasciamo sempre di nuovo prendere per mano dal Signore; che da Lui ci lasciamo purificare e corroborare; che accettiamo la disciplina dell’ascesa, anche se siamo stanchi.
Infine, dobbiamo ancora dire: dell’ascesa verso l’altezza di Gesù Cristo, dell’ascesa fino all’altezza di Dio stesso fa parte la Croce. Come nelle vicende di questo mondo non si possono raggiungere grandi risultati senza rinuncia e duro esercizio, come la gioia per una grande scoperta conoscitiva o per una vera capacità operativa è legata alla disciplina, anzi, alla fatica dell’apprendimento, così la via verso la vita stessa, verso la realizzazione della propria umanità è legata alla comunione con Colui che è salito all’altezza di Dio attraverso la Croce. In ultima analisi, la Croce è espressione di ciò che l’amore significa: solo chi perde se stesso, si trova.
Alla fine del Vangelo per la benedizione delle palme udiamo l’acclamazione con cui i pellegrini salutano Gesù alle porte di Gerusalemme. È la parola dal Salmo 118 (117), che originariamente i sacerdoti proclamavano dalla Città Santa ai pellegrini, ma che, nel frattempo, era diventata espressione della speranza messianica: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore” (Sal 118[117],26; Lc 19,38). I pellegrini vedono in Gesù l’Atteso, che viene nel nome del Signore, anzi, secondo il Vangelo di san Luca, inseriscono ancora una parola: “Benedetto colui che viene, il re, nel nome del Signore”. E proseguono con un’acclamazione che ricorda il messaggio degli Angeli a Natale, ma lo modifica in una maniera che fa riflettere. Gli Angeli avevano parlato della gloria di Dio nel più alto dei cieli e della pace in terra per gli uomini della benevolenza divina. I pellegrini all’ingresso della Città Santa dicono: “Pace in cielo e gloria nel più alto dei cieli!”. Sanno troppo bene che in terra non c’è pace. E sanno che il luogo della pace è il cielo – sanno che fa parte dell’essenza del cielo di essere luogo di pace. Così questa acclamazione è espressione di una profonda pena e, insieme, è preghiera di speranza: Colui che viene nel nome del Signore porti sulla terra ciò che è nei cieli. La sua regalità diventi la regalità di Dio, presenza del cielo sulla terra. La Chiesa, prima della consacrazione eucaristica, canta la parola del Salmo con cui Gesù venne salutato prima del suo ingresso nella Città Santa: essa saluta Gesù come il Re che, venendo da Dio, nel nome di Dio entra in mezzo a noi. Anche oggi questo saluto gioioso è sempre supplica e speranza. Preghiamo il Signore affinché porti a noi il cielo: la gloria di Dio e la pace degli uomini. Intendiamo tale saluto nello spirito della domanda del Padre Nostro: “Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra!”. Sappiamo che il cielo è cielo, luogo della gloria e della pace, perché lì regna totalmente la volontà di Dio. E sappiamo che la terra non è cielo fin quando in essa non si realizza la volontà di Dio. Salutiamo quindi Gesù che viene dal cielo e lo preghiamo di aiutarci a conoscere e a fare la volontà di Dio. Che la regalità di Dio entri nel mondo e così esso sia colmato con lo splendore della pace. Amen.
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- 1. INTRODUZIONE
Gesù inizialmente parla della preghiera come dell’elemosina e del digiuno. Della preghiera ipocrita e della preghiera vera. Poi illustra il vero spirito di preghiera con la preghiera-modello che Gesù stesso insegna, il “Padre nostro”.
- 2. TESTO
Matteo 6,5-15.
5] Quando pregate, non siate simili agli ipocriti che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, per essere visti dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa.
6] Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
7] Pregando poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole.
8] Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate.
9] Voi dunque pregate così: Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome;
10] venga il tuo regno; sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra.
11] Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
12] e rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori,
13] e non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male.
14] Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi;
15] ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe.
- 3. TESTO E CONTESTO
vv.5-6. La preghiera esprime il riconoscimento di Dio da parte dell’uomo e l’ossequio dell’uomo a Lui: in tal modo la preghiera non è ‘pia pratica’, ma l’espressione dell’orientamento dell’uomo verso il suo ‘principio’.
Anche in quest’opera può nascondersi il veleno dell’ambizione e l’uomo vi si piega in se stesso. La ‘caricatura’ dell’uomo orante-ipocrita è ‘stare ritti’ nelle sinagoghe e nelle piazze per essere visti.
La preghiera vera nasce da colui che entra nel segreto della sua camera a porta chiusa: è di colui che cerca non gli sguardi altrui, ma Dio solo.
Così è della preghiera comunitaria e liturgica: deve sempre essere ‘dal segreto’ della vita dell’uomo.
v.8. Poche parole, scelte. Era usanza invocare Dio almeno cinquanta volte con appellativi divini prima di porre una domanda. Dice Gesù: non serve. Si crede di invocare la divinità, quasi di ‘stancarla’ perché alla fine risponda donando ciò che si chiede. Ma Dio sa ciò di cui abbiamo bisogno prima di chiedere. Dio, infatti, ci guarda da Padre con occhio d’amore. Nella libertà dobbiamo chiedere come figli ad un Padre che sa e conosce i nostri bisogni.
v.9. Ora capiamo cosa significhino sulle labbra di Gesù le parole “Padre nostro”. È il Dio che Gesù annuncia. È il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe, il Dio di Israele, principio e provvidente. Al Padre è dovuta fiducia e obbedienza.
“Che sei nei cieli”: da distinguere da quello terreno, perché ‘abita nei cieli’ pur sapendo che “i cieli e i cieli dei cieli non possono contenerlo”. È ‘sopra’ il mondo, non appartiene al mondo da cui è ‘totalmente altro’. Ma così vicino da poterlo chiamare “Padre”. La lode si apre dal cuore: Sia santificato il tuo nome”: parole di lode e ammirazione per il suo nome santo.
v.10. Ora iniziano le richieste del necessario.
Venga il tuo regno: questa è la grande preghiera del discepolo. Il regno di Dio, il suo potere regale, devono manifestarsi. Dio davvero deve essere ‘Signore’ del mondo e instaurare e portare a compimento ciò che Gesù ha iniziato. Che Dio sia re, che regni veramente.
Sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra: se domandiamo che la volontà di Dio avvenga in terra come in cielo, chiediamo che qualcosa davvero succeda. Chiediamo che ciò che Dio vuole trionfi. E il discepolo cerca di cogliere questa volontà divina per farla sua e viverla. L’uomo non è estraneo né spettatore all’opera di Dio: ne è coinvolto pienamente.
v. 11. Dacci oggi il nostro pane quotidiano. Dio sa ciò di cui abbiamo bisogno. È dunque sufficiente che chiediamo il pane giorno per giorno. Questo necessario è il ‘minimum vitale’, l’occorrente per la propria vita. Il discepolo ha come primo interesse il Regno di Dio e la sua giustizia: tutto il resto sarà dato.
v. 12. E rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori. Una richiesta connessa ad una condizione: Gesù presuppone che abbiamo esercitato il perdono gli uni verso gli altri. Tale condizione è come una spina nella carne e tale dobbiamo setirla. Dio è disposto a cancellare il nostro debito. Ma vuole che facciamo altrettanto fra noi, come presupposto necessario.
Qui chiediamo a Dio forse la cosa più grande per quel che riguarda la nostra personale vita. Il peccato infatti, è la nostra zavorra più pesante. L’uomo sa di potersene liberare da solo. Ha bisogno del ‘medico’ che si chini su di lui per curarlo senza chiedere compenso. Dio è questo ‘medico’. E noi dobbiamo essere perfetti come è il nostro Padre. Almeno ci sia fra noi il cammino verso il persono, irrorati dal perdono che Dio ci concede.
v.13. Non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male. L’ultima richiesta è duplice. Domandiamo a Dio non che ci eviti le ‘tentazioni’, ma che non indigiamo nelle tentazioni fino a caderci; perciò solo Lui può liberarci dal male proposto e suscettibile di scelta da parte nostra. La tentazione al male non può mai venire da Dio, che è buono e vuole solo il bene. Scrive san Giacomo: "Nessuno quando è tentato dica: ‘Sono tentato da Dio", perché Dio non può essere tentato dal male e non tenta nessuno al male. Ciascuno piuttosto è tentato dalla propria concupiscenza che lo attrae e lo seduce’" (Gc 1,13-14). L’apostolo Paolo ci insegna: "La carne, infatti, ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda" (Gal 5,17).
Se vogliamo che il regno avvenga e la volontà di Dio sia fatta con noi e in noi, dobbiamo chider a Dio che ci liberi dal male che osteggia il regno e la volontà divine.
vv. 14-15. Ciò che sopra è insegnato a Gesù come preghiera, ora viene esposto quasi come una ‘legge’. Nei due casi (“se voi perdonerete…”; “Se voi non perdonerete…”) l’agire di Dio è dipendente dal nostro. Una comunità cristiana se non porta questa legge impressa nel proprio cuore, non può chiedere per sé il perdono di Dio.
- 4. RIFLESSIONE
Gesù ci ha insegnato: "Voi siete tutti fratelli. E non chiamate nessuno padre sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo" (Lc 23,8-9). Un solo Padre di tutti, il nostro Padre comune. Non è possibile, quindi, dire il Padre nostro al di fuori della fraternità; non è possibile trovare accoglienza in Dio quando non abbiamo nel cuore tutti gli altri suoi figli, gli uomini nostri fratelli. Leggiamo, infatti, nella prima Lettera di Giovanni: "Chi ama Dio ami anche il suo fratello" (1Gv 4,21). Chi mette da parte i propri fratelli, con essi mette da parte anche il fratello maggiore Gesù e di conseguenza non può presentarsi al Padre nel suo nome.
Il Padre nostro è comunitario: è la preghiera della grande famiglia di Dio. Gesù ha detto: "Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro" (Mt 18,19-20).
Gesù ci assicura che il Padre suo è anche Padre nostro. A quale titolo? Dio è il creatore del mondo e dell’uomo, la sorgente della vita. L’Antico Testamento rivela, dunque, l’amore paterno di Dio per ogni creatura e in modo particolarissimo per l’uomo che, solo fra tutte le creature, è fatto "a sua immagine e somiglianza", come solamente un padre e una madre fanno il loro figlio. Questa paternità dell’amore creatore è già una sconvolgente rivelazione che fa brillare sulla nostra vita il sorriso di un Dio che non è il Dio dei filosofi e dei sapienti. Il Figlio unigenito che è nel seno del Padre, colui che, a ragione, può chiamare Dio "Abbà" si fece uomo e venne ad abitare in mezzo a noi (Gv 1,14) perché gli uomini, suoi fratelli, potessero "‘nascere’ di nuovo". "A quanti l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio" (Gv 1,12) in una vera partecipazione alla natura divina. Quindi noi siamo realmente figli di Dio e "ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: ‘Abbà, Padre!’" (Gal 4,6). Così questa parola "Abbà", questo termine riservato al Figlio unigenito passa direttamente nel nostro cuore e sulle nostre labbra perché noi tutti siamo uno in Cristo. La famiglia divina si estende a tutta l’umanità e diventa regno, il regno di Dio. L’uomo-Dio Gesù, venuto a chiamare i peccatori (Mt 9,13), ci fa entrare nel regno invitandoci a pronunciare questa parola "Abbà", a chiamare Dio "Papà amatissimo". |
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